L’euro continua a rafforzarsi, creando un’insolita tensione tra la politica monetaria e l’andamento della valuta. L’obiettivo dichiarato della BCE è quello di riportare i tassi a un livello “neutrale”, capace cioè di non stimolare né frenare l’economia. Tuttavia, questo aggiustamento sta avvenendo in un contesto globale di estrema volatilità, dove la dinamica del cambio euro/dollaro sembra rispondere ad altre forze.
Nonostante otto tagli consecutivi da parte della BCE e la prospettiva di tassi reali prossimi allo zero o negativi, l’euro ha guadagnato oltre il 10% contro il dollaro negli ultimi quattro mesi, raggiungendo livelli record sia in termini nominali sia reali rispetto a un paniere di valute dei principali partner commerciali della zona euro.
La forza dell’euro non è più spiegabile con il differenziale dei rendimenti obbligazionari a breve termine tra Europa e Stati Uniti, rimasto stabile. A pesare, secondo gli analisti, sono invece fattori come le tensioni commerciali innescate da Donald Trump, i timori su un’eventuale fuga di capitali dagli asset denominati in dollari e la nuova spinta fiscale tedesca, che ha modificato le prospettive economiche del continente.
Se davvero una parte consistente dei trilioni di dollari investiti da europei negli Stati Uniti sta tornando in patria, la BCE potrebbe trovarsi di fronte a un dilemma inedito: come bilanciare gli effetti disinflazionistici di un euro così forte con la possibile ripresa della domanda interna che ne deriverebbe?
La possibilità di ulteriori tagli dei tassi – il mercato prezza un “tasso terminale” attorno all’1,75% – sembra avere un impatto limitato sul cambio. Anzi, se i rientri di capitali riguardano soprattutto investimenti azionari, tassi più bassi potrebbero alimentare ulteriormente la fuga dagli asset americani e sostenere le borse europee, rendendo l’euro ancora più appetibile.
La presidente della BCE, Christine Lagarde, ha parlato recentemente a Berlino di un possibile “global euro moment”: una fase storica in cui la moneta unica si affermi come vera alternativa al dollaro, sfruttando il rinnovato slancio verso la difesa comune, la digitalizzazione e la transizione energetica.
Tuttavia, non mancano i rischi. I grandi esportatori europei temono che un euro troppo forte possa compromettere la loro competitività in un momento già segnato da tensioni commerciali e incertezza sui dazi. Inoltre, la BCE dovrà valutare se il proseguimento della politica espansiva possa alimentare pressioni inflazionistiche interne nel medio termine, soprattutto considerando le manovre fiscali in arrivo nel 2026.
Le nuove previsioni economiche che la BCE pubblicherà giovedì terranno conto sia dell’apprezzamento dell’euro (+7% sul dollaro) sia del calo del 10% dei prezzi del petrolio dall’ultima revisione di marzo. Secondo gli economisti di Morgan Stanley, anche se l’inflazione di fondo dovesse essere ritoccata verso l’alto, l’inflazione complessiva rischia di restare sotto l’obiettivo del 2% da metà 2025 fino al 2027.
In un contesto globale segnato da instabilità commerciale e geopolitica, la BCE potrebbe trovarsi senza strumenti efficaci per controllare l’apprezzamento dell’euro. Dichiarare il cambio “eccessivo” potrebbe non bastare, e un ritorno all’intervento diretto sui mercati valutari appare improbabile.
Il vero interrogativo è se tutto questo giustifichi una pausa nei tagli o un’ulteriore accelerazione. Una cosa è certa: il 2025 rischia di diventare l’anno in cui la BCE dovrà reinventare il suo ruolo in un’Europa che cambia rapidamente, con una moneta sempre più forte ma anche sempre più centrale nello scacchiere globale.