Vaccino Covid, perché in Italia e UE la campagna sta andando peggio del previsto

Riccardo Lozzi

8 Marzo 2021 - 10:20

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I principali sbagli e problemi dell’Unione Europea e dell’Italia per i vaccini anti-Covid, dove la media della distribuzione è inferiore a quella di Regno Unito e Stati Uniti.

Vaccino Covid, perché in Italia e UE la campagna sta andando peggio del previsto

Nelle ultime ore, il ministro della Salute Roberto Speranza ha promesso che tutti i cittadini italiani potranno essere vaccinati contro il Covid-19 entro l’estate.

Un annuncio in grado di procurare da una parte una ventata di ottimismo in una situazione in cui si fa fatica a vedere la luce in fondo al tunnel, dall’altra, però, non manca un po’ di scetticismo visti i risultati acquisiti finora in Italia e in UE.

Nonostante le contromisure prese sia a livello comunitario, con la nascita del nuovo piano anti-pandemia HERA Incubator, e quelle attuate dal Governo Draghi, tra cui la sostituzione di Arcuri con il generale Figliuolo esperto di logistica e il blocco dell’export di 250.000 dosi AstraZeneca verso l’Australia, la situazione risulta essere peggiore rispetto alla media di altri Paesi occidentali.

Stati Uniti e Regno Unito, ad esempio, hanno già somministrato il farmaco al 27% e al 35% della popolazione locale, mentre Israele è già ben oltre la metà, traguardo che ha permesso alle autorità di annunciare le prime riaperture dei luoghi pubblici. In Europa invece siamo fermi al 9%. Ma cosa stanno sbagliando Unione Europea e Italia?

Vaccino Covid, cosa sta sbagliando l’Unione Europea

Una delle cause principali è il ritardo per l’autorizzazione dell’EMA della distribuzione dei sieri anti-Covid. Per Pfizer, il primo approvato in occidente, nel vecchio continente l’approvazione da parte dell’Agenzia del Farmaco è stata data il 21 dicembre e la campagna vaccinale è partita il 27 dicembre.

Quasi 20 giorni di differenza rispetto al Regno Unito, dove l’autorizzazione è arrivata il 2 dicembre e l’8 si assisteva al primo paziente a cui è stato inoculata la dose del farmaco, e 2 settimane rispetto agli States, che hanno dato il via libera l’11 dicembre e la prima somministrazione è datata 14 dicembre.

A differenza degli enti presenti negli Stati citati, l’EMA, anche a causa della natura sovranazionale dell’Unione Europea, non può contare sul cosiddetto potere “emergency use authorisation”, in grado di accelerare le procedure. Una prerogativa, questa, che viene ancora esercitata a livello nazionale.

Al tempo stesso, sia il Governo inglese che quello americano hanno dato vita a collaborazioni molto strette tra pubblica amministrazione e casa farmaceutiche private già negli anni scorsi. Investimenti del genere gli hanno permesso di non essere semplici clienti, come l’UE, ma bensì dei partner da trattare in una maniera privilegiata.

Gli Stati membri hanno delegato alla Commissione il compito di trattare l’acquisto delle dosi, utilizzando l’unico strumento sovranazionale in questo ambito, ovvero quello della “base legale per l’acquisto congiunto di vaccini pandemici”.

Tuttavia, anche questo da solo non funziona, poiché a causa della scarsa esperienza, i contratti di fornitura sottoscritti con le aziende farmaceutiche presentano condizioni definite sfavorevoli da diversi osservatori.

Gli errori in Italia per la distribuzione dei vaccini

Anche in Italia lo scenario non è certo particolarmente favorevole. Nel nostro caso i principali elementi negativi sono rappresentati da un approvvigionamento reale inferiore rispetto a quello previsto, ma anche dalle carenze nella distribuzione.

A marzo, infatti, su 1,5 milioni consegnate da AstraZeneca, solo poco più di un terzo, ovvero 516 mila, sono state iniettate, come rivelato da una stima del 5 marzo di Gimbe per Dataroom.

Il prossimo mese si dovrebbe avviare quindi la campagna di massa, che prevede la somministrazione di 500 mila dosi al giorno, ma la frammentazione del sistema regionale italiano rischia di continuare a rappresentare un ostacolo.

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