Quali sono le conseguenze di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina sull’economia mondiale? Dopo una scossa iniziale si avvierà un nuovo sentiero di crescita globale, che escluderà però gli USA dal commercio internazionale.
Al di là del rimbalzo eccezionale dei listini americani, dopo che Trump ha avviato una pausa di 90 giorni prima di applicare le nuove tariffe sui dazi.
Direi che la guerra commerciale su vasta scala tra Cina e Stati Uniti è oramai iniziata, dopo che il presidente Donald Trump ha imposto tariffe superiori al 120% sulle importazioni di beni cinesi e dopo che la Cina ha risposto in pari misura, oggi 10 aprile.
La Cina ha dichiarato che «combatterà fino alla fine» piuttosto che capitolare a ciò che vede come una coercizione degli Stati Uniti. I cinesi parlano meno di quanto parla Trump ma, nel tempo, agiranno di più.
Cosa significa questo conflitto commerciale in escalation per l’economia mondiale?
Innanzitutto: quanto vale il commercio bilaterale USA-Cina?
Il commercio di beni tra le due potenze economiche ha raggiunto circa 585 miliardi di dollari l’anno scorso. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno importato molto di più dalla Cina (440 miliardi di dollari) di quanto la Cina abbia importato dall’America (145 miliardi di dollari). Ciò ha lasciato gli Stati Uniti con un deficit commerciale con la Cina - la differenza tra ciò che importa ed esporta - di 295 miliardi di dollari nel 2024. Un deficit commerciale considerevole, equivalente a circa l’1% dell’economia statunitense. Ma è sicuramente meno della cifra di 1 trilione di dollari che Trump ha ripetutamente affermato questa settimana.
Trump aveva già imposto tariffe significative alla Cina durante il suo primo mandato come presidente. Queste tariffe sono state mantenute e aumentate dal suo successore Joe Biden. Insieme, queste barriere commerciali hanno contribuito a ridurre la quota dei beni che gli Stati Uniti importavano dalla Cina dal 21% del totale delle importazioni americane nel 2016 al 13% dell’anno scorso.
La dipendenza degli Stati Uniti dalla Cina per il commercio è diminuita - anche se non molto - nell’ultimo decennio. Tuttavia, gli analisti sottolineano che alcune esportazioni di beni cinesi verso gli Stati Uniti sono state reindirizzate sempre negli USA, ma attraverso i Paesi del sud-est asiatico.
Ad esempio, l’amministrazione Trump ha imposto tariffe del 30% sui pannelli solari importati dalla Cina nel 2018. Ma il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha presentato prove nel 2023 che i produttori cinesi di pannelli solari avevano spostato le loro operazioni di assemblaggio dei pannelli medesimi in stati come Malesia, Thailandia, Cambogia e Vietnam per poi, da lì, spedire i prodotti finiti negli Stati Uniti, eludendo efficacemente le tariffe.
Le nuove tariffe reciproche del 2025 imposte da Trump su quei Paesi aumenteranno il prezzo medio negli Stati Uniti di una vasta gamma di beni che originano in Cina. Questo significa che l’imprenditore americano perderà di competitività nel resto del mondo. Trump, senza saperlo, sta peggiorando il “pricing power” dei produttori statunitensi per i prossimi 10 anni nel contesto internazionale.
La bilancia commerciale tra Cina e USA
Ma poi, nel particolare, che cosa importano gli Stati Uniti dalla Cina e viceversa?
Secondo un’analisi Bloomberg, nel 2024 la categoria più grande di esportazioni di beni dagli Stati Uniti alla Cina erano i semi di soia, utilizzati principalmente per nutrire i circa 440 milioni di maiali della Cina. Gli Stati Uniti hanno anche inviato prodotti farmaceutici e petrolio alla Cina.
Andando nella direzione opposta, dalla Cina agli Stati Uniti c’erano grandi volumi di elettronica, computer e giocattoli. Sono state esportate anche grandi quantità di batterie auto, vitali per i veicoli elettrici. La categoria più grande di importazioni statunitensi dalla Cina sono gli smartphone, che rappresentano il 9% del totale. Una grande proporzione di questi smartphone è prodotta in Cina per Apple, multinazionale con sede negli Stati Uniti.
Ed è per questo che le tariffe statunitensi sulla Cina sono state uno dei principali contributori al calo del valore di mercato di Apple nelle ultime settimane, con il prezzo delle sue azioni in calo del 20% nell’ultimo mese.
Tutti gli articoli importati negli Stati Uniti dalla Cina erano già destinati a diventare considerevolmente più costosi per gli americani a causa della tariffa del 20% che l’amministrazione Trump aveva già imposto a Pechino. Ora che la tariffa è salita al 104%, l’impatto potrebbe essere cinque volte maggiore. E se le cose non cambiano, è meglio stare alla larga dalle azioni Apple, ignorando i prezzi attuali che ad alcuni potrebbero sembrare allettanti. E anche le importazioni statunitensi in Cina aumenteranno di prezzo a causa delle tariffe di ritorsione di Pechino, danneggiando in ultima analisi i consumatori cinesi in modo simile.
Ma, oltre alle tariffe, ci sono altri modi per queste due nazioni di tentare di danneggiarsi a vicenda attraverso il commercio.
La Cina ha un ruolo centrale nella raffinazione di molti metalli vitali per l’industria, dal rame e litio alle terre rare. Pechino potrebbe porre ostacoli affinché questi metalli raggiungano gli Stati Uniti. Una strategia che ha già messo in atto nel caso di due materiali - germanio e gallio -, utilizzati dai militari nella termografia (tecnica di diagnostica che sfrutta l’energia termica irradiata da un corpo per ottenere immagini termiche) e nei radar.
Per quanto riguarda invece gli Stati Uniti, potrebbero tentare di stringere il blocco tecnologico sulla Cina iniziato da Joe Biden rendendo più difficile per Pechino importare i microchip avanzati - vitali per applicazioni come l’intelligenza artificiale - che ancora non può produrre in autonomia. Il consigliere commerciale di Donald Trump, Peter Navarro, ha suggerito questa settimana che gli Stati Uniti potrebbero fare pressione su altri Paesi, tra cui Cambogia, Messico e Vietnam, affinché non commercino con la Cina se vogliono continuare a esportare negli Stati Uniti. Tuttavia, l’esperienza Deepseek ha dimostrato che la Cina può produrre server dedicati all’intelligenza artificiale altrettanto potenti con chip Nvidia anteriori all’H100. E quindi può aggirare allegramente il problema.
Quali influenze sugli altri Paesi?
Gli Stati Uniti e la Cina insieme rappresentano una quota di PIL talmente grande dell’economia globale - circa il 43% quest’anno, secondo il Fondo Monetario Internazionale - che non possono essere sottovalutate.
Se dovessero impegnarsi in una guerra commerciale totale che rallentasse la loro crescita, o addirittura li spingesse in recessione, ciò probabilmente danneggerebbe - anche se momentaneamente - le economie di altri Paesi sotto forma di una crescita globale più lenta.
Anche gli investimenti globali probabilmente ne risentirebbero. Ma a farne le spese sarebbe l’America e non la Cina nel lungo periodo. Perché l’effetto sostituzione nei rapporti commerciali da parte della Cina porterebbe quest’ultima ad espandere i volumi di commercio con il resto del mondo in modo tale da compensare i volumi persi con gli USA a causa dei dazi. Per l’America, invece, l’effetto sostituzione non si verificherebbe, perché l’America ha aumentato i dazi a tutto il resto del mondo e ha ottenuto che il resto del mondo aumenterà i dazi contro di lei, isolandola.
In poche parole, mentre la Cina potrebbe comunque garantirsi la supremazia nel commercio internazionale, l’America è destinata inevitabilmente verso un lungo declino economico. Come ha già scritto Federico Rampini sul Corriere della Sera, e come ha ribadito Mohammad El Erian in un’intervista su Cnbc di oggi, anche se le imprese straniere iniziassero ad aprire fabbriche in USA (questo è l’intento di Trump con la guerra sui dazi) il problema sarebbe trovare manodopera specializzata nel settore manifatturiero da utilizzare nelle fabbriche.
Dopo 30 anni di globalizzazione, cioè dopo anni e anni di chiusura delle fabbriche in USA, le aziende straniere dovrebbero formare adeguatamente nuovi operai specializzati in grado di lavorare stabilmente in impianti di componentistica elettronica, componentistica industriale, servizi di assistenza post-vendita ecc. Ci vorrebbero anni prima di ottenere il risultato occupazionale voluto da Trump. E nel frattempo le aziende americane che prima importavano componentistica a basso prezzo dalla Cina o da Taiwan o dall’India si ritroverebbero a dover fronteggiare scarsità dei prodotti che dovrebbero comprare a prezzi più alti a causa dei dazi. In poche parole, l’America ora ha più bisogno della Cina che non di quanto la Cina abbia bisogno dell’America.
Mettiamo meglio a fuoco le conseguenze potenziali della guerra dei dazi.
La Cina è la più grande nazione manifatturiera del mondo e produce molto più di quanto la sua popolazione consumi a livello domestico. Sta già gestendo un surplus della bilancia commerciale di quasi 1 trilione di dollari, il che significa che sta esportando più beni al resto del mondo di quanto ne importi. E spesso un’azienda cinese produce quei beni a un costo inferiore al vero costo di produzione locale, grazie a sussidi fiscali domestici, come defiscalizzazione degli utili reinvestiti, e supporto finanziario statale, come prestiti a basso costo.
La produzione di acciaio è un esempio di questo fenomeno. C’è il rischio che se tali prodotti non potessero entrare negli Stati Uniti, le aziende cinesi potrebbero cercare di «scaricarli» all’estero. Nell’immediato ciò potrebbe essere vantaggioso per alcuni consumatori, ma potrebbe anche danneggiare i produttori in altri Paesi minacciando posti di lavoro e salari.
Gli impatti di ricaduta di una guerra commerciale totale tra Cina e Stati Uniti si farebbero sentire - anche se di minore intensità - a livello globale, ma con una nuova spinta alla globalizzazione che lascerebbe fuori gli USA dal contesto economico internazionale.
È proprio quello che vuole Trump? Non credo. Anche lui, prima o poi, dovrà rassegnarsi a trovare un accordo con la Cina. Se non altro lo spingeranno a farlo i prossimi sondaggi elettorali. Se non ci riescono i suoi consiglieri a fargli cambiare idea, ci riusciranno sicuramente i suoi elettori, perché le Mid Term elections del novembre 2026 non sono poi così tanto lontane.