Qualche fredda cifra. Meno 69% da inizio anno, -40% da fine ottobre e -12,5% da inizio settimana. E poi, tredici sedute di calo consecutive a generare la peggiore striscia negativa di sempre e, dulcis in fundo, un ulteriore -5% odierno che porta il valore del titolo solo del 7% al di sopra del prezzo fissato per la right issue da 2,4 miliardi di dollari.
Andamento storico della performance del titolo di Credit Suisse
Fonte: Bloomberg
Signore e signori, può sembrare di essere alla visione di Scherzi a parte ma stiamo parlando di Credit Suisse. E tanto per testimoniare come la sola giornata odierna abbia inanellato una serie di news negative solitamente ascrivibili ad almeno l’arco temporale di un mese, ecco la carrellata del giorno:
Credit Suisse shares slip for the 13th straight day, marking their longest run of losses ever https://t.co/DO4TKG34gU
— Bloomberg (@business) December 1, 2022
Credit Suisse is cutting at least a third of its debt sales positions globally as part of a restructuring that will eliminate thousands of jobs https://t.co/97891haH9L
— Bloomberg (@business) December 1, 2022
Outflows at Credit Suisse have partially reversed - chairman https://t.co/wFFO7i94fF pic.twitter.com/xJlI5VKGkO
— Reuters Business (@ReutersBiz) December 1, 2022
qualcosa non torna. Perché avendo raggiunto 449 punti base di credit default swap a 5 anni dai 405 solo di 24 ore prima, oggi Credit Suisse è di fatto la candidata numero uno al ruolo di potenziale Lehman europea. Giova infatti ricordare come pochi giorni prima del ferale weekend del 13-14 settembre 2008, il cds della banca d’affari newyorchese fosse a 610. Più alto, certamente. Ma non in maniera siderale.
Andamento comparato dei credit default swaps delle principali banche sistemiche
Fonte: Bloomberg
Ora, se appare non totalmente lunare che analisti e anche parte della stampa possano voler evitare eccessivi attacchi ed eco mediatica proprio prima della right issue, qualcosa comincia comunque a non rispondere più a logiche di ordinaria fase emergenziale. Perché mentre il Wall Street Journal annunciava l’addio anche del Secondary Executive, Jeremy Duksin, ecco che nei meandri delle notizie da occultare compariva questo:
Lancio relativo all’aumento overnight dei tassi sui prestiti corporate di CS
Fonte: Bloomberg
se confermato, difficilmente si potrebbe derubricare a normale procedura da tempi di ristrutturazione: un aumento overnight del tasso applicato a un’azienda, passato dal 2% al 4,7% con la medesima modalità con cui Giuliano Amato nel luglio del 1992 si intrufolò nei conti correnti degli italiani, equivale al fondo del barile.
E proprio i conti correnti fanno paura. Perché per quanto il CeO addossi alla social networks storm gli outflows di capitali, qui stiamo parlando di 88,3 miliardi di dollari ritirati solo nel quarto trimestre ancora da chiudersi, di cui 66,7 miliardi dalla divisione di wealth management. Ovvero, clienti top. Non solo benestanti ma anche, con ogni probabilità, non totalmente all’oscuro delle dinamiche di mercato e finanza. Se scappano loro, qualcosa non va.
Ma sicuramente, tutto andrà bene. Sicuramente la right issue sarà un successo. Sicuramente i fondi del Qatar romperanno gli indugi e si tramuteranno in cavalieri bianchi. Sicuramente. Ma giova ricordare come la Banca centrale svizzera (SNB) abbia attinto solo nel mese di novembre a qualcosa come 11 miliardi di dollari dalle swap lines estere della Federal Reserve. Chiaramente, operazioni emergenziali rese necessarie per tappare falle che si aprivano in continuazione. E ovunque.
Nonostante tutto questo, la situazione a oggi è quella appena descritta. Qualcuno, resosi conto della spirale autoalimentante ormai fuori controllo, sta giocando la carta del fait accompli, ovvero porre il mercato di fronte al fatto compiuto di un evento di credito sistemico, obbligando chi di dovere a intervenire con un salvataggio? Difficile escluderlo. Una domanda, però, si staglia all’orizzonte alla ricerca di risposta: cos’altro serve prima di autorizzare il minimo sindacale di panico?