Allarme rifinanziamenti 2026-2027. Chi rischia davvero con tassi ancora elevati?

Giulia Rinaldi

28 Febbraio 2026 - 11:39

Tra 2026 e 2027 scade una massa di debito corporate e sovrano emessa a tassi zero. Chi sarà più esposto se il costo del denaro resterà elevato?

Allarme rifinanziamenti 2026-2027. Chi rischia davvero con tassi ancora elevati?

Tra il 2015 e il 2021 imprese e governi hanno potuto finanziarsi a condizioni eccezionalmente favorevoli. I programmi di acquisto delle banche centrali, la politica monetaria ultra-espansiva e un’inflazione strutturalmente bassa hanno consentito di emettere debito a costi che oggi appaiono irripetibili. In molti casi, grandi società investment grade si sono finanziate sotto l’1%, mentre emittenti sovrani hanno collocato titoli con rendimenti prossimi allo zero o addirittura negativi.

Quel ciclo si è però chiuso bruscamente con il ritorno dell’inflazione e la conseguente stretta monetaria. Ora il mercato guarda a un passaggio delicato: tra il 2026 e il 2027 scadrà una parte consistente di quel debito contratto nell’era dei tassi zero. Secondo stime di istituzioni internazionali e primarie case di investimento, solo nel segmento corporate europeo investment grade matureranno centinaia di miliardi di euro. A livello globale, includendo Stati Uniti e mercati emergenti, l’ammontare è ancora più rilevante.

Il nodo non è la scadenza in sé. Le economie moderne convivono strutturalmente con un alto livello di rollover del debito. Il punto critico è il differenziale di costo. Rifinanziare obbligazioni emesse all’1% a rendimenti che oggi oscillano tra il 4% e il 6% significa moltiplicare il costo del servizio del debito. In uno scenario di crescita moderata, questo può tradursi in una compressione dei margini, in un deterioramento degli indicatori di leva e, nei casi più fragili, in un aumento del rischio di insolvenza.

Il tema riguarda anche la percezione del rischio sistemico. Se il mercato iniziasse a prezzare in modo più aggressivo la vulnerabilità di determinati settori o Paesi, gli spread creditizi potrebbero allargarsi ulteriormente, rendendo il rifinanziamento ancora più oneroso.

Chi è più vulnerabile: imprese, Stati o real estate?

Non tutti gli emittenti sono esposti allo stesso modo. Il settore immobiliare commerciale, in particolare in Europa e negli Stati Uniti, appare tra i più sensibili. Molti operatori hanno finanziato acquisizioni e sviluppi con debito a lungo termine a tassi inferiori al 2%. In un contesto in cui il rifinanziamento avviene al 5-6%, l’impatto sui flussi di cassa è significativo. La combinazione tra aumento dei tassi, calo delle valutazioni immobiliari e cambiamenti strutturali nella domanda di uffici rende il quadro ancora più complesso. Non a caso, negli Stati Uniti gli indici legati ai REIT hanno mostrato tensioni già nel biennio 2023-2024, anticipando le preoccupazioni per il ciclo delle scadenze.

Anche le imprese con rating medio-basso e forte leva finanziaria rappresentano un’area di attenzione. Negli anni dei tassi bassi il mercato dei leveraged loans e dell’high yield si è espanso in modo significativo. Per queste società, un incremento di pochi punti percentuali nel costo medio del debito può incidere in modo sostanziale sull’utile netto e sulla capacità di investimento. In presenza di una congiuntura meno favorevole, il rischio di downgrade o di ristrutturazione aumenta.

Sul fronte sovrano, il discorso è più articolato. Paesi con un elevato rapporto debito/PIL, come l’Italia, dovranno gestire emissioni a rendimenti sensibilmente superiori rispetto al periodo pre-2022. Tuttavia, nel caso italiano, la durata media del debito relativamente lunga attenua l’impatto immediato. Il costo medio si adegua gradualmente, man mano che le vecchie emissioni vengono sostituite da nuove a tassi più alti. Il vero rischio emergerebbe qualora si combinassero crescita debole e spread in aumento, generando un circolo vizioso tra costo del debito e percezione di sostenibilità fiscale.

2026: rischio sistemico o semplice normalizzazione?

Non tutti gli analisti parlano di una “bomba a orologeria”. Una parte del consenso ritiene che il sistema stia già assorbendo lo shock dei tassi più elevati. La crescita nominale, seppur inferiore ai picchi post-pandemia, potrebbe contribuire a mantenere sotto controllo i rapporti di indebitamento. Inoltre, qualora l’inflazione convergesse stabilmente verso gli obiettivi delle banche centrali, non si può escludere un graduale allentamento monetario nel corso del 2025, con effetti positivi sul costo medio del rifinanziamento.

Va anche considerato che molte grandi aziende hanno iniziato ad anticipare il problema, allungando le scadenze e rifinanziando parte del debito prima del 2026. Questo comportamento prudenziale riduce il rischio di concentrazioni eccessive in un singolo anno.

Il discrimine, in ultima analisi, sarà determinato dalla combinazione tra crescita economica, andamento degli spread creditizi e politica monetaria. Se l’economia globale manterrà un ritmo di espansione moderato e i mercati resteranno ordinati, il 2026-2027 potrebbe rappresentare una fase di normalizzazione piuttosto che una crisi. In caso contrario, la pressione sui soggetti più indebitati potrebbe trasformarsi in un fattore di instabilità più ampio.

Il tema dei rifinanziamenti non è solo macroeconomico ma strategico. Significa valutare con attenzione la qualità del credito, selezionare con cura la duration e monitorare i settori più levered. In un contesto in cui il capitale ha nuovamente un costo significativo, la solidità dei bilanci e la capacità di generare flussi di cassa tornano a essere il vero discrimine tra resilienza e vulnerabilità.

Articolo originariamente pubblicato su Money.it International: The 2026-27 Debt Wall: Is Sovereign and Corporate Debt the Next Big Risk?