Gli Stati Uniti sono già in recessione?

Redazione Money Premium

9 Settembre 2025 - 07:42

Per molti settori l’economia americana rallenta: costruzioni e manifattura arretrano, l’AI e la sanità trainano la crescita, ma le disuguaglianze si allargano

Gli Stati Uniti sono già in recessione?

Negli Stati Uniti il dibattito sulla recessione è tornato a occupare il centro della scena. La definizione ufficiale spetta al National Bureau of Economic Research (NBER), che descrive una recessione come un calo significativo e diffuso dell’attività economica per un periodo di almeno alcuni mesi. Tuttavia, anche se gli ultimi dati sul PIL indicano ancora una crescita positiva, i segnali provenienti dal mercato e dalla società americana raccontano una storia diversa e molto meno rassicurante.

Gli indicatori utilizzati dal NBER mostrano debolezza, ma non ancora un crollo tale da giustificare una dichiarazione formale. L’economista Pascal Michaillat, dell’Università della California, ha però stimato con un modello basato su oltre un secolo di dati occupazionali una probabilità del 71 per cento che gli Stati Uniti fossero già in recessione a maggio. Secondo lui, il mercato del lavoro fornisce un termometro più affidabile della situazione: il calo dei posti vacanti e l’aumento della disoccupazione segnalano un malessere diffuso, ben prima che i dati ufficiali lo riconoscano.

A livello settoriale, la situazione è fortemente divergente. Le costruzioni rallentano, con la contrazione delle attività residenziali e manifatturiere compensate solo in parte dalla crescita dei data center. Anche la manifattura, messa sotto pressione dai dazi commerciali e dai costi elevati, vive una fase difficile soprattutto nel Midwest e nella Rust Belt. L’agricoltura è colpita dalla volatilità dei mercati e dalla contrazione delle esportazioni, mentre comparti come la tecnologia, la sanità e l’immobiliare resistono e in alcuni casi crescono. In particolare, l’intelligenza artificiale è diventata uno dei principali motori della domanda, con epicentri lungo la costa californiana, nelle grandi città del Texas e nel corridoio Boston-Washington. Senza il contributo degli investimenti legati all’AI, il PIL statunitense avrebbe registrato un ritmo di crescita dimezzato.

La sanità rappresenta un altro pilastro inatteso della crescita. Dall’inizio del secondo mandato di Trump, oltre l’80 per cento dei nuovi posti di lavoro creati proviene dal settore sanitario e assistenziale. Non si tratta tanto di un boom di innovazione, quanto di una risposta strutturale al fabbisogno crescente di servizi. Se i dati occupazionali del comparto fossero esclusi, gli ultimi report del Bureau of Labor Statistics avrebbero mostrato un saldo negativo.

Sul piano geografico, anche la distribuzione della recessione è disomogenea. Stati come California, Texas e New York, che insieme rappresentano circa un terzo del PIL americano, mostrano maggiore stabilità, sostenuti dalla concentrazione di settori dinamici e di capitale finanziario. In molte altre aree, soprattutto rurali e industriali, la contrazione è invece evidente. Secondo Mark Zandi di Moody’s Analytics, circa un terzo degli stati americani si trova già in recessione o a rischio immediato di entrarci.

Le difficoltà emergono chiaramente anche osservando i consumi. La spesa delle famiglie, che costituisce due terzi dell’economia americana, si è indebolita nel corso dell’anno. Ma non tutte le famiglie vivono la stessa realtà. I nuclei a basso reddito, più esposti all’impatto dei tassi di interesse elevati e alla stagnazione dei settori tradizionali, riducono la loro capacità di spesa. Al contrario, i redditi più alti, sostenuti dall’effetto ricchezza dei mercati finanziari e dal boom dell’AI, continuano a trainare la domanda interna. Ne risulta un’economia a due velocità, in cui il benessere dei ceti abbienti contrasta con le difficoltà crescenti di milioni di famiglie.

Alla luce di questi elementi, la domanda se gli Stati Uniti siano in recessione appare riduttiva. Il Paese vive piuttosto una recessione parziale, con settori e regioni in crescita e altri in contrazione. L’assenza di un verdetto ufficiale del NBER non elimina il fatto che vaste aree stiano già sperimentando condizioni recessive. In un sistema complesso e frammentato come quello americano, il confine tra crescita e crisi non è mai netto. Parlare di recessione come categoria unica rischia di oscurare le profonde divergenze che attraversano l’economia e la società statunitense.

La vera questione, dunque, non è stabilire se gli Stati Uniti siano entrati in recessione, ma comprendere chi, al loro interno, vive già questa condizione e chi invece riesce a resistere grazie ai nuovi motori della crescita.