Petrolio, i mercati si stanno sbagliando. I prezzi reali hanno già sfondato quota $140, record da crisi 2008

Laura Naka Antonelli

3 Aprile 2026 - 09:48

I contratti WTI e Brent stanno riflettendo davvero la realtà? Il dubbio confermato dal numero uno di Chevron, mentre i veri prezzi a cui guardare hanno appena sfondato quota $140.

Petrolio, i mercati si stanno sbagliando. I prezzi reali hanno già sfondato quota $140, record da crisi 2008

Nuova impennata per i prezzi del petrolio, sulla scia dei timori per la guerra tra Stati Uniti e Iran rinfocolati dal discorso del Presidente americano Donald Trump.

Trump fa infiammare di nuovo i prezzi del petrolio, WTI schizza fino a quasi +12%

Nella giornata di ieri, 2 aprile 2026, il contratto WTI scambiato sul Nymex di New York con scadenza a maggio è volato di quasi il 12%, per chiudere la sessione a $112,06 al barile.

A schizzare anche i prezzi del contratto Brent con scadenza a giugno, in rally del 7,99%, a 109,24 dollari.

Il boom delle quotazioni dei due contratti ha gelato di nuovo il sentiment di mercato, zavorrando l’azionario globale, e rinfocolando la paura di uno scenario di prezzi del petrolio che arrivino a toccare addirittura quota $200, valore che ormai gli esperti di mercato non considerano più impensabile.

Ma i prezzi del petrolio che fanno più paura sono questi altri, volati fino a oltre $140, record da crisi 2008

Ma, a fare ancora più paura, è il trend di alcuni prezzi che sarà sfuggito a molti, ma non agli esperti del mercato petrolifero: si tratta dei prezzi spot del petrolio, che riflettono la domanda di carichi di Brent con consegna prevista entro un intervallo di 10-30 giorni; quelli, in sostanza, che le navi cargo sono disposte a pagare per ottenere immediatamente i barili da trasportare.

Pur rappresentando uno dei principali benchmark del mercato petrolifero - soprattutto per l’Europa e i mercati internazionali - questi prezzi tendono a rimanere in secondo piano, poiché gli investitori si concentrano maggiormente sull’andamento dei contratti futures, dunque sui contratti WTI crude oil e Brent crude oil, che riflettono le aspettative su quanto può accadere in futuro.

Ma ieri i loro livelli si sono presi inevitabilmente la scena, in quanto si sono infiammati fino a toccare quota $141,36 al barile, valore massimo dalla crisi finanziaria del 2008, stando ai dati monitorati da S&P Global.

La loro performance è tornata inoltre ad alimentare il dubbio, già espresso da alcuni addetti ai lavori che, nonostante le recenti e continue impennate, i contratti futures WTI e Brent non stiano riflettendo in modo appropriato i rischi di uno shock dell’offerta di petrolio, e che, praticamente, i mercati stianno sbagliando.

I mercati si stanno sbagliando, parla il CEO di Chevron

Riserve sull’affidabilità di quanto stanno scontando i contratti WTI e Brent sono state manifestate già dal CEO di Chevron Mike Wirth che ha detto chiaramente che i futures non stanno prezzando la gravità delle interruzioni delle consegne di petrolio dovute alla chiusura dello stretto di Hormuz.

Secondo Wirth, sul mercato il trading si starebbe basando di fatto su “ informazioni scarse ” e sulla “percezione” di uno scenario molto probabilmente più roseo di quanto la realtà giustifichi.

Ci sono prove molto reali, e fisiche , delle conseguenze della chiusura dello Stretto di Hormuz, che non credo che le curve dei futures sul petrolio stiano scontando a pieno”, ha avvertito il numero uno del gigante petrolifero USA Chevron, in una conferenza sull’energia organizzata da S&P Global.

Rischio shock prolungato offerta petrolio, il commento di PIMCO

Nel frattempo, del rischio di uno shock prolungato dell’offerta di petrolio hanno scritto Tiffany Wilding e Andrew DeWitt, rispettivamente economista e gestore di portafoglio di PIMCO.

I due esperti hanno avvertito che, “con il protrarsi del conflitto e della chiusura della rotta marittima i mercati dovranno sempre più interrogarsi su quando la situazione si trasformerà in un vero shock negativo dell’offerta, e non più in una semplice redistribuzione di reddito tra produttori e consumatori di energia”.

I commenti pesano come un macigno per le aziende e i consumatori di tutto il mondo che si chiedono fino a quando lo shock energetico scatenato dalla guerra in Iran andrà avanti.

Le tempistiche logistiche sono cruciali: con le ultime petroliere partite dallo Stretto di Hormuz a fine febbraio, i carichi stanno arrivando solo ora a destinazione. Servono circa 10-20 giorni per raggiungere l’Asia, 20-35 giorni per Europa e Africa, e 35-45 giorni per la costa del Golfo degli Stati Uniti”, hanno fatto notare Wilding e DeWitt, ricordando che “le scorte esistono, ma sono distribuite in modo disomogeneo”.

Si apprende al contempo che, “secondo l’AIE, le scorte nei Paesi OCSE potrebbero coprire circa 140 giorni di domanda ai livelli dello scorso anno, ma con forti differenze: alcuni Paesi, tra cui Messico, Australia, Irlanda e Regno Unito, dispongono di meno di due mesi di autonomia ”, mentre “ la capacità di stoccaggio in Medio Oriente si sta rapidamente esaurendo”.

Alla luce di quel rally che ha portato i prezzi spot per la consegna a 10-30 giorni, si fa più martellante il dubbio che i contratti WTI e Brent, alla fine, non stiano prezzando davvero quanto sta accadendo con la guerra USA-Iran.

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