Manca un anno alla conclusione del mandato di Jerome Powell alla guida della Federal Reserve, e mentre l’istituto prepara l’ultima revisione strategica sotto la sua direzione, si apre la riflessione su un’eredità complessa.
Powell ha recentemente illustrato la possibile evoluzione degli strumenti, della comunicazione e dell’approccio della Fed per i prossimi cinque anni, un orizzonte incerto segnato da volatilità macroeconomica, tassi d’interesse in crescita e pressioni inflazionistiche persistenti.
Rispetto all’ultima revisione quinquennale del 2020, nata in un contesto di inflazione bassa e tassi vicini allo zero, il quadro attuale è capovolto. La pandemia, le tensioni commerciali globali e la crisi bancaria regionale hanno messo alla prova la capacità della Fed di mantenere l’equilibrio tra il suo doppio mandato: stabilità dei prezzi e piena occupazione. La risposta di Powell, nel 2020, fu il varo del Flexible Average Inflation Targeting (FAIT), che tollerava superamenti temporanei del 2% di inflazione per compensare anni di sottosoglia.
Ma quel framework è ormai considerato superato, travolto dall’ondata inflazionistica post-pandemica. Sebbene non sia stato formalmente abbandonato, nella pratica la Fed ha abbracciato un orientamento più rigoroso, centrato sul contenimento dell’inflazione. “Le aspettative ancorate sull’inflazione sono cruciali in tutto ciò che facciamo”, ha ribadito Powell, sottolineando l’impegno per l’obiettivo del 2%, oggi più che mai messo alla prova.
I suoi critici lo accusano di aver sottovalutato la portata dell’inflazione nel 2021, definendola “transitoria”, e di aver mantenuto politiche espansive troppo a lungo. Il risultato è un indice di approvazione popolare fermo al 37%, il più basso per un presidente della Fed da quando Gallup ha iniziato a rilevare questi dati nel 2001. Paradossalmente, Powell gode di maggiore fiducia tra i repubblicani che tra democratici o indipendenti, nonostante i frequenti attacchi subiti da Donald Trump durante la sua presidenza.
Eppure, i numeri raccontano anche un’altra storia. La disoccupazione è appena sopra il 4%, ben al di sotto della media storica. L’inflazione è scesa al 2,3%, ai minimi da quattro anni, mentre l’economia statunitense ha evitato la recessione nonostante il ciclo di rialzi dei tassi più aggressivo degli ultimi 40 anni. Powell, volente o nolente, ha mantenuto la barra dritta in mezzo alla tempesta.
La sfida ora sarà quella di contenere una nuova potenziale ondata inflazionistica legata ai dazi commerciali, senza sacrificare la crescita. La revisione della strategia della Fed, attesa entro fine anno, potrebbe rappresentare il suo ultimo grande atto. In gioco c’è non solo il futuro della politica monetaria americana, ma anche il giudizio della storia.
Il confronto con predecessori illustri è inevitabile. Paul Volcker è ricordato per aver domato l’inflazione degli anni ’80 a costo di una profonda recessione, Alan Greenspan per aver guidato l’espansione degli anni ’90 ma anche per la deregulation che precedette la crisi del 2008. Powell, invece, sarà forse ricordato per aver gestito un equilibrio fragile tra emergenze e stabilità.
Solo il tempo potrà dire se la sua Fed sarà vista come un baluardo efficace in tempi incerti, o come un’istituzione che ha perso la rotta. Il futuro della sua eredità è ancora tutto da scrivere.