Non Farm Payrolls +178.000 a marzo, più del triplo rispetto alle attese. Tagli tassi Fed ormai davvero finiti?

Laura Naka Antonelli

3 Aprile 2026 - 17:06

Occhio al trend dei Non Farm Payrolls USA, ovvero delle buste paga, nel mese di marzo, tra i fattori che decidono il trend dei tassi sui fed funds.

Non Farm Payrolls +178.000 a marzo, più del triplo rispetto alle attese. Tagli tassi Fed ormai davvero finiti?

Nel mese di marzo, i Non Farm Payrolls degli Stati Uniti sono saliti di 178.000 unità, valore superiore al triplo delle attese, che erano di un aumento dei nuovi posti di lavoro limitato a +60.000 unità.

Il tasso di disoccupazione USA è sceso dal 4,4% precedente al 4,3%, livello al di sotto del 4,4% stimato.

Wall Street oggi chiusa, rimandata la reazione al market mover dei Non Farm Payrolls

Il dato macroeconomico degli NFP, monitorato attentamente dalla Federal Reserve, è stato pubblicato nella giornata di oggi, venerdì 3 aprile, che vede diverse borse chiuse - tra cui Wall Street e Borsa Italiana - in occasione del Venerdì Santo.

Bisogna avere dunque un po’ di pazienza e attendere la prossima settimana per capire come la Borsa USA e Piazza Affari reagiranno alla pubblicazione di questo indicatore, considerato cruciale per anticipare le decisioni della Fed sui tassi.

Va ricordato infatti che la Banca centrale americana ha un doppio mandato: quello di garantire la massima occupazione e quello di assicurare la stabilità dei prezzi, dunque dell’inflazione.

Quest’ultimo target, non centrato neanche prima della guerra in Iran, rischia di continuare a confermarsi una sorta di Mission Impossible per la Fed, soprattutto per le pressioni rialziste che la guerra in Iran, con lo shock dei prezzi del petrolio, inevitabilmente eserciterà sull’inflazione: non solo degli States, come è emerso dal dato relativo all’inflazione dell’area euro pubblicato qualche giorno fa.

Dall’altro lato, la Federal Reserve, per ora ancora nelle mani del Presidente uscente Jerome Powell, deve garantire anche condizioni di salute ottimali del mercato del lavoro: di qui, l’importanza dei Non Farm payrolls, ovvero del trend delle buste paga negli USA.

Rebus tassi Fed risolto? I Non Farm payrolls tornano a presentare quadro solido per mercato lavoro USA

Il messaggio che è arrivato oggi con la pubblicazione del dato relativo ai Non Farm Payrolls. L’indicatore sembra smorzare la narrativa di una Fed alle prese con il seguente dilemma: da un lato un’inflazione che marcia ancora al rialzo, dall’altro un mercato del lavoro in affanno, come era emerso dai NFP di febbraio, che erano scivolati di ben 92.000 unità, facendo decisamente peggio rispetto al rialzo di 59.000 unità che era stato previsto dal consensus degli analisti.

Oggi si è appreso che quel dato è stato rivisto tra l’altro anche in ulteriore ribasso, visto che il dipartimento del Lavoro USA ha ampliato la perdita dei posti di lavoro di febbraio precedentemente comunicata, pari a -92.000 unità, a -133.000 unità.

Gli NFP di gennaio sono stati rivisti invece al rialzo a +160.000, rispetto ai +126.000 inizialmente resi noti (dopo il calo di dicembre, pari a -141.000 unità.

Nel complesso, il dipartimento ha annunciato di aver rivisto così al ribasso i dati degli ultimi due mesi di 7.000 unità.

Niente di particolarmente drammatico.

Riguardo al trend dei NFP dei diversi settori, nel mercato healthcare, le buste paga sono aumentate di 76.000 unità, rispetto alla flessione precedente di 28.000 unità.

Nel mercato delle costruzioni, sono stati creati 26.000 nuovi posti di lavoro, rispetto al calo precedente di 13.000 unità.

Nel mercato delle attività finanziarie, i Non Farm Payrolls sono scesi invece di 15.000 unità, rispetto al rialzo precedente di 2.000 buste paga.

Nel comparto trasporto e magazzinaggio la performace è stata di un aumento di 21.000 unità, rispetto al ribasso precedente di 49.000 unità.

Nel settore dei servizi professionali e delle imprese gli NFP sono saliti di 2.000 unità, in misura inferiore rispetto al balzo precedente di 7.000 unità.

Nessun alert inflazione da dato salari orari, ma occhio a prezzi petrolio e benzina

Riguardo alle altre voci del rapporto sull’occupazione annunciato oggi, occhio al trend del tasso di partecipazione alla forza lavoro, che ha rallentato il passo in misura molto lieve, dal 62% precedente al 61,9%.

I salari orari - parametro che dà indicazioni sulla performance dell’inflazione - sono aumentati inoltre dello 0,2% su base mensile, ritmo inferiore rispetto al +0,3% atteso, avanzando su base annua del 3,5%, meno del 3,7% previsto.

Così facendo, i salari hanno fatto rientrare in parte la paura di fiammate dell’inflazione legate alla guerra in Iran, che tuttavia non potranno essere escluse fino a quando non saranno resi noti dati più precisi sul trend dei prezzi negli USA durante il mese di marzo.

Va ricordato tra l’altro che le pressioni inflazionistiche possono in alcuni casi produrre un effetto sui prezzi non immediatamente visibile: per esempio, nell’aprile del 2025, l’inflazione USA crebbe del 2,3%, per poi volare del 3% nel mese di settembre.

Dall’inizio di quest’anno, l’inflazione degli States è rimasta pressocché stabile, attorno al 2,4%. La prova del nove arriverà con i prossimi dati, che incorporeranno la fiammata dei prezzi energetici, in particolare lo shock dei prezzi del petrolio, e non solo.

Basta pensare che negli Stati Uniti i prezzi della benzina hanno sfondato negli ultimi giorni la soglia di 4 dollari al gallone, per la prima volta in quattro anni.

Inoltre, nell’ultimo Fed Day è stato pubblicato un dato che ha suonato decisamente un campanello di allarme.

Tassi Fed, cosa ha detto di recente Jerome Powell

In ogni caso, la situazione attuale, caratterizzata da un livello di occupazione solido e da una inflazione che rimane ancora superiore al target del 2% della Fed, lascia supporre che la probabilità che i tagli dei tassi si ripresentino rimanga piuttosto bassa.

E d’altronde, in un discorso recente che ha fatto seguito al secondo Fed Day dell’anno, è stato lo stesso Presidente Jerome Powell a rassicurare i mercati, sottolineando che la banca centrale USA versa tuttora in una buona posizione e mostrandosi più preoccupato, piuttosto, per un altro problema che sta attanagliando l’economia degli Stati Uniti.

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