Pensioni, nuova riforma dal 31 ottobre. Cosa cambia per fondi pensione e lavoratori

Simone Micocci

7 Luglio 2026 - 09:30

Importanti novità per i fondi pensione: dal 31 ottobre non ci sarà alcuno svantaggio economico nel passare da un fondo all’altro. Non si perde, infatti, il contributo datoriale a carico dell’azienda.

Pensioni, nuova riforma dal 31 ottobre. Cosa cambia per fondi pensione e lavoratori

La riforma della previdenza complementare, che dal 1° luglio ha portato all’introduzione del meccanismo di silenzio-assenso per il Tfr nei fondi pensione, dal 31 ottobre si arricchirà di un nuovo capitolo.

Questa volta a essere interessato dalla riforma è il contributo datoriale, ossia quella percentuale della retribuzione che il datore di lavoro versa nel fondo pensione negoziale, contribuendo ulteriormente alla pensione integrativa del dipendente. Oggi questo contributo è previsto esclusivamente nei casi di iscrizione ai fondi pensione chiusi, quelli di categoria indicati dalla contrattazione collettiva: un elemento che, pertanto, rappresenta una valida motivazione per preferire il fondo negoziale a qualsiasi altro fondo aperto.

Per quanto, infatti, già oggi sia possibile cambiare fondo pensione, trasferendo tutta la posizione contributiva già accumulata, in caso di passaggio a un fondo aperto cessa l’obbligo del datore di lavoro di versare il contributo nella percentuale prevista dal contratto. Ebbene, la novità che entrerà in vigore dal 31 ottobre è proprio questa: la possibilità di mantenere il diritto al contributo indipendentemente dal fondo scelto.

Vediamo come funziona e a quali condizioni.

Cos’è il contributo datoriale e perché è importante

Prima di tutto, è bene fare chiarezza sul concetto di contributo datoriale e sulla sua rilevanza ai fini dell’adesione a un fondo pensione.

Quando si parla di contributo datoriale si fa riferimento a quella somma aggiuntiva che il datore di lavoro versa direttamente nel fondo pensione del dipendente. Un ulteriore importo - che si aggiunge al Tfr e ai contributi obbligatori versati ogni mese all’Inps - che va ad alimentare la posizione individuale del lavoratore nel fondo pensione.

Questo contributo è generalmente previsto dalla contrattazione collettiva o dall’accordo che disciplina il fondo pensione negoziale di riferimento. È proprio qui che, come anticipato, si trova una delle principali differenze tra i fondi pensione aperti e quelli chiusi, detti anche negoziali: questi ultimi, essendo istituiti attraverso accordi collettivi nazionali, aziendali o territoriali, possono riconoscere al lavoratore il diritto a ricevere anche una quota a carico dell’azienda.

In altre parole, aderire al fondo negoziale previsto dal proprio contratto può significare ottenere una somma extra che, mese dopo mese, contribuisce ad aumentare il montante destinato alla futura rendita pensionistica.

Va però precisato che, nella maggior parte dei casi, il contributo datoriale scatta solo se anche il lavoratore decide di contribuire con una percentuale minima della retribuzione, secondo quanto previsto dal contratto collettivo applicato.

È il caso, ad esempio, del fondo Cometa per i metalmeccanici, dove a fronte di un contributo minimo dell’1,2% da parte del lavoratore il datore di lavoro può versare fino al 2%. Su una retribuzione annua lorda di 20.000 euro, questo significa che il dipendente versa 240 euro, mentre l’azienda ne aggiunge 400. Un meccanismo simile si ritrova anche in altri settori, come l’edilizia con Prevedi, il commercio, turismo e servizi con Fon.Te., e il pubblico impiego con Perseo Sirio.

Cosa cambia dal 31 ottobre

Oggi, come detto, il contributo a carico del datore di lavoro è generalmente legato all’adesione al fondo pensione negoziale previsto dal contratto collettivo applicato. Il lavoratore può già trasferire la propria posizione contributiva da un fondo pensione a un altro, ma dopo almeno 2 anni di permanenza; tuttavia, in caso di passaggio a una forma pensionistica diversa da quella di categoria perde il diritto alla quota versata dall’azienda.

È proprio questo il punto su cui interviene la novità annunciata. Dal prossimo 31 ottobre, il lavoratore che ha maturato almeno due anni di permanenza nel fondo di previdenza complementare potrà trasferire la propria posizione contributiva e mantenere il diritto al contributo del datore di lavoro anche nella forma pensionistica prescelta.

In altre parole, il contributo datoriale smetterà di essere agganciato al fondo negoziale indicato dal contratto collettivo, seguendo la posizione individuale del lavoratore. Chi decide di cambiare fondo, quindi, non sarà più essere costretto a rinunciare automaticamente a quella somma aggiuntiva versata dall’azienda. E pertanto sarà libero di scegliere quale fondo pensione ritiene essere più conveniente per lui.

Resta da capire come la novità verrà applicata visto che la Covip dovrà adeguare le proprie istruzioni, mentre imprese e sindacati hanno già espresso alcune perplessità. Le aziende temono una maggiore complessità gestionale e nuovi oneri amministrativi, mentre le organizzazioni sindacali guardano con preoccupazione al possibile indebolimento dei fondi negoziali di categoria.