Prescrizione, PD e renziani come Tafazzi: voto con FI per stoppare la riforma?

I partiti della maggioranza continuano a non trovare l’accordo sulla Giustizia: PD e Italia Viva contro lo stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio, senza un accordo con i 5 Stelle potrebbero votare un ddl presentato da Forza Italia che cancellerebbe il provvedimento voluto dal ministro Bonafede.

Prescrizione, PD e renziani come Tafazzi: voto con FI per stoppare la riforma?

Sulla prescrizione è guerra aperta tra i partiti della maggioranza. Anche il terzo vertice notturno sul tema Giustizia si è concluso con un nulla di fatto, con le posizioni che rimangono molto distanti nonostante il tentativo di mediazione da parte del ministro Alfonso Bonafede.

Il pomo della discordia è sempre lo stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio, sia in caso di condanna che di assoluzione, con questa riforma inserita nello “Spazzacorrotti” che entrerà in vigore dal 1 gennaio 2020 (varrà solo per i reati commessi a partire da questa data) dopo essere stata approvata dal precedente governo M5S-Lega.

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Il Partito Democratico insieme a Italia Viva, vuole uno slittamento dello stop alla prescrizione, proponendo che vengano fissati dei tempi certi per i processi di primo grado (3 anni), appello (2 anni) e Cassazione (1 anno).

Per il Movimento 5 Stelle la riforma però non si tocca, con il centrosinistra che avrebbe minacciato di votare in Parlamento un ddl presentato dall’ex ministro Enrico Costa, ex NCD ora con Forza Italia, unico modo questo per fermare lo stop alla prescrizione.

Lo scontro sulla prescrizione

Da quando il trio comico Aldo Giovanni e Giacomo ha portato sul piccolo schermo il personaggio di Tafazzi, che saltellando e canticchiando si colpisce con una bottiglia di plastica le parti basse, il termine tafazzismo è diventato poi un neologismo che si riferisce a un atteggiamento autolesionistico spesso utilizzato per descrivere le strategie politiche del centrosinistra.

Succede quindi che in piena sessione di bilancio, il PD e i renziani abbiano alzato un autentico muro contro lo stop della prescrizione dopo il primo grado di giudizio che, senza una legge la modifichi o stoppi, entrerà in vigore con l’inizio del nuovo anno.

La norma era stata votata malvolentieri dalla Lega quando era al governo con i 5 Stelle, con il Carroccio che era riuscito a ottenere comunque uno slittamento della sua entrata in vigore in attesa di varare la riforma del processo penale.

Lo stop secondo Forza Italia renderebbe chi è sotto processo “indagato a vita”, tanto che l’azzurro Enrico Costa ha presentato in commissione Giustizia un ddl che prevede la cancellazione in toto della riforma.

C’è da dire però che la prescrizione molto spesso ha salvato dalla condanna definitiva i cosiddetti colletti bianchi, che possono permettersi avvocati abili nel dilatare i tempi dei processi, visto che raramente si è sentito parlare di un imputato per scippo prescritto a differenza di quelli per corruzione o concussione.

Un rapporto del 2017 redatto dalla Commissione Europea parla della prescrizione in Italia come “un ostacolo alla lotta alla corruzione”, visto che “incentiva tattiche dilatorie da parte degli avvocati con il risultato che un’alta percentuale di cause cade in prescrizione dopo la condanna di primo grado”.

Se entro la fine non si troverà un accordo nella maggioranza, il Partito Democratico e Italia Viva sarebbero pronti a votare in Aula il ddl presentato da Costa facendo così saltare la riforma.

Una eventualità questa che aprirebbe di conseguenza una profonda crisi di governo proprio alla vigilia delle delicatissime elezioni regionali in Emilia Romagna, rischiando di porre fine all’esperienza giallorossa dopo soltanto pochi mesi.

Far cadere il governo, regalando di fatto Palazzo Chigi a Matteo Salvini, solo per impedire che la prescrizione si stoppi dopo il primo grado di giudizio, sarebbe un nuovo suicidio per il centrosinistra.

PD e renziani confidano ancora di poter giungere a una mediazione all’interno della maggioranza, ma il Movimento 5 Stelle appare irremovibile nel difendere uno dei suoi provvedimenti bandiera.

Uno scontro questo in atto tra i giallorossi che fa solo che gioire la destra, ormai da settembre soltanto in attesa sul letto del fiume che passi il cadavere del governo Conte bis.

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