L’inflazione potrebbe tornare in forma peggiore. E l’oro non reagirebbe come credi

Tommaso Scarpellini

11 Agosto 2026 - 15:40

L’oro sale, l’inflazione torna, ma i tassi reali raccontano un’altra storia. Quello che sembra un rifugio sicuro potrebbe non esserlo nei momenti che contano davvero.

L’inflazione potrebbe tornare in forma peggiore. E l’oro non reagirebbe come credi

E se l’inflazione che sembrava sotto controllo stesse per tornare in una forma più aggressiva e persistente di quella che abbiamo già vissuto? In questo caso, sarebbe lecito chiedersi quali strumenti avremmo davvero a disposizione per difenderci. Ma sopratutto se l’oro, che molti considerano il rifugio naturale per eccellenza, reagirebbe come ci aspettiamo.

Quello che rende questa domanda più urgente del solito è che le condizioni che storicamente hanno preceduto i ritorni dell’inflazione sembrano oggi sovrapporsi in modo inquietante: la politica monetaria americana è in stallo, le aspettative di inflazione stanno risalendo trasversalmente anche tra chi tradizionalmente le sottostimava, e le aziende stanno trasferendo i costi sui prezzi finali con una frequenza che non si vedeva da anni.

E in questo scenario, l’oro potrebbe non muoversi affatto come ti aspetti.

Il contesto macro che nessuno vuole guardare in faccia

Il tasso di inflazione core PCE negli Stati Uniti si attesterebbe attualmente intorno al 3,3%, una soglia che storicamente i mercati iniziano a leggere come segnale di deriva strutturale difficile da ignorare. La Federal Reserve avrebbe adottato una strategia di «hold», ovvero il mantenimento dei tassi su livelli invariati in assenza di segnali chiari né di allentamento né di ulteriore stretta, una posizione che non sembrerebbe produrre i risultati attesi sul fronte della disinflazione.

I dati regionali delle banche Fed suggerirebbero che le imprese stiano ancora trasferendo costi sui prezzi al consumo, mentre le survey di Michigan e New York Fed rivelerebbero che anche le famiglie avrebbero ormai rivisto le proprie aspettative verso l’alto. Questo dettaglio non è secondario: le aspettative di inflazione tendono ad autoavverarsi, incorporandosi nei contratti salariali e nelle decisioni di prezzo prima ancora che l’inflazione si materializzi nei dati ufficiali.

Ed è in questi contesti che l’oro inizia a muoversi. Ma in quale direzione?

Perché l’oro non è quello che pensiamo che sia

Fin qui, il caso per un apprezzamento dell’XAUUSD sembrerebbe solido. Ed è esattamente qui che l’analisi si complica, e la complessità diventa la parte più importante da comprendere.

L’evidenza storica mostrerebbe che l’oro non risponde in modo lineare alla dinamica inflazionistica: in regime di inflazione moderata e sotto controllo percepito, il metallo tende a ignorare il fenomeno quasi completamente. La soglia critica sembrerebbe collocarsi intorno al 4% di inflazione, livello oltre il quale il mercato inizierebbe a interpretare la situazione come un errore sistemico di politica monetaria e a cercare rifugi in termini reali. Ci si troverebbe ancora leggermente al di sotto di quella soglia, ma la traiettoria potrebbe contare più del livello assoluto.

Il nodo irrisolto è che in uno scenario in cui l’inflazione accelera ma la Fed risponde con credibilità e rapidità, il risultato atteso non sarebbe una spirale stile ’79 ma piuttosto un regime prolungato di tassi reali elevati e crescita compressa. In quel contesto, l’oro si troverebbe in una posizione strutturalmente ambivalente: pressato dall’alto costo opportunità dei tassi nominali elevati, ma potenzialmente sorretto dalla debolezza del dollaro e dall’aumento del rischio recessivo.

I tassi reali: la variabile che comanda

Per capire la dinamica, occorre chiarire cosa siano i tassi reali e perché sembrerebbero comandare sul prezzo dell’oro molto più dell’inflazione nominale. Il tasso reale si otterrebbe sottraendo l’inflazione attesa dal rendimento nominale di un’obbligazione: quando questa differenza sale, detenere oro diventerebbe relativamente più costoso rispetto a un titolo che offre un rendimento positivo in termini reali. Il rendimento del TIPS decennale americano, che rappresenta proprio il tasso reale di mercato, risulterebbe essere uno dei fattori con la firma statistica più robusta nella spiegazione dei movimenti del prezzo dell’oro sull’orizzonte storico dal 1971 a oggi.

Il ragionamento a catena che molti saltano

Il quadro complessivo che emergerebbe potrebbe quindi essere sintetizzato così: l’inflazione potrebbe tornare in modo più persistente di quanto il mercato stia attualmente scontando, ma la reazione dell’oro dipenderebbe da una catena causale specifica che non sarebbe affatto garantita a priori. Se l’inflazione salisse ma la Fed rispondesse in modo credibile, i tassi reali potrebbero rimanere elevati o salire ulteriormente, comprimendo il potenziale rialzo del metallo. Se invece la Fed perdesse credibilità, oppure se l’inflazione si accompagnasse a un deterioramento della crescita e a una debolezza strutturale del dollaro, le condizioni per un rialzo dell’oro sarebbero molto più favorevoli. Non si tratterebbe di un dato acquisito, ma di un if concatenato a un altro if, con probabilità che si moltiplicano a ogni passaggio.

Quello che questa analisi suggerirebbe non è che l’oro sia uno strumento da accantonare, ma che affidarsi ad esso come risposta automatica a uno scenario inflazionistico potrebbe rivelarsi una semplificazione rischiosa, specialmente per chi avesse costruito una strategia di protezione del capitale su quella assunzione. L’oro funzionerebbe bene in determinati regimi finanziari, non in tutti gli scenari in cui l’inflazione è protagonista, e la differenza tra i due potrebbe essere sottile ma decisiva per il portafoglio.