Bitcoin è crollato e il suo recupero non è scontato. Ma non doveva arrivare a un milione di dollari? Bella domanda, soprattutto considerando che alcuni grandi investitori e diversi modelli matematici lo proiettavano proprio verso quelle cifre. Allora cosa sta affossando il prezzo? C’è forse qualche catalizzatore negativo non immediatamente visibile? Difficile dirlo con certezza. Tuttavia, tre elementi chiave meritano attenzione se si osserva BTC in questo momento storico.
1) Perché sta crollando davvero?
La prima considerazione sorprende perché ribalta la narrativa dominante: il calo attuale non sembra legato a un rischio sistemico. In passato, i momenti di massimo panico nel mercato crypto sono stati generati da veri e propri eventi di contagio, capaci di travolgere non solo il mercato, ma interi ecosistemi finanziari interni al settore.
È successo con FTX, uno dei più grandi exchange al mondo, imploso a causa di una gestione opaca del bilancio e dell’uso illecito dei fondi dei clienti. Un crollo che portò all’azzeramento di una delle istituzioni più riconosciute del crypto trading. Lo stesso accadde con Celsius, piattaforma di crypto lending che prometteva rendimenti insostenibili e che finì per bloccare i prelievi prima di dichiarare bancarotta. O con Voyager Digital, che venne travolta dall’insolvenza di Three Arrows Capital (3AC), hedge fund altamente esposto a strategie speculative eccessivamente rischiose. E ancora, proprio 3AC rappresentò uno dei catalizzatori più devastanti del contagio, dato il suo ruolo come controparte primaria per decine di operatori del settore.
Oggi non c’è nulla di simile. Non ci sono scheletri nascosti paragonabili a quei fallimenti. Non emergono segnali di insolvenza a catena o falle strutturali negli exchange principali. Anzi, paradossalmente, il contesto macro potrebbe virare in direzione opposta rispetto al passato.
Le elezioni USA di metà mandato del 2026 sono considerate uno dei prossimi potenziali driver macro di liquidità. Nei cicli storici, le midterm hanno spesso coinciso con condizioni monetarie più accomodanti. Inoltre, è noto che Jerome Powell è verso la fine del suo mandato come presidente della Federal Reserve. Il prossimo candidato, qualora Trump volesse imprimere una direzione più favorevole ai mercati, potrebbe essere più allineato alla Casa Bianca. E l’impostazione politica di Trump è abbastanza chiara: desidera tassi di interesse più bassi, un dollaro meno forte e mercati più stabili e in crescita. E questo include anche il settore crypto, spesso citato come simbolo della nuova economia digitale americana.
Dunque, se si osserva il contesto sistemico, non è scontato che i segnali attuali siano negativi. Il calo potrebbe avere radici più tecniche che fondamentali.
2) La volatilità sta lanciando un segnale?
Uno degli indicatori più interessanti in questo momento è il DVOL, l’indice di volatilità implicita di Deribit. Ha raggiunto livelli di paura simili a quelli registrati nel minimo di aprile 2025, periodo in cui il mercato fu scosso dallo scare sui dazi, con tensioni commerciali che inserirono incertezza sia sulle crypto che sui mercati tradizionali. Tuttavia, il DVOL non si avvicina nemmeno ai livelli estremi dei grandi crolli come quelli di Terra Luna o FTX nel 2022. Non c’è, in altre parole, quella volatilità da implosione sistemica; esiste invece una volatilità da compressione del sentiment.
Il punto più importante riguarda però la covarianza spot-vol, una caratteristica unica di Bitcoin rispetto agli asset tradizionali. Nelle equities, infatti, la volatilità tende a esplodere quando i prezzi scendono, grazie al cosiddetto effetto leva negativa. Bitcoin funziona in modo diverso. La sua covarianza spot-vol è positiva: la volatilità può salire anche quando il prezzo sale.
3) Il ciclo dei 4 anni: valido, ma irregolare
Il famoso ciclo dei quattro anni, quello che segue la dinamica degli halving, continua a mostrare segnali di credibilità. Tuttavia, il picco arrivato prima del previsto sta generando una distorsione che sta confondendo molti analisti. A livello storico, Bitcoin ha sempre vissuto una fase di euforia circa 12–18 mesi dopo l’halving, culminando con un massimo ciclico prima di iniziare la discesa.
Questa volta, però, il massimo è arrivato con anticipo. Ed è qui che emergono le prime incongruenze. Una parte significativa dei modelli fondamentali, a partire dallo Stock-to-Flow, indicava un ciclo ancora incompleto. Lo Stock-to-Flow, concettualmente, calcola la scarsità dell’asset dividendo le riserve esistenti per la nuova produzione annuale. Più il valore è alto, più l’asset è considerato raro. Bitcoin, dopo ogni halving, diventa più scarso, e questi modelli suggerivano un prezzo teorico ben più elevato rispetto ai livelli attuali.
E questo pone un problema interpretativo: se il ciclo dei quattro anni resta valido, perché il massimo è apparso così presto? È una deviazione temporanea oppure un segnale che qualcosa nella struttura del mercato crypto sta cambiando?
La verità è che non lo sappiamo ancora. E proprio questa incertezza sta generando confusione tra investitori e analisti.
Siamo ai minimi?
Siamo davvero ai minimi di Bitcoin? La risposta, oggi più che mai, richiede prudenza. Non emergono segnali di rischio sistemico come in passato, la volatilità suggerisce una fase di paura ma non di panico, e il ciclo dei quattro anni è ancora incompleto secondo molti modelli. Eppure, nulla garantisce che Bitcoin non possa scendere ancora. È un mercato che vive di accelerazioni improvvise e altrettanto improvvisi cambi di direzione.