Minimale Inps 2026: ecco i nuovi importi e cosa succede a chi guadagna meno della soglia contributiva. I rischi per pensione e NASpI.
Non si tratta di un salario minimo - che, come noto, in Italia viene fissato da ciascun contratto collettivo di lavoro dal momento che non esiste una soglia prevista dalla legge - ma l’Inps in questi giorni ha pubblicato un aggiornamento molto importante per i lavoratori dipendenti.
Ci riferiamo al minimale di retribuzione giornaliera per il 2026, un dato rilevante perché da questo dipende anche il riconoscimento delle settimane contributive maturate dal lavoratore o dalla lavoratrice. Stare al di sotto di una certa soglia, infatti, può comportare il riconoscimento solo parziale del periodo lavorato, con possibili conseguenze sia sul pensionamento che sull’accesso ad altre prestazioni, come ad esempio l’indennità di disoccupazione Naspi.
Non sempre, infatti, una settimana di lavoro comporta il riconoscimento di una settimana contributiva piena: quando lo stipendio percepito è inferiore a un certo importo, serve lavorare più a lungo. Si tratta di una situazione comune soprattutto tra chi lavora con orario part-time e, proprio per questo, percepisce uno stipendio più basso rispetto ai colleghi, con il rischio di scendere al di sotto del minimale di retribuzione giornaliera fissato per il 2026.
Una soglia che, va ribadito, non incide sul diritto del dipendente a ricevere uno stipendio più alto. Questo è infatti tutelato dal Ccnl di riferimento, oltre che dalla Costituzione, che all’articolo 36 stabilisce che il lavoratore ha diritto “a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.
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I nuovi importi del minimale di retribuzione giornaliera dall’1 gennaio 2026
Dal 1° gennaio 2026 il minimale di retribuzione giornaliera è stato aggiornato dall’Inps sulla base della rivalutazione annuale legata all’andamento dei prezzi. Il nuovo valore di riferimento per la generalità dei lavoratori dipendenti è fissato a 58,13 euro al giorno, pari al 9,5% del trattamento minimo mensile del Fondo pensioni lavoratori dipendenti, che per il 2026 è stato determinato in 611,85 euro.
Questo significa che, ai fini contributivi, la retribuzione imponibile non può essere calcolata su importi inferiori a questa soglia giornaliera, anche quando la paga prevista dal contratto o quella effettivamente corrisposta risulta più bassa. In tali casi, infatti, il datore di lavoro è tenuto ad adeguare la base imponibile al minimale previsto dalla legge, così da garantire il corretto accredito dei contributi previdenziali.
Accanto al valore generale di 58,13 euro, l’Inps ha aggiornato anche i minimali giornalieri specifici per settore e qualifica, riportati nelle tabelle allegate alla circolare (che trovate di seguito). Ad esempio, nel settore industria il minimale giornaliero è pari a 48,57 euro per gli impiegati e 45,34 euro per gli operai, mentre nel commercio si attesta a 45,34 euro sia per impiegati che operai. Tuttavia, laddove questi importi risultino inferiori al limite generale fissato dalla legge, devono essere comunque adeguati al valore minimo di 58,13 euro.
Per alcune categorie particolari, come i lavoratori con retribuzioni convenzionali o determinati settori specifici, restano in vigore minimali differenti: ad esempio, per le retribuzioni convenzionali in genere il limite giornaliero per il 2026 è pari a 32,30 euro.
Cosa rischia chi guadagna meno del minimale retributivo Inps
Guadagnare meno del minimale retributivo fissato dall’Inps non comporta soltanto uno stipendio più basso nell’immediato, ma può avere conseguenze rilevanti anche sul futuro previdenziale e sulle prestazioni legate ai contributi versati.
Come visto, per il 2026 il limite per l’accredito pieno dei contributi è collegato al trattamento minimo di pensione. Quest’anno, con un trattamento minimo mensile pari a 611,85 euro, la soglia settimanale per il riconoscimento della contribuzione piena è fissata a 244,74 euro (il 40% del minimo).
Ciò significa che, per vedersi riconosciuta una settimana contributiva intera, il lavoratore deve percepire almeno questa retribuzione settimanale. Se lo stipendio è inferiore, l’Inps accredita una contribuzione proporzionata e non l’intera settimana.
In pratica, non sempre un anno di lavoro corrisponde a un anno pieno di contributi. Ad esempio, chi lavora con uno stipendio troppo basso, spesso perché impiegato con un part-time di poche ore, rischia di vedersi riconosciute meno settimane contributive rispetto a quelle effettivamente lavorate. Il risultato è che, a fine carriera, potrebbero essere necessari più anni di lavoro per raggiungere i requisiti minimi per la pensione.
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Le conseguenze non riguardano solo la pensione. Anche prestazioni come l’indennità di disoccupazione Naspi dipendono dal numero di settimane contributive maturate negli ultimi 4 anni. Di conseguenza, se la retribuzione settimanale è inferiore al minimale, le settimane riconosciute dall’Inps saranno meno di quelle effettivamente lavorate, con il rischio di ottenere un’indennità per un periodo più breve del previsto.
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