Nel dibattito contemporaneo sui mercati finanziari torna ciclicamente una domanda tanto semplice quanto insidiosa: è il momento giusto per tornare a comprare azioni? La risposta, come spesso accade, non risiede nei titoli dei giornali o negli eventi geopolitici, ma in una dinamica più profonda che riguarda il comportamento degli investitori e la loro percezione del rischio.
Negli ultimi mesi, ad esempio, l’indice S&P 500 ha registrato una flessione relativamente contenuta, nell’ordine del 5-9% dai massimi recenti, mentre il Nasdaq ha mostrato una correzione solo leggermente superiore. Numeri che, presi isolatamente, non suggeriscono un vero panic selling, ma piuttosto una fase di aggiustamento. Eppure, nello stesso periodo, i dati sui flussi mostrano un cambiamento significativo: secondo sondaggi tra gestori globali, si è osservato il più rapido aumento delle allocazioni in liquidità dal 2020, segno di un atteggiamento difensivo crescente.
Negli ultimi anni si è consolidata una sorta di fascinazione per le crisi, quasi fossero una componente inevitabile e persino utile del sistema. Manager e politici non sempre le temono davvero: le crisi offrono una narrazione, un contesto in cui gli errori passati vengono nascosti o giustificati. Questo atteggiamento è ancora più evidente nel mondo degli investimenti, dove gli operatori sembrano talvolta accogliere con sollievo eventi imprevisti che possano spiegare performance deludenti.
Per molti gestori, infatti, il peggior scenario non è una crisi improvvisa, ma una situazione di incertezza prevedibile. Quando tutti riconoscono che le valutazioni sono elevate o che un settore è sopravvalutato, il rischio di essere gli ultimi a uscire diventa concreto. In questi casi, la responsabilità delle perdite è difficile da scaricare. Al contrario, gli shock macroeconomici inattesi offrono una copertura perfetta: eventi imprevedibili che giustificano ribassi e scelte sbagliate.
Questa dinamica si è vista più volte nella storia recente. Durante la bolla dotcom, ad esempio, molte società tecnologiche trattavano a multipli superiori a 50 volte i ricavi, mentre oggi i grandi nomi dell’intelligenza artificiale si muovono spesso sopra le 30 volte gli utili attesi. Numeri elevati, ma non senza precedenti. Anche prima della crisi del 2008, molte banche operavano con leve superiori a 30 volte il capitale, un livello che oggi verrebbe considerato estremamente rischioso.
È proprio questa tendenza che porta gli investitori a non ammettere mai di aver pagato troppo. Ogni crollo viene attribuito a un evento scatenante — una guerra, una pandemia, una decisione politica — ma il vero nodo resta la presenza di una bolla. L’evento è solo il fattore che la fa esplodere, non la causa originaria.
Oggi il contesto globale sembra riproporre lo stesso schema. Le tensioni geopolitiche stanno influenzando i mercati anche attraverso i dati: il prezzo del petrolio ha registrato rialzi a doppia cifra percentuale in poche settimane, mentre le aspettative sui tassi di interesse si sono spostate, con i mercati che ora prezzano meno tagli rispetto a inizio anno. Questo ha un impatto diretto sulle valutazioni, perché tassi più alti riducono il valore attuale degli utili futuri.
In realtà, molti segnali indicano che gli investitori stanno adottando un atteggiamento più prudente. Il ritorno alla liquidità e la riduzione dell’esposizione azionaria riflettono un disagio crescente, alimentato non solo dagli eventi ma anche dalla consapevolezza che alcune aree del mercato restano costose. Le azioni statunitensi, ad esempio, trattano ancora intorno a 19-20 volte gli utili attesi, sopra la media storica di lungo periodo che si aggira tra 15 e 16 volte.
Al tempo stesso, altre regioni appaiono più interessanti. Il mercato giapponese, rappresentato dal Topix, è passato da circa 13 volte gli utili attesi a oltre 19 volte all’inizio del 2025, per poi scendere intorno a 17,5. Un livello ancora superiore alla sua media decennale. Diverso il caso del FTSE 100 e dei mercati asiatici ex Giappone, che oggi trattano intorno a 13 volte gli utili, sotto le loro medie storiche che si collocano tra 14 e 16.
Questa divergenza apre opportunità ma anche interrogativi. I mercati emergenti, ad esempio, mostrano sconti ancora più marcati rispetto alla storia, con multipli inferiori del 10-20% rispetto alle medie di lungo periodo. Tuttavia, questi sconti potrebbero riflettere rischi reali, come una crescita più debole o instabilità politica.
Questa è la questione centrale. Se i prezzi hanno già incorporato il rallentamento economico, allora alcune aree potrebbero offrire valore. Ma se gli utili attesi devono ancora essere rivisti al ribasso — anche solo del 5-10% — allora i rapporti prezzo/utili rischiano di essere un’illusione, una metrica che non riflette pienamente la realtà.
Di fronte a questo scenario, la tentazione di restare alla finestra è comprensibile. Le notizie quotidiane contribuiscono a creare un clima di incertezza che può influenzare le decisioni anche degli investitori più esperti. Eppure, è proprio in questi momenti che diventa essenziale distinguere tra rumore e fondamentali.
La storia insegna che i mercati non scendono solo a causa degli eventi, ma soprattutto perché erano saliti troppo prima. Ignorare questo principio significa rischiare di ripetere gli stessi errori ciclicamente. Per questo motivo, la decisione di tornare a investire in azioni non dovrebbe basarsi sulle notizie del giorno, ma su un’analisi rigorosa delle valutazioni e delle prospettive di lungo periodo.
La vera domanda non è se comprare durante una crisi, ma se si sta pagando un prezzo ragionevole per il valore sottostante. Solo rispondendo a questo interrogativo è possibile evitare di confondere le cause con gli effetti e prendere decisioni più consapevoli.