Il rischio nascosto dello shock petrolifero che pochi stanno davvero valutando e potrebbe fare la differenza sui mercati.
La nuova crisi geopolitica in Medio Oriente sta riaccendendo uno dei timori più ricorrenti dell’economia globale: quello di uno shock energetico capace di alterare inflazione, crescita e politica monetaria. Gli analisti finanziari ammettono apertamente l’incertezza. Non sono esperti militari e, mentre il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran entra nella sua seconda settimana, è difficile prevedere se resterà un evento circoscritto oppure se evolverà in un vero terremoto per l’economia mondiale.
In questo contesto i mercati stanno reagendo soprattutto attraverso il timore di un nuovo ciclo di inflazione. Le tensioni nel Golfo Persico hanno infatti spinto il prezzo del greggio oltre i 90 dollari al barile, mentre gli investitori temono che una parte significativa della produzione mediorientale possa subire interruzioni. L’ipotesi più temuta riguarda il rischio per le rotte energetiche del Golfo e in particolare per lo Stretto di Hormuz, un passaggio strategico attraverso cui transita una quota enorme del petrolio mondiale.
Il risultato immediato è stato un forte movimento nei mercati obbligazionari globali. I rendimenti dei titoli di Stato sono saliti rapidamente perché gli operatori stanno ridimensionando le scommesse sui futuri tagli dei tassi d’interesse. Nel Regno Unito i gilt hanno registrato una delle peggiori settimane dalla crisi dei fondi pensione del 2022, mentre negli Stati Uniti il rendimento dei Treasury decennali è salito con il rialzo più significativo dall’ultima fase della guerra commerciale globale. [...]
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