Le masse ingenti di prestiti impiegate per alimentare la costruzione di infrastrutture di elaborazione, centri dati e modelli di intelligenza artificiale generativa hanno contribuito a spingere i costi di finanziamento a livelli paragonabili a quelli registrati all’epoca della crisi finanziaria.
In particolare, il rendimento del titolo del Tesoro americano con scadenza a 30 anni ha mantenuto una quotazione superiore al 5% per 29 giorni consecutivi nel corso del 2026, il periodo più lungo dal 2007, quando quel livello era stato superato per 50 sessioni di borsa.
Questo segnale viene interpretato dagli investitori come un campanello di allarme non soltanto per il debito pubblico degli Stati Uniti, ma soprattutto per le imprese del settore tecnologico che dipendono dal rifinanziamento continuo di passività elevate.
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Questa soglia del 5% sul tasso privo di rischio assume il ruolo di un possibile punto di rottura. Le società coinvolte nella corsa all’intelligenza artificiale, molte delle quali generano ancora flussi di cassa negativi o appena sufficienti a coprire le spese operative correnti, si trovano a dover confrontare il costo del proprio indebitamento con un livello di riferimento che rende più oneroso ogni nuovo collocamento di titoli obbligazionari o ogni rinnovo di linee di credito. L’analogia con le bolle debitorie del passato non è casuale: quando il costo del denaro privo di rischio si stabilizza stabilmente al di sopra di una certa soglia, le imprese altamente indebitate e ancora in fase di investimento pesante tendono a sperimentare tensioni di liquidità che possono rapidamente trasformarsi in crisi di rifinanziamento.
Nel caso attuale, il rischio appare amplificato dal fatto che una parte significativa delle risorse destinate all’intelligenza artificiale non proviene da utili trattenuti, ma da emissioni di obbligazioni e da strutture di finanziamento a medio e lungo termine che dovranno essere rinnovate in un ambiente di tassi strutturalmente più elevati. I grandi gruppi tecnologici hanno infatti programmato spese in conto capitale per circa 725 miliardi di dollari soltanto nel 2026, con un incremento del 77% rispetto ai 410 miliardi dell’anno precedente. Amazon prevede un esborso intorno ai 200 miliardi, Microsoft circa 190, Alphabet tra 175 e 185, mentre Meta si colloca tra 155 e 135 miliardi. Stime più aggiornate elevano il totale a 733 miliardi, con proiezioni per il 2027 vicine ai 939 miliardi.
OpenAI rappresenta un esempio emblematico di questa strategia. La società ha presentato piani di investimento ambiziosi la cui realizzazione poggia in misura rilevante sull’accesso al mercato del debito e ha previsto perdite fino a 14 miliardi di dollari per il 2026, a fronte di impegni infrastrutturali complessivi stimati in 1400 miliardi di dollari da qui al 2030. Non si tratta di un caso isolato. I grandi fornitori di servizi cloud gruppi come Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft e Oracle hanno incrementato in modo esponenziale le proprie emissioni obbligazionarie nel corso del 2026, raggiungendo collettivamente cifre dell’ordine di centinaia di miliardi di dollari.
Sei società particolarmente esposte all’intelligenza artificiale hanno collocato circa 182 miliardi di dollari di obbligazioni di alta qualità creditizia soltanto nei primi mesi dell’anno, un aumento di oltre il 1000% rispetto al periodo corrispondente dell’anno precedente. Alphabet da sola ha contribuito con 85 miliardi, mentre altre società come CoreWeave e operatori specializzati in infrastrutture di calcolo hanno visto allargarsi i propri contratti di protezione contro il rischio di insolvenza fino a livelli che in alcuni casi superano i 700 punti base, segnale di una crescente preoccupazione degli investitori riguardo alla capacità di generare ritorni sufficienti a giustificare il livello di leva finanziaria. Per Oracle i contratti di protezione a 5 anni hanno toccato valori non osservati dai mesi più bui della crisi del 2008.
Verso una nuova normalità per il debito pubblico e societario USA
La pressione non deriva soltanto dal volume delle emissioni, ma anche dalla concorrenza diretta che queste creano con il debito sovrano americano. L’aumento della spesa pubblica e il deterioramento del quadro fiscale degli Stati Uniti hanno già spinto al rialzo i rendimenti a lunga scadenza; a questo si aggiunge l’ondata di finanziamento legato all’intelligenza artificiale, stimata in oltre 500 miliardi di dollari di nuovo debito, che sottrae capitali al mercato obbligazionario e costringe gli investitori a richiedere premi di rendimento più elevati. Il risultato è un circolo potenzialmente vizioso: tassi più alti rendono più costoso il rifinanziamento delle imprese tecnologiche, le quali a loro volta devono emettere ancora più debito o accettare condizioni meno favorevoli, aggravando ulteriormente la pressione sui rendimenti di mercato.
In questo contesto, un tasso privo di rischio stabilmente intorno o superiore al 5% non rappresenta soltanto un dato statistico, ma un vero e proprio test di sostenibilità per l’intero modello di crescita basato sul debito che caratterizza la fase attuale della corsa all’intelligenza artificiale. I multipli di valutazione del listino tecnologico americano si attestano intorno a 24 volte gli utili attesi, un livello contenuto rispetto agli 86 volte raggiunti nel 2001, ma ciò non immunizza i mercati da una possibile rivalutazione del rischio di credito.
Il parallelo con le crisi debitorie precedenti non implica necessariamente un crollo imminente, ma invita a considerare con attenzione la differenza tra crescita finanziata da capitale azionario e crescita finanziata da debito in un ambiente di tassi elevati. Nelle fasi di tassi bassi, il costo del capitale era trascurabile e le imprese potevano permettersi di investire aggressivamente senza una immediata pressione sul conto economico. Con un rendimento del titolo del Tesoro a 10 e 30 anni prossimo o superiore al 5%, quella flessibilità si riduce drasticamente. Le banche centrali, pur non essendo direttamente responsabili del livello dei tassi a lunga scadenza, operano in un contesto in cui l’inflazione residuale e le dinamiche fiscali limitano la possibilità di un rapido ritorno a politiche monetarie accomodanti.
Di conseguenza, il test del 5% potrebbe rivelarsi non un evento isolato, ma l’inizio di una nuova normalità in cui il capitale destinato all’intelligenza artificiale dovrà dimostrare una capacità di generare ritorni più elevati e più rapidi di quanto previsto nei piani di investimento originari. Le proiezioni di spesa aggregata dei principali operatori puntano già a 1400 miliardi di dollari entro il 2028, una triplicazione rispetto ai livelli del 2025, intensificando ulteriormente la competizione per i capitali disponibili.