Migranti positivi: perché Conte non vieta gli sbarchi?

Continuano i casi di migranti arrivati in Italia e risultati positivi al coronavirus in seguito ai controlli: perché Giuseppe Conte non vieta gli sbarchi nonostante le proteste in Calabria e Sicilia?

Migranti positivi: perché Conte non vieta gli sbarchi?

L’argomento è più che delicato e, per una volta, l’auspicio è che venga trattato in maniera globale e senza opportunismo politico anche se guardando i social questa speranza appare essere già tramontata.

La questione dei migranti e dell’emergenza coronavirus in corso, se non affrontata in maniera tempestiva e collegiale, può infatti diventare una autentica bomba sociale e sanitaria pronta a esplodere in Italia e negli altri Paesi del Mediterraneo.

Partiamo per prima cosa dai numeri. Nel mese di luglio sono sbarcati nel nostro Paese 6.431 migranti, un numero ben maggiore di quanto fatto registrare nell’intero mese sia nel 2019 (1.088) che nel 2018 (1.969).

Di questi immigrati alcuni sono risultati positivi al coronavirus anche se senza sintomi, provocando non poche tensioni in Calabria e Sicilia, venendo subito isolati in strutture apposite e messi sotto controllo da parte dell’Esercito.

La maggior parte dei nuovi arrivati provengono da Tunisia e Bangladesh, un Paese quest’ultimo dove l’epidemia del COVID è in forte espansione, al pari dell’India, con 235.00 casi accertati.

La situazione sempre più instabile in Libia e nel Nord Africa in generale, unita alla bella stagione e al miglioramento della situazione sanitaria in Italia, ha provocato questa escalation di arrivi sulle nostre coste con tanto di immancabile polemica politica, che arriva proprio nel momento in cui il governo del premier Conte sta lavorando sulla modifica dei tanto discussi decreti Sicurezza.

Migranti: perché Conte non blocca gli sbarchi?

Il primo governo Conte, nella sua pur breve esistenza, molto aveva fatto parlare di sé in tutto il mondo per come ha affrontato la questione dei migranti. Matteo Salvini in particolare ci ha incentrato tutta la sua azione da ministro dell’Interno, portando avanti la politica dei “porti chiusi” passando poi all’incasso elettorale alle europee del 2019.

Dopo la crisi del Papeete con la Lega che ha detto addio ai 5 Stelle provocando la nascita del secondo governo Conte, uno dei punti saldi del patto che ha portato alla nascita della nuova maggioranza giallorossa è quello della revisione dei decreti Sicurezza voluti da Salvini.

Da tempo l’esecutivo sta lavorando per modificare le normative volute dall’ex ministro sotto la spinta di Italia Viva, PD e LeU, ma nel frattempo anche prima dell’emergenza coronavirus i porti italiani da chiusi sono tornati a essere aperti.

Con il Covid adesso tutto diventa più complicato, visto che lasciare una nave per giorni in mare con persone positive a bordo aumenterebbe in maniera esponenziale i rischi di contagio sia per i migranti che per l’equipaggio.

La strategia del governo di conseguenza è quella di isolare subito gli immigrati positivi, con il ministro Lamorgese che al tempo stesso si è messa a lavoro per cercare di porre un freno alle partenze dalle coste africane e per riattivare la ridistribuzione negli altri Paesi europei.

La questione coronavirus

Mai come in questo momento la pandemia da coronavirus in atto sta imperversando in tutto il mondo, tanto che l’OMS ha dichiarato che il picco dei contagi a livello globale è ancora lontano dall’essere raggiunto.

Se in Europa il virus ha rallentato anche se adesso i casi stanno tornando pericolosamente a salire, negli altri continenti stanno registrando numeri record facendo scattare in Italia il campanello d’allarme per quanto riguarda i migranti, alcuni dei quali trovati positivi che comunque sarebbero l’1,5% dei casi in Italia.

Se consideriamo poi che la pandemia sta producendo una crisi economica a livello globale spaventosa e mai vista prima, è facile pensare che i flussi migratori difficilmente potranno arrestarsi e che invece nei prossimi mesi e anni andranno sempre più ad aumentare.

Se non si parte da questo presupposto c’è il rischio del caos più totale. Da Minniti in poi gli sbarchi in Italia sono diminuiti non per effetto dei decreti Sicurezza, ma grazie ai soldi e ai mezzi inviati dai vari governi a Tripoli per bloccare le partenze.

Adesso che in Libia la guerra civile non accenna a placarsi scompigliando tutte le carte in tavola, senza considerare le nuove rotte nel frattempo aperte dai trafficanti di esseri umani soprattutto considerando la grave crisi economica in Tunisia, questa strategia del lasciare i migranti al loro destino nell’inferno nordafricano sta crollando.

Tenere le barche in mezzo al mare non serve a nulla, anzi aumenterebbe solo i rischi sanitari, visto che anche quando al Viminale c’era Matteo Salvini alla fine tutti i migranti sbarcavano sulle nostre coste, solo che lo facevano dopo lo stucchevole melodramma politico.

I numeri inferiori di arrivi erano dettati dalle minori partenze, determinate dai tanti soldi provenienti da Roma che, si vocifera, finivano anche nelle tasche di diverse milizie che gestivano il controllo delle coste libiche e dei tanti lager dove i migranti venivano rinchiusi, torturati e ricattati. Con la guerra in atto, molti dei referenti adesso non ci sono più.

Mai come in questo momento l’Europa deve prendere in mano la situazione, perché l’Italia non può essere lasciata sola ad affrontare anche questa crisi: visti gli egoismi mostrati sul Recovery Fund, non c’è da aspettarsi però nessuna presa di coscienza da parte di Bruxelles.

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