L’Irlanda è a tutti gli effetti un paradosso economico. Ecco per quali motivi i cittadini hanno difficoltà nonostante la florida economia nazionale.
I dati sono molto utili per capire l’andamento economico di un Paese, ma bisogna anche leggerli e interpretarli correttamente. Alcune informazioni, soprattutto se decontestualizzate, rischiano di essere fuorvianti. Il caso dell’Irlanda è emblematico in tal senso. La nazione ha un’economia florida, un Pil elevato, soprattutto grazie all’esportazione di prodotti farmaceutici, infatti è terza al mondo in questo settore. Nonostante ciò, vive un vero e proprio paradosso economico, perché i cittadini non stanno davvero beneficiando del surplus miliardario irlandese.
Il governo stesso pare ancora indeciso sul suo corretto utilizzo, principalmente per via della consapevolezza che non si tratta di entrate stabili e garantite. Anzi, ci sono buone probabilità che nei prossimi anni le casse erariali dell’Irlanda non beneficeranno così ampiamente delle vendite farmaceutiche, un motivo in più per ponderare attentamente le spese. Allo stesso tempo, però, una crescente fetta della popolazione irlandese (comprensiva dei tantissimi expat, tra cui parecchi italiani) è in condizioni di forte difficoltà economica. Insomma, la situazione irlandese è a dir poco bizzarra, soprattutto per tanti altri Paesi che fanno fatica a trovare le risorse, ma saprebbero bene come utilizzarle.
È terza al mondo in questo settore, ma i dati sono distorti
Il problema di Dublino, citando Gerard Brady di Ibec (l’associazione imprenditoriale più grande dello Stato), “non è che non ha abbastanza soldi, ne ha tantissimi. Il problema è che fatica a trovare modi per trasformare quei soldi in cose reali di cui la gente ha bisogno”. Nel frattempo il futuro del successo irlandese nel settore farmaceutico in cui ora primeggia appare assai incerto, senza contare che la forte dipendenza della nazione da queste entrate è un elemento di vulnerabilità pericoloso in un momento storico instabile come quello che stiamo attraversando.
Bisogna considerare almeno tre elementi critici, senza dubbio motivo della forte prudenza nella gestione del denaro. In primo luogo, gran parte delle aziende farmaceutiche operanti in Irlanda è straniera, per lo più di provenienza inglese e americana. Di conseguenza, la loro attività e soprattutto la misura in cui ne può beneficiare il Paese sono fortemente legati alle dinamiche politiche internazionali. Il governo irlandese stesso, per esempio, aveva stimato che l’introduzione di dazi sui prodotti farmaceutici da parte degli Stati Uniti avrebbe causato un taglio di circa 75.000 posti di lavoro in Irlanda.
Certo, Dublino sta gradualmente cominciando a trovare delle alternative locali più rassicuranti e stabili, ma è un processo estremamente lontano dal capolinea, nonostante l’alta qualità della formazione e della ricerca. Il secondo aspetto critico, non per ordine di importanza, riguarda la normativa dei prodotti farmaceutici. La regolamentazione, vigente anche in Irlanda, prevede che i brevetti farmaceutici scadano dopo 10 anni dall’emissione. Questo significa che all’improvviso il produttore è costretto ad affrontare una concorrenza altissima, che influenza le vendite e pure i prezzi.
Si tratta del meccanismo che da sempre regola le entrate relative ai farmaci, ma aggiunge instabilità alla situazione irlandese, soprattutto per la diffusione dei farmaci il cui brevetto è in fase di scadenza. Il terzo aspetto fortemente critico è la grande concentrazione delle vendite nelle mani di pochissimi attori. La metà delle entrate fiscali societarie provengono da sole tre aziende, peraltro di cui una soltanto del settore farmaceutico e due nel settore tecnologico.
Il Paese si sta inoltre ancora riprendendo dall’introduzione delle nuove politiche fiscali, che lo rendevano fino a qualche anno fa un autentico paradiso fiscale per tante aziende. Di conseguenza, il Pil irlandese è spesso cresciuto in modo esponenziale, nonostante la maggioranza delle aziende responsabili avessero poi altre sedi nel mondo, detenenti la proprietà intellettuale e i brevetti. Con il passare del tempo dall’adeguamento alle politiche fiscali Ue, seppur ancora molto allettanti, i dati sono sempre meno falsati dalla fusione delle multinazionali con le piccole sedi locali.
Il paradosso economico dell’Irlanda
Per i citati motivi l’Irlanda non può davvero contare su queste fonti di crescita, peraltro dovute alle generose politiche fiscali, che attraggono le aziende ma non sono sempre sostenibili. Così, sulla scia di Paesi come la Danimarca e la Norvegia, l’Irlanda sta investendo il surplus finanziario in fondi appositamente istituiti per il futuro della nazione, in caso di necessità. In questo modo evita di sovraccaricare la spesa pubblica e commettere dei passi falsi, tenendo conto allo stesso tempo dell’instabilità.
Tuttavia, restano problemi a cui gli irlandesi chiedono risposte. La popolazione aumenta a ritmi serrati, i servizi pubblici accumulano disagi, i cittadini si sentono soli e poco salvaguardati secondo i dati Ue. Anzi, 1 bambino su 7 vive in famiglie al di sotto della soglia di povertà e quasi ⅔ delle persone soffrono di ansia o depressione. Insomma, il benessere economico non serve a nulla se rimane confinato sulla carta, per quanto sia apprezzabile la prudenza.
Tantissime associazioni stanno incentivando lo stanziamento di fondi per i bisogni primari più avvertiti dai cittadini, passando dalle reti idriche all’edilizia abitativa agevolata. Il governo dovrà però capire come conciliare queste necessità con un fondo di gestione a lungo termine.
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