Tra 2026 e 2027 scade una massa di debito corporate e sovrano emessa a tassi zero. Chi sarà più esposto se il costo del denaro resterà elevato?
Tra il 2015 e il 2021 imprese e governi hanno potuto finanziarsi a condizioni eccezionalmente favorevoli. I programmi di acquisto delle banche centrali, la politica monetaria ultra-espansiva e un’inflazione strutturalmente bassa hanno consentito di emettere debito a costi che oggi appaiono irripetibili. In molti casi, grandi società investment grade si sono finanziate sotto l’1%, mentre emittenti sovrani hanno collocato titoli con rendimenti prossimi allo zero o addirittura negativi.
Quel ciclo si è però chiuso bruscamente con il ritorno dell’inflazione e la conseguente stretta monetaria. Ora il mercato guarda a un passaggio delicato: tra il 2026 e il 2027 scadrà una parte consistente di quel debito contratto nell’era dei tassi zero. Secondo stime di istituzioni internazionali e primarie case di investimento, solo nel segmento corporate europeo investment grade matureranno centinaia di miliardi di euro. A livello globale, includendo Stati Uniti e mercati emergenti, l’ammontare è ancora più rilevante.
Il nodo non è la scadenza in sé. Le economie moderne convivono strutturalmente con un alto livello di rollover del debito. Il punto critico è il differenziale di costo. Rifinanziare obbligazioni emesse all’1% a rendimenti che oggi oscillano tra il 4% e il 6% significa moltiplicare il costo del servizio del debito. In uno scenario di crescita moderata, questo può tradursi in una compressione dei margini, in un deterioramento degli indicatori di leva e, nei casi più fragili, in un aumento del rischio di insolvenza. [...]
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