Il futuro della finanza sarà fatto di QE perenne, debito alle stelle e aziende zombie

Ci aspetta un mondo fatto di un new normal espansivo delle banche centrali, nazioni ultra-indebitate, deficit fuori controllo e aziende zombie.

Il futuro della finanza sarà fatto di QE perenne, debito alle stelle e aziende zombie

Prima la Fed, poi la Bce. La Bank of Japan, forse per decenza rispetto alla lost decade di deflazione di cui ancora il Giappone porta le cicatrici, per ora resta in attesa. La parola d’ordine del momento per le Banche centrali pare comunque una sola: inflazione. Nella fattispecie, l’approccio da tenere rispetto alla politica dei tassi di interesse, in caso di overshooting sopra la soglia-obiettivo del 2%.

Di fatto, un discorso meramente accademico. Quantomeno, stando alle prospettive ufficiali a 12 mesi nelle dinamiche dei prezzi. Perché quindi dar vita a questo dibattito, quasi a volerlo inserire di diritto nel novero delle priorità, quasi non ve ne fossero altre e di ben altra criticità e urgenza?
Forse, proprio perché occorre sviare l’attenzione dalle prime, serie e strutturali degenerazioni in atto nei percorsi dei programmi di QE. E, soprattutto, dalle conseguenze che queste rischiano di lasciare in eredità ai vari Paesi, quando anche l’emergenza Covid sarà terminata.

Il nuovo ruolo delle banche centrali

Fonte: Goldman Sachs

Fonte: Bloomberg

Questi due grafici mettono in prospettiva la situazione. Non solo la scorsa settimana il mercato obbligazionario high-yield americano ha sfondato il suo record storico con emissioni per 330 miliardi di dollari da inizio anno, sorpassando i 329,6 dell’intero 2012 e con ancora tre mesi davanti a noi ma ecco con i 6,85 miliardi di controvalore in emissioni del 29 settembre, le aste di debito corporate investment grade statunitensi hanno frantumato il sesto primato mensile negli ultimi sette mesi.

Praticamente, una gara a chi emette di più. E senza discrimini fra rating dell’emittente, la Fed in questo è riuscita a sconfiggere davvero la diseguaglianza con il suo ampliamento urbi et orbi della platea di collaterale. Ma non basta.

Fonte: Goldman Sachs

Fonte: Sociètè Gènérale/Equity Quant

Perché questi altri due grafici mettono ulteriormente in chiaro ciò di cui stiamo parlando: il primo mostra come il regime di operatività espansiva della Fed e delle altre Banche centrali stia garantendo ampliamenti delle ratio di debito pubblico sul Pil senza precedenti nel cosiddetto G-5, addirittura oggi - «grazie» al Covid - a livello superiori a quelli raggiunti nel pieno del Secondo conflitto mondiale.

Il tutto, ovviamente, in perfetta contemporanea con tassi di interessi nominali al minimo storico assoluto. E il grafico pare porsi la domanda esatta: per quanto, ancora?

Il secondo grafico appare ancora più rivelatore, poiché mostra la correlazione storica fra stato patrimoniale della Federal Reserve e corsi dello Standard&Poor’s 500: di fatto, un front-load sugli acquisti della Banca centrale Usa a partire dal 2008 ha garantito una strategia di trading pressoché a prova di bomba. Un teflon contro le perdite, fatte salve la correzioni lungo il percorso. Le quali, però, oltre a garantire occasioni di acquisto sui minimi (una volta capito il giochino), hanno di fatto operato in maniera strumentale rispetto all’implementazione di nuovi interventi, più ampi e più sistemici.
Anche in questo caso, viene da chiedersi: fino a dove si potrà arrivare?

Perché piaccia o meno, si arriverà giocoforza a un punto nel quale occorrerà decidere: istituzionalizzare il Qe o azzardare un ritiro delle manovre, sfidando la solidità da Loacker delle dinamiche di mercato appena descritte?

Non a caso, la Bce ha cominciato a parlare di trasformazione del piano anti-pandemia Pepp da strumento straordinario a facility statutaria, oltretutto mantenendo in seno ai criteri operativi le tre principali deroghe rispetto ai Qe lanciati da Mario Draghi: capital key, regola del 33% per emittente e acquisti di bond greci. Non a caso, in seno al board dell’Eurotower è scoppiato l’ennesimo dissidio, quasi ciclico, fra cosiddetti falchi e colombe.

Il futuro che ci attende

Davvero si può pensare a un regime perenne di Qe, quindi a un nuovo ruolo delle Banche centrali come prestatori non solo di ultima ma anche di prima e continua istanza, sia per le dinamiche di debito sovrano che per quelle di emissione corporate? A quel punto, però, dove finirebbero concetti come il fair value e la price discovery, se i bilanci delle varie Fed e Bce passeranno loro sopra come rulli compressori, operando artificialmente da livellatore del premio di rischio? Un mondo di nazioni ultra-indebitate, deficit fuori controllo e zombie firms, è questo che ci attende?

Paradossalmente, parrebbe di sì. Ovviamente, però, un regime simile potrebbe esistere soltanto se retto da un principio di emergenza globale ciclica, ovvero un continuum di eventi traumatici e traumatizzanti in grado di catalizzare l’attenzione sia dei mercati che delle opinioni pubbliche e, in questo modo, operanti da alibi in servizio permanente effettivo. A ben pensarci, dal crollo Lehman in poi, la logica appare questa. E, anzi, ampliando il campo alle emergenze geopolitiche e di sicurezza globale, il new normal dell’indebitamento strutturale da terrore permanente è cominciato l’11 settembre del 2001.

E come ha operato? Di fatto, benissimo. Faustianamente, se ancora si crede alla teoria dei cicli o addirittura al principio di distruzione creativa schumpeteriano. Ma, comunque, a livello pratico, nulla da eccepire. Ha gonfiato bolle, enormi. Ma le ha anche fatte sgonfiare in maniera relativamente controllata, sicuramente più calcolata di quanto non accaduto nel biennio 1999-2000.

E ora, stiamo forse vivendo una fase di sgonfiamento, terminata la quale si aprirà però un enorme punto di domanda sul futuro? Una cosa appare certa, quantomeno in base a questi due grafici finali.

Fonte: Bloomberg/Zerohedge

Fonte: Goldman Sachs

Il primo dibattito presidenziale Usa, unanimemente definito il peggiore della storia politica americana per toni e argomentazioni, è riuscito a spedire ai massimi il tasso di incertezza prezzato nei futures dei Vix. E, cosa più importante, ha prolungato le aspettative di volatilità molto più in là della data del voto, il 3 novembre prossimo.

Stando ai modelli di Goldman Sachs, infatti, la volatilità implicita sullo Standard&Poor’s 500 resterà a livelli decisamente superiori alla media - in area 30 - fino all’inauguration day del 20 gennaio 2021, quando il presidente eletto giurerà ed entrarà ufficialmente nel ruolo.

Come gestire due mesi in più di incertezza politica, oltretutto direttamente legata anche al futuro del pacchetto di stimolo che il Congresso è chiamato a rinnovare e che proprio in questi giorni sta giocando da market mover assoluto a Wall Street, tanto che ogni parola pronunciata da Nancy Pelosi o Steven Mnuchin viene immediatamente prezzata dagli algoritmi? E il Covid, come evolverà? E la Fed, attendista nell’ultimo board proprio perché precedente al voto, potrà permettersi altre due riunioni del Fomc in modalità di melina calcistica?

Il mondo affoga nel debito, pubblico come corporate. E nessuno è in grado di capire come una dinamica simile possa evolvere, quasi si vivesse collettivamente e globalmente alla giornata. Una cosa appare certa: la logica imperante è quella dello sgonfiamento ciclico e controllato degli eccessi attraverso gli alibi emergenziali utilizzati come manleva per operazioni di fatto strutturali, una sorta di periodo di eccessi seguito da uno di rehab forzata. Come per alcolisti e tossicodipendenti.

La domanda, come posta dal grafico, è solo una: per quanto ancora? Le opzioni, infatti, sono solo due: un reset del sistema che appare come un vero Big Bang finanziario o l’istituzionalizzazione del new normal espansivo, di fatto già spoilerata dalle Banche centrali nelle loro ultime sortite. Parlano di inflazione ma pensano all’helicopter money. Altrimenti, salta il banco.

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