Il 2025 si è aperto con una turbolenza significativa nei mercati obbligazionari statunitensi, costringendo la Federal Reserve ad affrontare un dilemma cruciale.
Da una parte, l’istituto deve gestire le crescenti preoccupazioni per un’inflazione a lungo termine, mentre dall’altra si trova sotto il peso delle critiche del presidente eletto Donald Trump, che ha definito i tassi d’interesse «troppo alti».
La recente impennata dei tassi sui titoli del Tesoro USA non può più essere interpretata come un semplice aggiustamento naturale dei mercati.
Al contrario, il panorama che si sta delineando richiede maggiore prudenza sia da parte della banca centrale sia dal governo. In particolare, l’aumento del premio per il rischio associato ai titoli a lungo termine ha riacceso un segnale d’allarme che era rimasto sopito per oltre un decennio.
Il premio al rischio ovvero il compenso aggiuntivo richiesto dagli investitori per detenere titoli a lungo termine anziché rinnovare costantemente titoli a breve scadenza, è in forte crescita. La stima della Federal Reserve di New York per il premio a dieci anni ha superato per la prima volta dal 2014 mezzo punto percentuale. Sebbene questo livello non sia eccessivo rispetto agli standard storici, è nettamente superiore alla media dell’ultimo decennio.
Questo rialzo riflette un’incertezza diffusa tra gli investitori, preoccupati per il mix pericoloso di deficit pubblici elevati, politiche fiscali aggressive e un’economia ancora surriscaldata. Le promesse elettorali di Trump — riduzioni fiscali, restrizioni sull’immigrazione e tariffe doganali — alimentano i timori di inflazione e di ulteriori accumuli di debito.
Nonostante la Fed abbia abbassato i tassi di riferimento di un punto percentuale dall’autunno scorso, i rendimenti dei titoli decennali sono aumentati di 100 punti base nello stesso periodo. Ancora più significativi sono gli incrementi dei rendimenti trentennali, che si avvicinano al 5%, un livello visto l’ultima volta poco prima della crisi finanziaria del 2008.
Questo fenomeno sta ampliando il divario tra i rendimenti a due e trenta anni, portandolo al massimo dalla fase iniziale del ciclo di restrizione monetaria. Le aspettative di inflazione a lungo termine, misurate tramite i mercati dei titoli indicizzati e degli swap, sono risalite al 2,5%, ben al di sopra dell’obiettivo del 2% dichiarato dalla Fed.
Se la Fed perderà il controllo della curva a lungo termine, potrebbe essere costretta a un cambio di direzione più restrittivo per riaffermare la sua determinazione a contenere l’inflazione. Questo scenario appare probabile a meno che l’economia non rallenti bruscamente o che il presidente Trump non moderi i suoi piani.
Un presidente apertamente critico verso l’autonomia della Fed non sarà certo felice di ulteriori resistenze monetarie. Tuttavia, la stabilità a lungo termine richiede che l’istituto mantenga saldo il suo mandato. Christopher Waller, governatore della Fed, ha dichiarato che, sebbene la politica monetaria rimanga restrittiva, prevedere l’andamento economico è diventato sempre più complesso.
Nel 2025 l’incertezza politica potrebbe accentuare la volatilità dei mercati. Trump potrebbe agevolare il compito della Fed chiarendo che le sue preoccupazioni riguardano i tassi a lungo termine. In questo modo, il presidente e la banca centrale potrebbero trovare un equilibrio funzionale, limitando i danni a breve termine e contribuendo a una maggiore chiarezza per investitori e operatori economici.