Quanto è concreto il rischio di stagflazione nel 2025?

Redazione Money Premium

11/03/2025

L’ultima indagine di Bank of America su un campione globale di gestori ha rilevato che quasi il 60% degli intervistati considera la stagflazione il principale rischio economico per i prossimi 12 mesi.

Quanto è concreto il rischio di stagflazione nel 2025?

Negli ultimi mesi, il termine stagflazione è tornato a dominare il dibattito economico globale, evocando lo spettro di uno scenario che ha segnato profondamente l’economia occidentale negli anni ’70.

Questa parola, temuta dai policymaker di tutto il mondo, rappresenta una combinazione tossica di crescita economica stagnante e inflazione elevata. È una trappola difficile da gestire, perché gli strumenti tradizionali di politica monetaria sono progettati per affrontare una sola di queste sfide alla volta: o stimolare la crescita o contenere l’inflazione.

Quando entrambe si manifestano contemporaneamente, l’efficacia di questi strumenti viene drasticamente ridotta.

Il governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey, ha recentemente minimizzato l’importanza del termine, definendolo impreciso. Tuttavia, gli ultimi dati economici e le tensioni geopolitiche suggeriscono che la stagflazione potrebbe presto diventare una realtà concreta, soprattutto se le politiche protezionistiche continueranno a intensificarsi.

Le politiche protezionistiche avviate dall’ex presidente americano Donald Trump continuano a lasciare strascichi nell’economia globale. Le minacce di nuovi dazi su Messico, Canada e Cina rischiano di compromettere ulteriormente gli equilibri economici internazionali. Secondo le stime dell’istituto di investimenti PIMCO, l’imposizione di tali tariffe potrebbe aumentare l’inflazione negli Stati Uniti di 0,8 punti percentuali e ridurre la crescita economica del 1,2% già nel primo anno.

I verbali della riunione della Federal Reserve di fine gennaio hanno rivelato che molte aziende statunitensi stanno già trasferendo l’aumento dei costi direttamente ai consumatori. Questa tendenza suggerisce un rischio crescente di inflazione strutturale, mentre i segnali di rallentamento dei consumi interni, come evidenziato dal recente calo delle vendite al dettaglio, mettono in discussione la solidità dell’economia americana.

Anche l’Europa non è immune a questi venti contrari. Il Regno Unito sta già vivendo un aumento dell’inflazione superiore alle attese: a gennaio, il tasso ha raggiunto il 3%, ben oltre il target del 2% fissato dalla Banca d’Inghilterra. Contemporaneamente, la crescita economica si sta raffreddando: gli analisti di Morgan Stanley e HSBC hanno tagliato le previsioni di crescita del PIL britannico per il 2025 dallo 1,4% allo 0,9%, evidenziando un rallentamento preoccupante.
La Banca Centrale Europea si trova in una posizione altrettanto delicata. Da un lato, la componente più restrittiva del consiglio, rappresentata da Isabel Schnabel, sostiene che sia giunto il momento di fermare i tagli ai tassi d’interesse. Dall’altro, il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, avverte che la crescita nell’area euro potrebbe essere ancora più debole di quanto temuto. Queste divisioni interne complicano ulteriormente le prospettive per la politica monetaria europea, lasciando l’Eurozona esposta a rischi sia di stagnazione sia di inflazione fuori controllo.

I mercati finanziari globali iniziano a prendere atto dei rischi crescenti di stagflazione. L’ultima indagine condotta da Bank of America su un campione globale di gestori di fondi ha rilevato che quasi il 60% degli intervistati considera la stagflazione il principale rischio economico per i prossimi 12 mesi. Questo dato rappresenta il livello più alto degli ultimi sette mesi e riflette un crescente pessimismo tra gli investitori.

Anche gli analisti di BNP Paribas avvertono che i mercati statunitensi stanno sottovalutando il rischio stagflazionistico. Dal momento dell’insediamento di Trump, l’indice S&P 500 ha registrato nuovi massimi, mentre i rendimenti nominali e reali dei Treasury americani sono scesi e la curva dei rendimenti si è appiattita, segnalando una crescente incertezza.
Se gli investitori iniziano a percepire un rallentamento della crescita economica accompagnato da un’inflazione persistente, potremmo assistere a una drastica ricalibrazione dei mercati finanziari. Questo potrebbe tradursi in una svendita di azioni e obbligazioni, alimentando un aumento della volatilità valutaria a livello globale.

Le economie emergenti si trovano in una posizione particolarmente fragile. Molti di questi Paesi, infatti, dipendono dalle esportazioni e sono vulnerabili alle oscillazioni valutarie e all’inflazione importata. Un contesto di stagflazione globale potrebbe colpire duramente queste economie, riducendo gli investimenti esteri e aumentando il costo del debito denominato in dollari.
Anche il Regno Unito appare esposto, data la sua dipendenza dagli investimenti esteri per coprire il proprio disavanzo commerciale. In caso di fuga di capitali, il Paese potrebbe trovarsi in una situazione critica, con un aumento della pressione inflazionistica derivante dalla svalutazione della sterlina.

Gestire la stagflazione richiede un approccio equilibrato e mirato. Per i policymaker, la sfida è duplice: contenere l’inflazione senza soffocare ulteriormente la crescita economica. Le banche centrali, come la Federal Reserve, la Banca Centrale Europea e la Banca d’Inghilterra, dovranno calibrare attentamente le politiche monetarie per evitare di innescare una recessione più profonda.
Gli investitori, dal canto loro, potrebbero adottare strategie difensive, puntando su asset reali come l’oro, beni rifugio come il franco svizzero, e settori resilienti come quello energetico e alimentare. Inoltre, la diversificazione geografica degli investimenti potrebbe ridurre l’esposizione ai rischi legati alla stagflazione in specifiche aree economiche.