Finita la pioggia di dividendi, Piazza Affari cambia gioco. Ecco 2 titoli azionari da tenere d’occhio

Gerardo Marciano

26 Maggio 2026 - 08:26

Dopo la grande stagione dei dividendi, Piazza Affari torna a guardare ai fondamentali. Leonardo e Fincantieri restano sotto osservazione per il potenziale indicato dagli analisti.

Finita la pioggia di dividendi, Piazza Affari cambia gioco. Ecco 2 titoli azionari da tenere d’occhio

Maggio, a Piazza Affari, è il mese delle cedole. E come ogni anno l’attenzione si è spostata quasi per riflesso sui dividendi: data di stacco, rendimento, accredito, effetto tecnico sull’indice. Il 18 maggio è stato il giorno clou: 22 titoli del FTSE MIB hanno staccato la cedola nella stessa seduta, con un impatto stimato sull’indice intorno al -1,51%. Una delle giornate più ricche dell’anno per gli azionisti e, insieme, un colpo tecnico al listino.

Poi, finita l’abbuffata, il mercato cambia lente. Perché la cedola non è valore creato: quando un titolo la stacca, il prezzo si aggiusta al ribasso per la stessa cifra distribuita. L’azionista incassa, ma l’azione «pesa» meno. Ecco perché, passato lo stacco, la domanda smette di essere «quanto rende?» e torna a essere quella vera: «quanto vale l’azienda?». Su questo terreno il confronto tra prezzo e target medio degli analisti torna utile, con tutti i suoi limiti. Il target price non è una promessa: è il riassunto delle attese del mercato professionale su utili, multipli e scenario di settore. Due nomi industriali, oggi, viaggiano con un potenziale teorico oltre il 30% rispetto ai target a dodici mesi. Storie diverse, però, e conviene tenerle separate.

1) Leonardo: crescita già riconosciuta, ma forse non ancora finita

Leonardo chiude il 22 maggio a 52,32 euro. Il target medio a un anno è 68,72 euro, cioè un potenziale del 31,35%, costruito su 18 analisti tra un massimo di 82 e un minimo di 61,50. Il consenso è schierato: tra chi esprime una raccomandazione, otto dicono «compra adesso», quattro «compra», sette «mantieni», nessuno «vendi». Dettaglio non banale, persino il target minimo (61,50) resta sopra il prezzo di Borsa.

Il punto è che Leonardo non è un titolo dimenticato. Negli ultimi anni ha cavalcato l’ondata su difesa, aerospazio e tecnologie strategiche, e i multipli lo dicono: prezzo/vendite a 1,52, valore d’impresa su EBITDA a 16,85, con circa 62,76 mila dipendenti a fine 2025. Non è un’azione a saldo. L’eventuale sottovalutazione non nasce da disattenzione del mercato, ma dalla scommessa che gli utili crescano ancora abbastanza da giustificare prezzi più alti.

E i numeri attesi una traiettoria in salita ce l’hanno: ricavi dai 19,34 miliardi del 2025 verso 21,88 nel 2026, 24,21 nel 2027, 26,39 nel 2028 e 28,53 nel 2029; utile per azione da 1,87 a 2,28, poi 2,76, 3,25 e infine 3,83 euro nello stesso arco. Se quella crescita arriva, i multipli di oggi diventano via via meno cari. Caro nella fotografia di adesso, ragionevole nel film dei prossimi anni: è questa la tesi del consenso.

Il grafico, però, invita a non correre. Il riepilogo degli indicatori è neutro: oscillatori fermi, medie brevi (EMA e SMA a 10 e 20 sedute) in vendita, medie lunghe (100 e 200) ancora in acquisto. Tradotto: tendenza di fondo costruttiva, consolidamento nel breve. Per chi guarda il titolo, inseguire il target conta meno che verificare, trimestre dopo trimestre, se ordini, ricavi e margini confermano le attese.

2) Fincantieri: più spazio sulla carta, ma il banco vuole vedere i margini

Fincantieri è un’altra cosa. Chiude a 11,610 euro, con un target medio di 16,665 e un potenziale del 43,55%, più ampio di quello di Leonardo, su 9 analisti (massimo 19, minimo 13,50). Anche qui nessuna raccomandazione di vendita: quattro «compra adesso», due «compra», quattro «mantieni».

Attenzione, però: un upside più alto non significa investimento migliore. Spesso vuol dire solo rischio percepito maggiore. Il prezzo/vendite, a 0,44, è molto più basso (EV/EBITDA a 15,33, circa 24,37 mila dipendenti) e a prima vista pare una valutazione poco esigente sui ricavi. Ma il fatturato, da solo, non basta a dire «sottovalutata».

Il nodo è la redditività. Fincantieri vive di grandi commesse, cicli lunghi, fabbisogni finanziari pesanti e margini che ballano. Per questo il mercato è più severo: non guarda il portafoglio ordini, guarda quanti utili e quanta cassa quegli ordini sanno generare. Le stime, va detto, indicano un miglioramento: ricavi da 9,04 miliardi nel 2025 a 9,33, 10,07, 10,98 e 11,75 entro il 2029; EPS da 0,39 a 0,44, poi 0,62, 0,82 e 1,11 euro. Se la redditività si normalizza davvero, il prezzo di oggi è basso. Resta un «se», e il passato di margini fragili spiega la prudenza.

Lo conferma il grafico, più nervoso. Gli oscillatori dicono «compra», ma il sommario generale è «vendi» e le medie mobili segnalano «vendi adesso»: il titolo sta sotto quasi tutte le medie di breve e medio periodo (dalla 10 alla 100) e tiene solo sulle più lunghe, la 200 e la Hull 9. Promette sulla carta, non ha ancora convinto sul grafico. Il mercato, insomma, aspetta le prove prima di pagare.

Due strade verso lo stesso «sconto»

Messe vicine, le due società raccontano due idee opposte di sottovalutazione. Leonardo è la crescita già in buona parte prezzata: multipli alti, visibilità di settore, trend di lungo ancora positivo; lo sconto esiste solo se utili e ricavi continuano a correre. Fincantieri è il recupero da dimostrare: prezzo basso, potenziale ampio, ma serve la prova che i margini reggano.

Anche il quadro tecnico le divide. Leonardo respira dentro una tendenza di fondo ancora valida; Fincantieri è debole nel breve e si aggrappa alle medie lunghe. Per chi investe non sono la stessa scommessa: la prima è una big strategica già valorizzata ma ancora in spinta, la seconda è una scommessa sull’esecuzione industriale e sul ritorno della redditività.

Cosa guardare da qui in avanti?

Finiti i dividendi, a Piazza Affari torna centrale la selezione. La cedola conta, ma non decide. A fare la differenza saranno le aziende che confermano i numeri: utili, ricavi, margini, visibilità. Per Leonardo la prova è tenere la rotta di crescita fino al 2029 senza che i multipli già pieni diventino una zavorra. Per Fincantieri è trasformare il fatturato in redditività stabile, perché è lì che si gioca quasi tutta la rivalutazione.

Un potenziale oltre il 30% non cancella i rischi: i target sono stime, e cambiano in fretta se si muovono tassi, costo del capitale, ordini o umore sul settore. Detto semplice: dopo l’abbuffata il mercato torna al suo mestiere, distinguere la cedola incassata dal valore ancora da riconoscere. Leonardo e Fincantieri non sono «compra a occhi chiusi», sono due modi diversi in cui il listino potrebbe cercare valore nella seconda metà dell’anno. Crescita che si vede già da una parte, redditività da ritrovare dall’altra.