Ogni autunno, mentre i mercati tirano le somme dell’anno che se ne va, uno dei più grandi gestori patrimoniali del pianeta consegna ai suoi clienti istituzionali una specie di carta nautica per i dieci o quindici anni successivi, con le rotte, le correnti e gli scogli di oltre 200 classi di attivo. Pochi risparmiatori l’hanno mai aperta. Fondi pensione, compagnie assicurative e grandi patrimoni di famiglia, invece, ci regolano sopra il timone da tre decenni.
Quest’anno la mappa di J.P. Morgan Asset Management, arrivata alla trentunesima edizione, ha una regione in più, che per anni i cartografi di Wall Street si erano guardati bene dal disegnare. È quella del bitcoin, e la novità ha fatto alzare parecchi sopraccigli, anche perché nel 2017 l’amministratore delegato del gruppo, Jamie Dimon, era arrivato a definire la criptovaluta una frode.
Il bitcoin non è stato relegato in un angolo. In una tabella ristretta, una dozzina di attività finanziarie scelte dagli stessi analisti per metterle a confronto con la criptovaluta, si piazza davanti alle azioni americane, all’oro e alle obbligazioni, con un numero che in poche ore ha fatto il giro dei social e acceso l’entusiasmo di chi aspettava da anni una benedizione dall’alta finanza. Quella dozzina, però, è solo un ritaglio della mappa, e chi si ferma alla prima riga rischia di fare i conti senza l’oste. Basta allargare lo sguardo all’intero documento perché il bitcoin perda il primo posto, e basta mettere sul piatto il rischio perché la classifica cambi faccia. Sono le avvertenze scritte in piccolo, quelle che conviene leggere prima di muovere anche un solo euro.
La classifica dei rendimenti attesi
Il documento porta nel titolo il 2027 perché guarda avanti, ma è uscito il 19 ottobre 2026, con stime aggiornate al 30 settembre. I dati che seguono vengono dalla tabella del report di J.P. Morgan, sono tutti espressi in dollari e si riferiscono a un orizzonte di dieci-quindici anni. Abbiamo lasciato fuori la liquidità americana, che con il suo 3,20% annuo fa da metro di paragone più che da investimento, e abbiamo aggiunto una colonna che il report non mostra in questa forma, il rendimento per unità di rischio.
Il calcolo è meno ostico di quanto sembri. Si prende il rendimento aritmetico di ogni attività, si toglie quello della liquidità e si divide il risultato per la volatilità, lo stesso criterio che J.P. Morgan usa per il proprio indice di Sharpe. Per il bitcoin, 20,9 meno 3,2 fa 17,7, che diviso per 55 dà 0,32. Per l’oro, 6,86 meno 3,2 fa 3,66, che diviso per 17,2 si ferma a 0,21.
| Asset | Rendimento composto | Rendimento aritmetico | Volatilità | Rendimento per unità di rischio |
|---|---|---|---|---|
| Bitcoin | 10,0% | 20,9% | 55,0% | 0,32 |
| REIT americani | 8,20% | 9,55% | 17,3% | 0,37 |
| Azioni Usa a piccola capitalizzazione | 7,70% | 9,66% | 21,0% | 0,31 |
| Azioni dei Paesi sviluppati extra Usa (EAFE) | 7,70% | 9,21% | 18,3% | 0,33 |
| Azioni Usa a grande capitalizzazione | 7,50% | 8,95% | 18,0% | 0,32 |
| Azionario globale (AC World) | 7,50% | 8,94% | 17,9% | 0,32 |
| Azioni dei mercati emergenti | 7,10% | 9,13% | 21,4% | 0,28 |
| Hedge fund diversificati | 6,70% | 6,86% | 5,9% | 0,62 |
| Obbligazioni Usa high yield | 6,60% | 6,94% | 8,5% | 0,44 |
| Obbligazioni societarie Usa investment grade | 6,10% | 6,34% | 7,2% | 0,44 |
| Obbligazioni Usa aggregate | 5,60% | 5,70% | 4,7% | 0,53 |
| Oro | 5,50% | 6,86% | 17,2% | 0,21 |
Fonte: Long-Term Capital Market Assumptions 2027 di J.P. Morgan Asset Management, stime al 30 settembre 2026. Elaborazione di Money.it
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Sulla carta il distacco è netto. Il bitcoin precede di 1,8 punti i REIT americani e di 2,5 punti le grandi aziende di Wall Street. Ma è un primato di cristallo, che regge finché si resta dentro la cornice di quella tabella e va in frantumi appena si cambia inquadratura.
Il primo posto che vale solo dentro la cornice
La tabella diventata virale non è l’intero universo del report, ma una selezione che gli analisti hanno costruito apposta per studiare il bitcoin accanto a un piccolo gruppo di attività. Sfogliando il documento completo si scopre che altre classi di attivo promettono di più. Il private equity di piccola capitalizzazione è stimato al 10,6% annuo, il real estate americano value added al 10,2%, il private equity nel suo insieme al 9,8% e il venture capital all’8,8%. Si tratta di investimenti quasi irraggiungibili per un piccolo risparmiatore, con rendimenti calcolati al netto delle commissioni ma gonfiati dalla leva finanziaria. Bastano comunque a sgonfiare l’idea di un bitcoin ’miglior asset del decennio’.
E il 10%, a ben vedere, non è nemmeno una previsione secca. È il punto centrale di una forchetta larghissima, che secondo quanto riportato dalle principali testate di settore va da un guadagno del 17% annuo nello scenario ottimista a una perdita del 9,7% annuo in quello pessimista. Proviamo a tradurlo in denaro, lasciando per ora da parte cambio, costi e tasse. Mille dollari investiti oggi diventerebbero dopo dieci anni circa 2.594 dollari nello scenario base, 4.807 in quello favorevole e appena 360 in quello avverso. Più che una stima, un ventaglio di destini.
La stessa J.P. Morgan maneggia il bitcoin con i guanti. Il report spiega che, pur fissando per la prima volta un intervallo di rendimento, la società non lo inserisce ancora nelle sue matrici di covarianza principali, cioè negli strumenti con cui disegna i portafogli dei clienti, e il comunicato ufficiale precisa che non è previsto come allocazione. Gli autori vedono nella sua volatilità e nelle sue correlazioni ballerine un ostacolo alla presenza diffusa nei portafogli, e giudicano fuori bersaglio la tesi secondo cui la perdita di valore delle valute spingerà i capitali verso le criptovalute. Altro che investitura. Il bitcoin è entrato nella mappa, ma nel registro degli osservati speciali.
La trappola del 20,9%
Il numero che inganna di più sta nella colonna del rendimento aritmetico, dove il bitcoin segna un vistoso 20,9%. È la semplice media dei rendimenti annui attesi, ma non corrisponde a quello che l’investitore si ritrova davvero in tasca. Immaginiamo un investimento che raddoppia il primo anno e si dimezza il secondo. La media aritmetica dei due rendimenti fa 25%, ma alla fine del biennio il capitale è tornato esattamente al punto di partenza, come un gambero che dopo un balzo in avanti fa un passo indietro della stessa lunghezza.
Quanto più un’attività oscilla, tanto più questa erosione lavora sotto traccia. Per il bitcoin la distanza tra media aritmetica e rendimento composto supera i dieci punti, per le obbligazioni aggregate americane non arriva a due decimi. La volatilità attesa del 55% annuo, circa tre volte quella delle azioni americane e dell’oro, è il prezzo del biglietto per arrivare a quel 10% finale, sempre che il viaggio vada a buon fine.
Se si misura il rischio, la classifica si capovolge
Rimettiamo in fila le attività usando l’ultima colonna, quella del rendimento per unità di rischio. Il bitcoin, con 0,32, si ritrova appaiato all’azionario americano e a quello globale, che viaggiano anch’essi intorno a 0,32. Per ogni unità di rischio che ci si accolla, quindi, la criptovaluta non promette nulla di più di un comune indice azionario, salvo moltiplicare per tre gli scossoni lungo la strada.
I campioni di questa seconda graduatoria sono altri, e molto meno da copertina. In testa ci sono gli hedge fund diversificati con 0,62, seguiti dalle obbligazioni aggregate americane con 0,53 e dalle obbligazioni societarie con 0,44, mentre l’oro, il bene rifugio per antonomasia, chiude in fondo con 0,21. È un quadro coerente con il messaggio di fondo del report, che vede per i bond i rendimenti attesi più alti degli ultimi vent’anni. L’aggregato obbligazionario globale è stimato al 5,3% annuo, e un portafoglio bilanciato con il 60% in azioni e il 40% in obbligazioni sale al 7%, fino al 7,5% se si aggiunge un 30% di investimenti alternativi.
Previsioni che cambiano con il vento
Queste stime non sono scolpite nella pietra, e lo dimostrano le edizioni precedenti. Appena un anno fa lo stesso gruppo vedeva il portafoglio 60/40 al 6,4% e le grandi aziende americane al 6,7%, mentre oggi le stima rispettivamente al 7% e al 7,5%. Per le obbligazioni globali il salto è ancora più vistoso, dal 2,1% previsto nel 2021 al 5,3% attuale, perché nel frattempo i tassi sono tornati a livelli che il decennio dei tassi zero aveva fatto dimenticare. E la realtà, nel breve, se ne infischia delle medie. Nei dodici mesi chiusi al 30 settembre 2026 un portafoglio 60/40 in dollari ha reso il 9,1%, oltre due punti sopra la media degli ultimi venticinque anni, come riconosce lo stesso report. Il bitcoin, entrato quest’anno per la prima volta, non ha ancora uno storico di previsioni con cui confrontarsi.
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Una banca che vende bitcoin o un gestore che fa i conti?
Chi sospetta che dietro i numeri ci siano gli affari ha qualche argomento dalla sua. Per anni il gruppo J.P. Morgan è stato tra le voci più critiche verso le criptovalute, e il cambio di tono arriva adesso che i prodotti finanziari legati al bitcoin sono diventati un mercato maturo e redditizio. Il calendario, poi, non aiuta a dissipare i dubbi. Negli stessi giorni il gruppo ha portato su Ethereum JPM Coin, il suo token che rappresenta depositi in dollari, e partecipa con BlackRock, Goldman Sachs e DTCC ai progetti per trasformare i titoli in gettoni digitali.
Conviene però separare il grano dal loglio. Queste stime sono prodotte dalla divisione di gestione patrimoniale e destinate a clienti istituzionali e professionali, come avverte la copertina stessa. Non sono un prezzo obiettivo né una raccomandazione d’acquisto, e il report precisa che si tratta di stime passive, legate agli scenari, che non tengono conto di costi, liquidità e tasse. Chi sperava in una benedizione resterà deluso, e lo stesso vale per chi temeva una sponsorizzazione.
Cosa cambia per chi investe in euro?
Tutti i numeri della tabella parlano in dollari, e per un risparmiatore italiano il cambio EUR/USD è tutt’altro che un dettaglio. Il report stima che nei prossimi dieci-quindici anni l’euro passi da 1,1330 a 1,21 dollari, un rafforzamento di circa il 6,8% che, distribuito sull’orizzonte di previsione, toglierebbe agli investimenti in dollari non coperti dal rischio di cambio tra quattro decimi e due terzi di punto all’anno, secondo i nostri calcoli. Per le attività in euro lo stesso documento indica un rendimento atteso del 2,6% per la liquidità, del 5% per i titoli di Stato decennali e del 4,6% per le obbligazioni societarie investment grade.
Poi bussa alla porta il fisco, che in Italia tratta il bitcoin in modo diverso a seconda di come lo si possiede. Con la legge di Bilancio 2026, dal 1° gennaio di quest’anno le plusvalenze realizzate con la vendita diretta di criptovalute sono tassate al 33%, mentre gli strumenti finanziari tradizionali che ne replicano l’andamento, come gli ETC, restano al 26%. Chi compra un ETC, peraltro, non possiede bitcoin in senso stretto ma un titolo emesso da una società e garantito da bitcoin, con i rischi legati all’emittente che questo comporta.
Mettiamo insieme i pezzi con un esempio, puramente illustrativo. Ipotizziamo che il bitcoin renda davvero il 10% annuo in dollari per dieci anni, che l’euro si rafforzi come previsto da J.P. Morgan nello stesso arco di tempo e che si venda alla scadenza. Con la sola tassazione al 33% il rendimento netto scenderebbe intorno al 7,5% annuo, e considerando anche il cambio si fermerebbe vicino al 7%. Con un ETC tassato al 26% si tornerebbe intorno al 7,5%, prima però di commissioni che, anno dopo anno, rosicchiano anche loro la loro fetta. Il 10% della tabella, insomma, arriva in Italia piuttosto alleggerito, e a quel punto non stacca più di molto le azioni globali, che oscillano assai meno.
Cosa succede ora
La prossima edizione del report dovrebbe arrivare, come di consueto, nell’autunno del 2027, e sarà lì che si capirà se la criptovaluta resterà un osservato speciale o farà un passo avanti. Il report lascia la porta socchiusa, perché scrive che il bitcoin non è ’ancora’ incluso nelle matrici principali, e quel piccolo avverbio pesa più di tante dichiarazioni. Nel frattempo la mappa resta quella che è, utile per orientarsi ma inutile per chi la scambia per un biglietto della lotteria. Del resto, nelle carte nautiche di un tempo, ai margini del mondo conosciuto si scriveva che lì c’erano i draghi. Il bitcoin oggi abita proprio quella zona, dove i tesori sono possibili e i naufragi anche, e la bussola per attraversarla si chiama rischio.
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