Chi tiene i risparmi sul conto corrente convinto di averli messi al sicuro somiglia a chi ripara il raccolto in un granaio con il tetto bucato. La pioggia dell’inflazione non fa rumore ma, goccia dopo goccia, si porta via una parte del valore. Con i prezzi al consumo saliti del 4,2% su base annua a settembre, secondo la stima definitiva dell’Istat, 10.000 euro lasciati fermi per un anno hanno oggi lo stesso potere d’acquisto di 9.596,93 euro di dodici mesi fa, e quei 403 euro di differenza non compaiono in nessun estratto conto pur essendo una perdita a tutti gli effetti.
Investire i risparmi, d’altra parte, non significa inseguire il rendimento più alto che si riesce a trovare, perché chi lo fa scopre presto che dietro ogni promessa di guadagno si nasconde un rischio proporzionato, quando non addirittura più grande.
Questa guida prova a mettere ordine in un mondo affollato di prodotti, consigli interessati e scorciatoie, partendo dalle domande che ogni risparmiatore dovrebbe porsi prima di firmare qualsiasi contratto e arrivando a rendimenti, rischi, costi e tassazione di ciascuno strumento, con i dati aggiornati a ottobre 2026.
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Perché i soldi fermi sul conto hanno un costo
Il conto corrente nasce per far circolare il denaro, non per custodirlo nel tempo e chi lo usa come salvadanaio paga un prezzo doppio. C’è innanzitutto il costo visibile, fatto di canone, spese e imposta di bollo di 34,20 euro l’anno quando la giacenza media supera i 5.000 euro, e c’è poi quello invisibile dell’inflazione, che erode il potere d’acquisto senza lasciare traccia.
Anche in una fase più tranquilla, con i prezzi in crescita del 2% l’anno, 10.000 euro lasciati immobili per dieci anni avrebbero alla fine la capacità di spesa di 8.203 euro di oggi.
Dopo i due rialzi da 25 punti base decisi a giugno e a settembre 2026, il tasso sui depositi della BCE è al 2,50% dal 16 settembre e i rendimenti dei titoli di Stato sono tornati su livelli che non si vedevano da tre anni, con il BTP decennale intorno al 4,55% a metà ottobre.
Va detto che il balzo dell’inflazione di settembre è trainato in larga parte dall’energia, cresciuta del 22,3% in un anno, mentre l’inflazione di fondo si ferma all’1,7%, ma finché i prezzi corrono a questa velocità nessuno strumento a basso rischio riesce a tenere il passo al netto delle tasse.
Prima di investire, le quattro domande da farsi
Nessuno strumento è buono o cattivo in assoluto, così come nessuna scarpa calza bene a tutti i piedi, e la scelta di dove investire dipende molto più da chi investe che dal prodotto in sé. Prima di confrontare i rendimenti conviene quindi rispondere con onestà a quattro domande, che riguardano la liquidità di riserva, lo scopo dell’investimento, l’orizzonte temporale e la capacità di sopportare le perdite.
La prima riguarda il cuscinetto di sicurezza, perché investire soldi di cui si potrebbe avere bisogno domani significa esporsi al rischio di dover vendere proprio nel momento peggiore. Una regola prudente, adottata da molti pianificatori finanziari, suggerisce di tenere sempre a disposizione l’equivalente di tre o sei mesi di spese correnti, su un conto corrente o su un conto deposito libero, e di investire soltanto ciò che avanza.
La seconda domanda riguarda lo scopo, che orienta tutte le scelte successive, perché accantonare l’anticipo per una casa da comprare fra tre anni, costruire una pensione integrativa o mettere da parte i soldi per l’università dei figli sono obiettivi diversi, con scadenze diverse e margini di errore diversi.
Dallo scopo discende la terza variabile, il tempo, che in finanza si comporta come un alleato silenzioso per chi sa aspettare e come un avversario implacabile per chi ha fretta. Più l’orizzonte è lungo, più si possono sopportare le oscillazioni degli strumenti volatili come le azioni, che nel breve periodo possono perdere anche metà del loro valore ma che nel lungo periodo hanno storicamente ricompensato chi ha avuto la pazienza di tenerle.
L’ultima domanda è la più scomoda, perché riguarda la reazione davanti a una perdita, e la risposta sincera raramente coincide con quella che si darebbe a mente fredda. Chi non riuscirebbe a dormire vedendo il proprio portafoglio scendere del 20% dovrebbe tenerne conto prima di investire e non dopo, visto che l’errore più costoso dei piccoli risparmiatori resta quello di comprare nell’euforia e vendere nel panico.
La tabella che segue offre un orientamento di massima, da adattare alla situazione di ciascuno.
| Orizzonte | Esigenza | Strumenti coerenti |
|---|---|---|
| Meno di 2 anni | Spese programmate e liquidità di riserva | Conti deposito, depositi postali, BOT, BTP in scadenza a breve |
| Da 2 a 5 anni | Acquisto dell’auto o anticipo per la casa | Titoli di Stato con scadenza allineata, buoni fruttiferi, obbligazioni di buona qualità |
| Da 5 a 10 anni | Studi dei figli e progetti di medio periodo | Portafoglio misto di obbligazioni e azioni, ETF diversificati |
| Oltre 10 anni | Pensione e costruzione del patrimonio | Prevalenza di azioni globali tramite ETF o fondi, fondi pensione |
Le commissioni per chi investe
Se l’inflazione è il ladro che entra dalla finestra, le commissioni sono l’ospite che si serve dalla dispensa ogni giorno senza chiedere il permesso, perché sottraggono una fetta del rendimento ogni anno, che i mercati salgano o scendano. Per misurarne il peso basta immaginare un investimento di 50.000 euro lasciato crescere per vent’anni in un portafoglio che rende il 5% lordo annuo.
Con costi complessivi dello 0,2% l’anno, un livello tipico degli ETF azionari globali, il capitale arriverebbe a 127.701 euro, mentre con costi dell’1,8% l’anno, come quelli di un fondo attivo particolarmente caro, si fermerebbe a 93.878 euro, e la differenza di 33.823 euro finirebbe interamente nelle tasche di chi gestisce il prodotto.
Prima di sottoscrivere qualunque strumento conviene quindi leggere il KID, il documento con le informazioni chiave che riporta i costi in percentuale e in euro, e chiedere esplicitamente quanto si paga per entrare, per uscire e per ogni anno di permanenza. La normativa europea obbliga inoltre banche e intermediari a inviare ogni anno il rendiconto dei costi effettivamente sostenuti, un documento che molti archiviano senza aprirlo e che invece racconta, cifre alla mano, quanto è costato davvero l’investimento.
Come vengono tassati gli investimenti
Il fisco non tratta tutti gli strumenti allo stesso modo, e la differenza tra un’aliquota e l’altra può valere quanto un intero anno di rendimento. La regola generale prevede il 26% su interessi, dividendi e plusvalenze, ma i titoli di Stato e i buoni fruttiferi postali godono dell’aliquota agevolata del 12,5%, mentre le criptovalute dal 2026 scontano il 33% senza più alcuna franchigia.
| Strumento | Tassazione dei rendimenti | Imposte patrimoniali |
|---|---|---|
| Titoli di Stato italiani e dei Paesi in white list | 12,5% | Bollo dello 0,20% annuo |
| Buoni fruttiferi postali | 12,5% | Bollo dello 0,20% annuo oltre i 5.000 euro complessivi |
| Conti deposito | 26% | Bollo dello 0,20% annuo |
| Conti correnti e libretti di risparmio | 26% | 34,20 euro l’anno con giacenza media oltre 5.000 euro |
| Azioni, obbligazioni societarie, ETF e fondi | 26%, con la quota riferita ai titoli di Stato al 12,5% | Bollo dello 0,20% annuo |
| Fondi pensione | 20% sui rendimenti maturati e dal 15% al 9% sulle prestazioni | Nessuna |
| Criptovalute | 33% sulle plusvalenze, senza franchigia | Bollo dello 0,20% annuo o imposta equivalente per i wallet esteri |
| Immobili in affitto | Cedolare secca al 21%, ridotta al 10% a canone concordato, oppure Irpef | IMU sulle abitazioni diverse dalla prima casa |
Le perdite realizzate vendendo azioni, obbligazioni, ETF o fondi diventano minusvalenze da compensare con guadagni futuri entro il quarto anno successivo, ma i guadagni ottenuti su ETF e fondi sono redditi di capitale e non possono assorbirle, un’asimmetria che spesso lascia i risparmiatori con perdite fiscali inutilizzate. I titoli di Stato e i prodotti del risparmio postale, inoltre, sono esclusi dal calcolo dell’ISEE fino a un valore complessivo di 50.000 euro, un vantaggio che pesa per chi accede a prestazioni sociali legate al reddito familiare.
Dove investire i risparmi? Gli strumenti a confronto
Gli strumenti a disposizione di chi vuole far fruttare i propri soldi sono molti e diversi tra loro come gli attrezzi di una cassetta, ognuno adatto a un lavoro preciso e del tutto inutile, quando non dannoso, se usato per lo scopo sbagliato.
Di seguito li passiamo in rassegna partendo da quelli più prudenti e arrivando a quelli più rischiosi.
Conti deposito
Il conto deposito è il primo gradino per chi esce dal conto corrente, perché offre un tasso di interesse in cambio di un vincolo più o meno rigido sulle somme versate e non comporta rischi di mercato. Le offerte migliori sui depositi vincolati a dodici mesi, rilevate a metà ottobre, si collocano tra il 3,25% e il 3,35% lordo, con punte più alte legate a promozioni su nuova liquidità o all’apertura di un conto corrente collegato.
Il rendimento netto, però, è più basso di quanto suggerisca il tasso pubblicizzato. Un deposito di 10.000 euro al 3,35% produce in un anno 335 euro lordi, che scendono a 247,90 euro dopo la ritenuta del 26% e a 227,90 euro dopo il bollo dello 0,20%, per un rendimento effettivo del 2,28%. Le somme sono protette dal Fondo interbancario di tutela dei depositi fino a 100.000 euro per depositante e per banca, ma prima di firmare conviene verificare le condizioni dello svincolo anticipato, che in alcuni casi azzera gli interessi maturati.
Libretti e buoni fruttiferi postali
I prodotti del risparmio postale sono emessi da Cassa Depositi e Prestiti, collocati da Poste Italiane e garantiti dallo Stato, una combinazione che ne ha fatto per generazioni il rifugio dei risparmiatori più prudenti. Dal 22 settembre i Depositi Supersmart riservati ai titolari di Libretto Smart rendono il 3,25% lordo nelle versioni Young, Pensione e Minori, mentre la versione Open si ferma al 2,25%, e gli interessi del libretto sono tassati al 26%.
I buoni fruttiferi postali, invece, godono dell’aliquota del 12,5% e dell’esenzione dal bollo fino a 5.000 euro complessivi, e si possono rimborsare in qualsiasi momento, anche se chi esce prima della scadenza rinuncia a una parte degli interessi promessi. L’offerta comprende serie di durata molto diversa, da pochi mesi a vent’anni, e i tassi cambiano periodicamente, per cui conviene sempre consultare il foglio informativo della serie in emissione al momento della sottoscrizione.
Titoli di Stato
Prestare denaro allo Stato significa ricevere in cambio interessi periodici e la restituzione del capitale alla scadenza, con un rischio legato alla solidità del debitore e, per chi vende prima del rimborso, all’andamento dei tassi di mercato. I BOT durano da tre a dodici mesi e non pagano cedole, mentre i BTP hanno scadenze che vanno da due a cinquant’anni e cedole fisse, oppure legate all’inflazione nel caso dei BTP Italia e dei BTP€i.
I rendimenti del 2026 sono tornati interessanti, basta vedere i risultati delle aste del 13 ottobre, in cui il BTP a tre anni è stato collocato con un rendimento lordo del 3,69% e quello a sette anni al 4,24%, che al netto dell’aliquota del 12,5% diventano rispettivamente il 3,23% e il 3,71% circa. Fino alle 13 di venerdì 23 ottobre, salvo chiusura anticipata, è inoltre in collocamento il BTP Valore, riservato ai risparmiatori individuali e acquistabile senza commissioni, con tassi minimi garantiti del 3,70% per i primi due anni, del 4,10% per il terzo e il quarto e del 4,70% per il quinto.
Non dimentichiamoci, però, che il prezzo di un titolo di Stato si muove in direzione opposta ai tassi, per cui chi compra un BTP a lunga scadenza e lo vende prima del rimborso in una fase di rialzo dei rendimenti può subire perdite anche consistenti.
Chi invece lo porta a scadenza riceve il capitale pieno, a patto che l’emittente onori i propri impegni, ed è questa la ragione per cui conviene scegliere una scadenza coerente con il momento in cui si avrà bisogno dei soldi.
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Obbligazioni societarie
Le obbligazioni emesse dalle imprese pagano in genere più dei titoli di Stato, ma quel rendimento aggiuntivo è il compenso per il rischio che la società non riesca a rimborsare il debito, un rischio che le agenzie di rating misurano con giudizi che vanno dalla tripla A ai livelli speculativi.
Molte emissioni prevedono tagli minimi di 100.000 euro, il che rende difficile diversificare con capitali contenuti, e le obbligazioni bancarie subordinate sono esposte al meccanismo del bail in, che in caso di crisi dell’istituto può trasformarle in perdite.
Per chi dispone di somme limitate, la strada più ragionevole passa di solito per gli ETF obbligazionari, che distribuiscono il rischio su centinaia di emittenti.
Azioni
Comprare un’azione significa diventare socio di un’impresa, partecipando agli utili attraverso i dividendi e alla crescita del suo valore, ma anche alle sue difficoltà, che possono tradursi in perdite rapide e profonde, la storia dei mercati lo racconta senza giri di parole. Tra l’ottobre 2007 e il marzo 2009 l’indice S&P 500 ha perso circa il 57% e il Nasdaq ha impiegato quindici anni, fino all’aprile 2015, per tornare ai massimi toccati nel marzo 2000.
Proprio per questo le azioni danno il meglio di sé su orizzonti lunghi e in portafogli ampiamente diversificati, mentre puntare su pochi titoli scelti sull’onda di una notizia o di un consiglio letto sui social somiglia più a una scommessa che a un investimento.
Chi non ha il tempo o le competenze per analizzare bilanci e prospettive delle singole società può ottenere un’esposizione al mercato azionario globale attraverso ETF e fondi, con costi e rischi molto più contenuti rispetto alla selezione dei singoli titoli.
ETF e fondi comuni
ETF e fondi comuni raccolgono il denaro di molti risparmiatori e lo investono in un paniere di titoli, offrendo anche a chi dispone di poche migliaia di euro una diversificazione altrimenti irraggiungibile.
La differenza principale sta nella gestione e nei costi, perché gli ETF si limitano in genere a replicare un indice di riferimento, sono quotati in Borsa come le azioni e hanno spese annue spesso inferiori allo 0,3%, mentre i fondi comuni attivi cercano di battere il mercato con le scelte dei gestori, a fronte di commissioni sensibilmente più alte e di risultati che non sempre le giustificano.
Per scegliere conviene guardare all’indice replicato o alla politica di investimento, ai costi complessivi indicati nel KID, alla dimensione del fondo e al fatto che sia armonizzato secondo la normativa europea, che garantisce regole comuni di trasparenza e di tutela. Sul piano fiscale, i guadagni realizzati su ETF e fondi sono redditi di capitale, tassati al 26% con la quota riferita ai titoli di Stato al 12,5%, e non possono essere compensati con eventuali minusvalenze.
Fondi pensione
I fondi pensione sono pensati per integrare l’assegno pubblico, che per le generazioni più giovani sarà con ogni probabilità sensibilmente più basso dell’ultimo stipendio, e godono di un trattamento fiscale che non ha eguali tra gli strumenti di risparmio.
Dal 2026 i contributi versati sono deducibili dal reddito fino a 5.300 euro l’anno, contro i 5.164,57 euro del passato, il che significa che per un contribuente con aliquota Irpef del 35% ogni 1.000 euro versati riducono le imposte di 350 euro. I rendimenti maturati sono tassati al 20%, con la quota investita in titoli di Stato al 12,5%, e le prestazioni finali scontano un’aliquota del 15% che scende fino al 9% con gli anni di partecipazione.
Il rovescio della medaglia è la scarsa liquidità, perché i soldi restano vincolati fino alla pensione, salvo le anticipazioni previste dalla legge. Si può chiedere fino al 75% della posizione in qualsiasi momento per spese sanitarie gravi, fino al 75% dopo otto anni di iscrizione per l’acquisto o la ristrutturazione della prima casa e fino al 30% dopo otto anni per qualunque altra esigenza.
Per i lavoratori dipendenti, aderire al fondo di categoria conferendo il TFR dà inoltre diritto al contributo aggiuntivo del datore di lavoro, una parte della retribuzione che chi non aderisce semplicemente lascia sul tavolo.
Immobili
Il mattone resta nell’immaginario degli italiani l’investimento per eccellenza, solido come le pareti che lo compongono, ma i conti dell’acquisto di una casa da affittare sono spesso meno brillanti di quanto si creda. All’acquisto da un privato di un’abitazione che non sia la prima casa si pagano l’imposta di registro del 9%, il notaio e talvolta l’agenzia, e negli anni successivi si aggiungono IMU, manutenzione straordinaria, periodi senza inquilino e il rischio di morosità, mentre i canoni sono tassati con la cedolare secca al 21%, o al 10% nei comuni con canone concordato, oppure con l’aliquota Irpef.
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A pesare c’è anche la concentrazione, perché un singolo immobile lega una parte rilevante del patrimonio all’andamento di una città, di un quartiere e perfino di un condominio, e la liquidità, visto che vendere una casa richiede mesi e non qualche minuto come per un titolo quotato. Chi vuole un’esposizione al settore senza questi vincoli può guardare ai fondi immobiliari quotati e agli ETF che investono in società immobiliari, accettando però in cambio la volatilità tipica della Borsa.
Oro e beni rifugio
L’oro e gli altri beni rifugio godono della fama di custodi del valore nei momenti di crisi, una reputazione in parte meritata ma che rischia di trarre in inganno chi li considera privi di rischio. L’oro non paga interessi né dividendi e il suo prezzo può oscillare con violenza, come dimostra la discesa da oltre 1.900 dollari l’oncia del settembre 2011 a circa 1.050 dollari del dicembre 2015, una perdita vicina al 45% che ha messo alla prova la pazienza di molti investitori.
L’oro da investimento in lingotti e monete è esente da IVA, mentre le plusvalenze sono tassate al 26%, e chi vende senza poter documentare il prezzo d’acquisto paga l’imposta su un guadagno presunto pari al 25% del ricavato. Più accessibili, perché quotati in Borsa e privi dei costi di custodia, sono gli ETC sull’oro, i cui guadagni sono redditi diversi e possono quindi compensare le minusvalenze accumulate.
Opere d’arte, diamanti e vini pregiati richiedono infine competenze specialistiche e mercati poco trasparenti, come ha ricordato lo scandalo dei diamanti venduti allo sportello a prezzi gonfiati, sanzionato dall’Antitrust nel 2017.
Criptovalute
Il mercato delle criptovalute è cresciuto in pochi anni da nicchia per appassionati a fenomeno globale, ma resta il territorio più accidentato tra quelli descritti in questa guida. Bitcoin, la prima e più capitalizzata, è passato da circa 69.000 dollari nel novembre 2021 a circa 15.500 dollari un anno dopo, perdendo più di tre quarti del suo valore, e oscillazioni di questa ampiezza sono la norma e non l’eccezione per le valute digitali minori.
Dal 2026 le plusvalenze sono tassate al 33%, senza più la franchigia di 2.000 euro, con l’eccezione delle stablecoin ancorate all’euro conformi alla normativa europea MiCA, che restano al 26%. Chi decide comunque di investire una piccola parte del patrimonio dovrebbe farlo soltanto attraverso piattaforme autorizzate nell’Unione europea, mettendo in conto la possibilità di perdere l’intera somma.
Aprire un’attività
Investire i risparmi in un progetto imprenditoriale, che sia un’attività tradizionale, un franchising o una startup, è la scelta che promette le soddisfazioni maggiori e che espone ai rischi più concentrati, perché lega in un solo nodo il capitale, il reddito e spesso anche il tempo libero di chi la intraprende.
Prima di farlo è indispensabile un business plan realistico, costruito su stime prudenti di ricavi e costi, e la consapevolezza che i soldi messi in un’impresa difficilmente potranno essere recuperati in fretta se le cose non andassero come previsto.
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Il vecchio proverbio che invita a non mettere tutte le uova nello stesso paniere resta il consiglio più prezioso che si possa dare a chi investe, perché la diversificazione è l’unico strumento capace di ridurre il rischio senza ridurre in proporzione il rendimento atteso. Diversificare significa distribuire il capitale tra strumenti diversi, come azioni, obbligazioni e liquidità, tra aree geografiche e settori differenti e anche nel tempo, evitando di investire tutto in un solo momento.
Proprio per diluire il rischio di entrare sul mercato nel giorno sbagliato, molti risparmiatori scelgono il piano di accumulo, che prevede versamenti periodici di importo fisso in ETF o fondi e permette di comprare più quote quando i prezzi scendono e meno quando salgono.
Una volta costruito il portafoglio, conviene infine ribilanciarlo una volta l’anno, riportando le diverse componenti ai pesi stabiliti all’inizio, un esercizio semplice che costringe a vendere ciò che è salito e a comprare ciò che è sceso, l’esatto contrario di quanto suggerirebbe l’istinto.
Gli errori da evitare quando si investe
L’errore più diffuso consiste nello scegliere un investimento guardando soltanto ai rendimenti passati, come se lo specchietto retrovisore bastasse a guidare l’auto, quando le performance degli ultimi anni non offrono alcuna garanzia su quelle future. Altrettanto pericolosa è la tentazione di muovere continuamente il portafoglio inseguendo le notizie del giorno, con il risultato di moltiplicare commissioni e tasse e di arrivare quasi sempre in ritardo rispetto al mercato.
Chi promette rendimenti alti, rapidi e garantiti sta quasi certamente vendendo qualcosa che non esiste, e prima di affidare un solo euro a un sito, a un’app o a un sedicente esperto conosciuto sui social conviene verificare sul sito della Consob che l’intermediario sia autorizzato e che non compaia tra quelli oscurati per abusivismo.
Prudenza massima, infine, con i prodotti a leva come i CFD, per i quali i broker sono obbligati a dichiarare la percentuale di clienti al dettaglio che perde denaro, una percentuale che nella maggior parte dei casi supera ampiamente la metà dei conti.
| DISCLAIMER Le informazioni e le considerazioni contenute nel presente articolo non devono essere utilizzate come unico o principale supporto in base al quale assumere decisioni relative agli investimenti. Il lettore mantiene la piena libertà nelle proprie scelte d’investimento e la piena responsabilità nell’effettuazione delle stesse, poiché egli solo conosce la sua propensione al rischio e il suo orizzonte temporale. Le informazioni contenute nell’articolo sono fornite a mero scopo informativo e la loro divulgazione non costituisce e non è da considerarsi un’offerta o sollecitazione al pubblico risparmio. |
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