Pensioni, chi è stato licenziato ci va in anticipo

Simone Micocci

12 Gennaio 2026 - 10:04

Pensione in caso di licenziamento: Quota 41 e Ape Sociale consentono di anticipare il collocamento in quiescenza. Ecco come funziona.

Pensioni, chi è stato licenziato ci va in anticipo

Chi perde il lavoro per cause non dipendenti dalla propria volontà può, in alcuni casi, andare in pensione prima. La normativa italiana, infatti, tutela i lavoratori che, in età avanzata, vengono licenziati e si trovano inevitabilmente in difficoltà nel reinserirsi nel mercato del lavoro.

Essere licenziati dopo i 60 anni, ad esempio da un’azienda in crisi, rappresenta un problema tutt’altro che marginale: come si può sperare di essere assunti quando mancano pochi anni al pensionamento? Proprio per questo motivo il nostro ordinamento prevede diverse possibilità per i disoccupati che soddisfano specifici requisiti.

Nel dettaglio, oggi sono due le principali misure che consentono di affrontare con meno preoccupazione la perdita del lavoro: Quota 41 e Ape Sociale. Se a queste si aggiunge la possibilità offerta dall’indennità di disoccupazione Naspi, ci si rende conto di come l’uscita anticipata dal lavoro non sia necessariamente una cattiva notizia. Anzi, c’è chi arriva persino a concordare il licenziamento con la propria azienda, così da avviare subito l’iter che consente di anticipare il collocamento in quiescenza.

Ovviamente, bisogna mettere in conto una perdita economica, dal momento che la Naspi garantisce un importo generalmente inferiore rispetto all’ultimo stipendio percepito. Tuttavia, per molti la possibilità di smettere di lavorare in anticipo vale qualche sacrificio.

Vediamo quindi quali sono le regole da rispettare per trasformare il licenziamento in un’opportunità e quali requisiti occorre soddisfare.

Quota 41 per chi è stato licenziato

Coloro che si trovano in uno stato di disoccupazione a seguito di cessazione del rapporto di lavoro per licenziamento, anche collettivo, e hanno cessato di godere dell’indennità di disoccupazione da almeno 3 mesi rientrano nella platea di coloro che possono accedere a Quota 41.

Nel dettaglio, questa misura consente di andare in pensione indipendentemente dall’età anagrafica al raggiungimento dei 41 anni di contributi, a patto però che almeno 1 contributo settimanale sia stato accreditato prima del 31 dicembre 1996.

Va detto inoltre che non serve necessariamente il licenziamento: questa possibilità, infatti, è riservata anche a chi ha rassegnato le dimissioni per giusta causa, come pure in caso di risoluzione consensuale nell’ambito della procedura di cui all’articolo 7, legge n. 604 del 15 luglio 1996.

Ape Sociale per chi è stato licenziato

Alla stessa categoria è riservata la possibilità di accedere all’Ape Sociale. In questo caso non ci troviamo di fronte a un vero e proprio pensionamento anticipato, ma solo di una misura di accompagnamento alla pensione.

Nel periodo in cui si è senza lavoro e si attende il compimento dei 67 anni necessari per la pensione di vecchiaia, infatti, si percepisce un’indennità sostitutiva pari all’assegno maturato fino a quel momento, per un massimo però di 1.500 euro al mese.

Il vantaggio dell’Ape Sociale è che richiede molti meno anni di contributi rispetto a Quota 41. In questo caso, infatti, al disoccupato ne bastano appena 30 anni, per quanto però venga richiesto anche il possesso di un requisito anagrafico, pari a 63 anni e 5 mesi.

La Naspi prima di Quota 41 e dell’Ape Sociale

Come anticipato, tanto per accedere a Quota 41 quanto per fare richiesta dell’Ape Sociale bisogna aver prima terminato - da almeno 3 mesi - la percezione dell’indennità di disoccupazione.

Naspi che ricordiamo spetta per la metà delle settimane contributive maturate negli ultimi 4 anni: pertanto, in caso di carriera lunga prima del licenziamento l’indennità spetta fino a 24 mesi.

Pertanto, considerando la combinazione Naspi più Quota 41 o Ape Sociale, a seconda dei casi, il licenziamento può trasformarsi in un’opportunità importante. Basti pensare che ad esempio si può smettere di lavorare poco più tardi dei 61 anni, godere di 2 anni di disoccupazione e poi accedere all’Ape Sociale (mettendo in conto tre mensilità in cui si resterà scoperti).

Alla luce di queste regole, non sorprende che in alcuni casi lavoratori e aziende arrivino persino a concordare l’uscita anticipata dal lavoro, soprattutto quando il dipendente è vicino ai requisiti per l’Ape Sociale o per Quota 41 e l’impresa ha interesse a favorire il ricambio generazionale.

Resta comunque un aspetto da non sottovalutare: il costo economico. La Naspi è più bassa dell’ultimo stipendio e l’Ape Sociale, pur garantendo una certa continuità di reddito, è limitata a un massimo di 1.500 euro mensili e non prevede tredicesima né rivalutazioni. È quindi una scelta che va valutata con attenzione, soprattutto da chi ha impegni economici rilevanti.

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