Perché il governo può cadere prima del 12 gennaio (salvando 345 poltrone)

Il 12 gennaio 2020 scadrà il termine per chiedere un referendum in merito alla riforma del taglio dei parlamentari: se non arriverà nessuna richiesta, far cadere il governo Conte bis prima di quella data vorrebbe dire tornare al voto senza che la sforbiciata diventi già applicabile.

Perché il governo può cadere prima del 12 gennaio (salvando 345 poltrone)

C’è una data che nei corridoi parlamentari è segnata con il circoletto rosso: quella di domenica 12 gennaio 2020, giorno in cui scadranno i tempi per la consegna delle firme necessarie per chiedere un referendum in merito alla riforma del taglio dei parlamentari.

Lo scorso 8 ottobre la Camera ha approvato in maniera definitiva la sforbiciata di 230 deputati e 115 senatori, con il dem Roberto Giachetti che ha subito iniziato una raccolta firme a Palazzo Madama per chiedere un referendum.

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Al momento però il senatore del Partito Democratico non è riuscito ancora a trovare l’appoggio di almeno altri 64 colleghi. Se il tentativo di Giachetti non dovesse andare in porto, alle prossime elezioni gli italiani saranno chiamati a eleggere 345 parlamentari in meno.

Nel caso però di una crisi di governo prima del 12 gennaio, con conseguente scioglimento delle Camere da parte del Presidente Mattarella, si voterebbe in primavera con l’attuale sistema elettorale quindi senza il taglio dei parlamentari.

Considerando che la neonata maggioranza giallorossa sembrerebbe essere già arrivata al capolinea visti i continui litigi in pratica su ogni dossier in discussione, una volta approvata prima di Natale la legge di Bilancio 2020 potrebbe calare il sipario sul governo Conte bis.

La questione del taglio dei parlamentari

L’attuale situazione politica nostrana sembrerebbe essere un intricato e machiavellico puzzle dove, tutti i vari partiti presenti in Parlamento, più che al bene del Paese sono interessati al proprio tornaconto.

Con l’approvazione definitiva del taglio dei parlamentari nella prossima legislatura ci saranno 230 deputati e 115 senatori in meno. Questo vuol dire che gli attuali onorevoli avranno molte meno certezze di essere rieletti, con gli spazi per le new entry che dovrebbero essere minimi.

Gli unici due partiti poco interessati da questa problematica sono la Lega e Fratelli d’Italia, visto che la loro crescita negli ultimi sondaggi dovrebbe garantirgli più seggi rispetto a quelli attuali nonostante la sforbiciata.

Per tutti gli altri invece sarà molto dura, compresi i quattro attuali partiti di governo. Visto che nessun comitato popolare sta raccogliendo firme per proporre un referendum riguardo la riforma del taglio dei parlamentari, ci sarà una consultazione soltanto se entro il 12 gennaio ci saranno 65 senatori disposti a presentare loro una richiesta.

Al momento non sarebbero essere più di 50 i senatori firmatari. Se non si arriverà a 65 prima della deadline, allora la riforma verrà pubblicata in Gazzetta con il governo che dovrà rivedere almeno la composizione dei collegi, anche se l’intenzione della maggioranza sarebbe quella di riscrivere da capo la legge elettorale.

Il governo cade prima del 12 gennaio?

L’unica certezza riguardo il sistema di voto è che, senza la richiesta di un referendum, alle prossime elezioni verranno eletti in totale 600 parlamentari invece che gli attuali 915. Ci potrebbe essere però un modo per rimandare questa sforbiciata.

Se le Camere dovessero essere sciolte prima del 12 gennaio, si voterebbe con l’attuale Rosatellum e di conseguenza non sarebbe ancora in vigore il taglio previsto dalla riforma approvata lo scorso ottobre.

Il dilemma a riguardo è tutto dei partiti di governo, con Forza Italia spettatrice interessata. L’attuale maggioranza sta insieme obtorto collo, spaccandosi su qualsiasi misura tanto che manca qualsiasi prospettiva sull’indirizzo della azione politica futura.

Fermo restando che come ribadito più volte da Mattarella il Conte bis sarà l’ultimo esecutivo di questa legislatura, la maggioranza è di fronte al classico bivio: cercare di tirare avanti il più possibile ben saldi sulle poltrone che contano, oppure staccare la spina al governo prima che i sondaggi diventino ancor più negativi.

Andare al voto con il taglio dei parlamentari sarebbe però un bagno di sangue per 5 Stelle e PD, con Italia Viva viste le attuali percentuali attribuite che riuscirebbe a portare in Parlamento soltanto una manciata di deputati e senatori.

Se il governo deve cadere quindi è meglio che cada prima del 12 gennaio, appena dopo aver approvato la legge di Bilancio. Sarebbe un modo modo questo per i big pentastellati per ottenere una delega a un terzo mandato vista la brevità del secondo.

Il Partito Democratico invece si presenterebbe più libero alle fondamentali elezioni regionali in Emilia Romagna del 26 gennaio, che in caso di vittoria del centrodestra potrebbe portare ugualmente a una caduta del Conte bis.

Avrebbe i suoi buoni motivi per andare subito al voto anche Matteo Renzi, al momento al centro di feroci polemiche per l’indagine sulla fondazione Open e in pratica in campagna elettorale fin dal momento della nascita di Italia Viva.

Senza una prospettiva di lunga durata, per i partiti di maggioranza sarebbe molto più conveniente far cadere il governo prima del 12 gennaio che non dopo, altrimenti non rimarrebbe che strascinarsi mestamente fino al 2023 momento in cui Matteo Salvini vincerebbe le elezioni con percentuali bulgare ottenendo a quel punto veramente i “pieni poteri”.

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