Pensioni, in arrivo aumenti di circa 50 euro per tutti questi pensionati

Simone Micocci

9 Marzo 2026 - 10:31

Pensioni, aumenti di circa 50 euro per chi non raggiunge la minima? Ecco cosa può succedere dopo le ultime sentenze.

Pensioni, in arrivo aumenti di circa 50 euro per tutti questi pensionati

Potrebbe essere vicina una svolta per quanto riguarda la pensione minima.

Oggi infatti l’integrazione al trattamento minimo - ossia il meccanismo che consente di portare l’assegno pensionistico fino a una soglia stabilita ogni anno dall’Inps sulla base della rivalutazione e dell’andamento dei prezzi - spetta esclusivamente a una parte dei pensionati. Nel dettaglio, il diritto all’integrazione al minimo è riconosciuto solo a coloro che rientrano nel cosiddetto sistema misto, ossia a chi ha maturato almeno un contributo settimanale entro il 31 dicembre 1995.

Restano invece esclusi tutti coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il 1° gennaio 1996, i cosiddetti contributivi puri. Si tratta di una penalizzazione molto significativa, perché impedisce a questi lavoratori di raggiungere la soglia minima della pensione - oggi pari a circa 611 euro - nel caso in cui l’importo dell’assegno maturato sia inferiore. E considerando che con il sistema di calcolo contributivo non è affatto raro maturare pensioni molto basse, il rischio di restare ben al di sotto della soglia minima è tutt’altro che remoto.

A tal proposito, per anni si è parlato della possibilità di introdurre una pensione di garanzia per chi ha carriere discontinue o redditi bassi, ma finora non sono state adottate misure in questa direzione. Una possibile svolta, tuttavia, potrebbe arrivare dai giudici.

Una recente sentenza della Corte costituzionale, infatti, ha dichiarato illegittimo il divieto di integrazione al trattamento minimo per chi percepisce l’assegno ordinario di invalidità calcolato interamente con il sistema contributivo. Un principio che potrebbe rappresentare una base giuridica per estendere in futuro lo stesso diritto anche ad altre pensioni calcolate con il contributivo, comprese quelle di vecchiaia.

Se ciò accadesse, si aprirebbe una novità molto importante per migliaia di pensionati.

Perché la pensione minima spetterebbe a tutti

Da anni si discute della penalizzazione prevista per i contributivi puri, ai quali è escluso il diritto all’integrazione al trattamento minimo.

Di fatto, questo significa che se l’importo della pensione è inferiore alla soglia minima stabilita dalla legge - oggi poco più di 611 euro - l’assegno non viene integrato. In altre parole, se una persona matura una pensione da 200 euro, continuerà a percepire 200 euro. Se la pensione è di 300 euro, resterà di 300 euro.

Diverso è invece il caso di chi ha almeno un contributo versato entro il 31 dicembre 1995. In questa situazione scatta il diritto all’integrazione al minimo: una pensione da 300 euro può quindi essere incrementata fino a raggiungere la soglia minima prevista, arrivando appunto intorno ai 611 euro. A questo si aggiunge poi la possibilità di accedere anche all’incremento al milione, che scatta al compimento dei 70 anni di età (riducibili fino a 65 in base ai contributi maturati).

Secondo i giudici costituzionali, tuttavia, questa esclusione totale per i contributivi puri presenta profili di illegittimità. La Corte lo ha stabilito nel caso dell’assegno ordinario di invalidità, riconoscendo che anche per chi rientra interamente nel sistema contributivo deve essere possibile l’integrazione al minimo. La decisione riguarda specificamente le pensioni di invalidità di tipo previdenziale, ma non si esclude che possa aprire la strada ad altri ricorsi anche per chi percepisce una pensione di vecchiaia calcolata interamente con il contributivo.

Se questo orientamento dovesse consolidarsi, si potrebbe arrivare a una vera svolta. Garantire almeno una pensione minima dovrebbe infatti essere un obiettivo valido per tutti.

Cosa cambierebbe con l’integrazione al trattamento minimo per tutti

Va detto che oggi, per chi ha una pensione calcolata interamente con il sistema contributivo, esiste comunque una possibilità di integrazione: quella attraverso l’assegno sociale. Facciamo un esempio.

Un lavoratore che non riesce ad andare in pensione a 67 anni perché non raggiunge l’importo minimo richiesto può essere costretto ad attendere i 71 anni, come previsto dalla pensione di vecchiaia contributiva.

Mettiamo che, arrivato a quell’età con pochi contributi, maturi una pensione da 300 euro al mese.

Oggi quella persona non ha diritto all’integrazione fino alla pensione minima di circa 611 euro, ma può integrare l’assegno con l’assegno sociale fino a raggiungere almeno l’importo di quest’ultimo, cioè 546 euro circa. Questo significa che una parte dell’importo deriva dalla pensione maturata con i contributi versati e la parte restante viene coperta dall’assegno sociale.

Se però l’integrazione al trattamento minimo venisse estesa anche ai contributivi puri, la soglia non sarebbe più quella dell’assegno sociale ma quella della pensione minima, cioè circa 611 euro. La differenza sarebbe quindi di circa 50-60 euro al mese. Un aumento non enorme, ma comunque significativo per chi si trova a percepire assegni molto bassi.

Va però ricordato che, per rendere davvero efficace un’estensione dell’integrazione al minimo, sarebbe probabilmente necessario intervenire anche su un altro aspetto: le soglie economiche richieste per accedere alla pensione di vecchiaia nel sistema contributivo. Oggi infatti, per andare in pensione a 67 anni, non bastano i 20 anni di contributi: l’importo della pensione deve essere almeno pari all’assegno sociale. Eliminare questo vincolo significherebbe permettere a tutti coloro che hanno maturato i requisiti contributivi di accedere alla pensione di vecchiaia, indipendentemente dall’importo dell’assegno.

Anche perché, se a 67 anni una persona non ha lavoro e si trova in difficoltà economica, può comunque accedere all’assegno sociale. Da qui la domanda che sempre più spesso viene posta: che senso ha lasciare tutto l’importo a carico dello Stato, quando almeno una parte potrebbe essere coperta dalla pensione maturata con i contributi versati dal lavoratore? Una questione che ora torna sul tavolo del legislatore, con la speranza che nei prossimi anni si possa arrivare a una soluzione capace di garantire a tutti una pensione almeno dignitosa.

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