Pensioni, lo stipendio è importante. Ecco come una retribuzione molto bassa può comportare lo slittamento del collocamento in quiescenza.
Gli stipendi in Italia sono sempre più bassi, il che preoccupa anche in vista dell’accesso alla pensione.
Perché pochi sanno che uno stipendio molto basso - inferiore a una certa soglia ufficializzata da poche settimane dall’Inps - incide non solo sull’importo, ma anche su quando si va in pensione.
Questo perché quando la retribuzione è inferiore alla soglia minima indicata dall’Inps, al lavoratore vengono riconosciuti dei contributi “parziali”: una settimana di lavoro, quindi, non dà diritto a una settimana piena di contribuzione, con la conseguenza che per raggiungere il requisito minimo - pari, ad esempio, a 20 anni per la pensione di vecchiaia - bisognerà lavorare più a lungo.
Nel peggiore dei casi, ciò porta a un rinvio del collocamento in quiescenza, con il lavoratore o la lavoratrice costretti ad attendere oltre i 67 anni, rischiando di andarci solo a 71 anni (e anche successivamente se consideriamo i prossimi adeguamenti legati alla speranza di vita).
Pertanto, è bene essere informati su quale dovrebbe essere lo stipendio minimo necessario perlomeno per assicurarsi il pieno riconoscimento dei contributi previdenziali.
Ma attenzione, perché lo stipendio non è importante solo per questo. Spesso si commette l’errore di vedere la pensione di vecchiaia come un traguardo che richiede esclusivamente il possesso di 20 anni di contributi, ma non è così: con il passaggio al sistema contributivo si è aggiunto infatti un ulteriore requisito, di tipo economico, secondo il quale il diritto alla pensione a 67 anni si matura solo se l’importo dell’assegno raggiunge almeno la soglia dell’assegno sociale.
In caso contrario, anche avendo maturato i contributi necessari, l’uscita dal lavoro slitta fino ai 71 anni, età alla quale è possibile accedere alla pensione contributiva senza vincoli sull’importo minimo.
Quanto devi guadagnare per il pieno riconoscimento dei contributi
Lavorare part-time potrebbe incidere - e non poco - sulla data in cui si va in pensione. Non è tanto l’orario di lavoro a fare la differenza, quanto lo stipendio percepito: se la retribuzione è troppo bassa, infatti, i contributi non vengono accreditati integralmente. In altre parole, lavorare un anno non significa automaticamente maturare un anno pieno di contributi. Ed è proprio qui che nasce il problema, soprattutto se si considera che per la pensione di vecchiaia servono almeno 20 anni di contributi, pari a 1.040 settimane.
Per il 2026, l’Inps ha fissato con la circolare n. 6 del 30 gennaio il cosiddetto minimale contributivo, ossia la soglia minima di retribuzione necessaria per ottenere il pieno accredito dei contributi.
Il riferimento è il trattamento minimo, pari a 611,85 euro mensili: il limite settimanale per vedersi riconosciuta una settimana piena di contribuzione è pari al 40% di questo importo, quindi circa 244,74 euro a settimana. Tradotto su base mensile, significa che servono circa 1.000 euro lordi al mese per non subire penalizzazioni.
Al di sotto di questa soglia scatta il meccanismo del riconoscimento parziale: l’Inps accredita meno settimane rispetto a quelle effettivamente lavorate. Così, a fronte di 12 mesi di lavoro, potrebbero essere riconosciute meno di 52 settimane. Nel lungo periodo questo produce un effetto molto rilevante: per raggiungere i 20 anni di contributi necessari per la pensione di vecchiaia serviranno più anni di lavoro.
Gli esempi aiutano a capire meglio. Con uno stipendio di 800 euro al mese (circa 9.600 euro l’anno), le settimane accreditate scendono a circa 39 all’anno: per arrivare a 20 anni di contributi non basteranno 20 anni di lavoro, ma ne serviranno oltre 26. Se lo stipendio scende a 600 euro al mese, le settimane riconosciute sono circa 29 all’anno: in questo caso potrebbero volerci più di 35 anni di lavoro per raggiungere il requisito minimo.
Quanto devi guadagnare per andare in pensione a 67 anni
Quanto bisogna guadagnare, invece, per essere sicuri di raggiungere il requisito economico minimo per l’accesso alla pensione di vecchiaia?
Per rispondere dobbiamo guardare a come funziona il sistema contributivo, che si applica interamente nei confronti di coloro che hanno un’anzianità contributiva successiva all’1° gennaio 1996.
Per loro la regola prevede che il diritto alla pensione a 67 anni si raggiunga con 20 anni di contributi e con un importo di pensione che sia almeno pari a quello dell’assegno sociale, pari a 546,24 euro nel 2026.
Ma come si raggiunge questa soglia? Il principio alla base del calcolo contributivo è quello secondo cui i contributi versati annualmente vengono rivalutati e trasformati in pensione attraverso un apposito coefficiente di trasformazione, che per coloro che vanno in pensione a 67 anni nel 2026 è pari al 5,608%.
A questo punto bisogna fare un passaggio a ritroso per capire quanto bisogna guadagnare per raggiungere i 546,24 euro mensili di pensione, pari a 7.101,12 euro l’anno (13 mensilità), necessari per andarci a 67 anni.
Sappiamo che il coefficiente è pari al 5,608%, quindi serve aver maturato un montante contributivo di circa 126.600 euro.
Con 20 anni di contributi significa che per ogni anno bisogna aver messo da parte almeno 6.330 euro di contributi.
Sappiamo che nel caso del lavoro dipendente i contributi sono pari al 33% della retribuzione, quindi per raggiungere il minimo contributivo richiesto serve uno stipendio medio di circa 19.200 euro lordi l’anno, ossia circa 1.470 euro lordi al mese (considerando 13 mensilità).
Anche uno stipendio leggermente più basso può essere sufficiente se si considera che i contributi versati vengono rivalutati nel tempo, aumentando quindi il montante contributivo.
Con 30 anni di contributi, invece, la media degli stipendi percepiti può essere anche più bassa. In questo caso, infatti, per raggiungere il montante minimo di circa 126.600 euro basta versare circa 4.220 euro di contributi l’anno, che corrispondono a una retribuzione di circa 12.800 euro lordi annui, ossia poco meno di 1.000 euro lordi al mese.
Cosa succede se non si raggiunge la soglia minima richiesta
Se gli stipendi sono molto bassi e non permettono di raggiungere la soglia minima richiesta, per il lavoratore non ci sono alternative.
Niente pensione a 67 anni: al massimo, se ne soddisfa i requisiti, potrà accedere all’assegno sociale e dovrà attendere i 71 anni di età (che nel frattempo potrebbero anche aumentare per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita) ricorrendo alla pensione di vecchiaia contributiva.
In quel caso di contributi ne servono appena 5 anni e non c’è una soglia minima economica da raggiungere: una via d’uscita che va in soccorso di coloro che, proprio a causa di stipendi troppo bassi, non hanno maturato né i contributi né l’importo minimo richiesto per la pensione di vecchiaia ordinaria.
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