Covid, quando si tornerà alla normalità? Lo studio che dà qualche indizio

Laura Pellegrini

8 Gennaio 2021 - 13:10

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Quando verranno eliminate le restrizioni contro la diffusione del Covid-19? Secondo uno studio, introdurre nuove riaperture con anticipo potrebbe essere controproducente.

Covid, quando si tornerà alla normalità? Lo studio che dà qualche indizio

Mentre in Italia il coronavirus continua a dilagare in tutte le Regioni e i cittadini si preparano a una nuova stretta, in molti si chiedono quando si potrà tornare alla normalità. Dopo quasi un anno dalla scoperta del primo paziente italiano positivo al Covid-19, dunque, emergono alcuni studi sui tempi necessari per l’eliminazione delle restrizioni anti-contagio.

Tra questi, un studio condotto dai ricercatori della Fondazione Bruno Kessler (Fbk), dall’Istituto superiore di sanità (Iss) e dall’Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro (Inail), pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States (Pnas), ha messo in luce come una riapertura anticipata delle attività produttive o l’allentamento troppo precoce delle restrizioni possa rivelarsi estremamente pericolosa soprattutto per l’incidenza sul numero di contagi.

L’indice Rt al di sotto di 1 potrebbe essere soltanto un’illusione.

Fine delle restrizioni con meno di 50 casi ogni 100mila abitanti

Mentre il Governo discuteva sulla possibile introduzione di nuove restrizioni in vista del Natale, il Cts aveva avanzato l’ipotesi di concessione di alcune deroghe soltanto qualora l’indice Rt nazionale fosse sceso al di sotto di 1. E raggiunto l’obiettivo - con l’Rt attorno allo 0,89 - sono arrivati i primi allentamenti alle visite a parenti e amici almeno sotto il periodo natalizio.

Tuttavia, lo studio Iss-Inail ha fatto emergere come “allentare le restrizioni quando l’incidenza delle infezioni da Sars-CoV-2 è ancora alta può portare ad un rapido nuovo picco dei casi, e quindi dei ricoveri, anche se l’Rt è inferiore ad 1”.

Un chiaro esempio è fornito dal lockdown della scorsa primavera: l’introduzione della chiusura generalizzata all’11 marzo ha permesso di far scendere l’Rt nazionale da 3 a meno di 1 in poche settimane, ma se l’allentamento delle restrizioni fosse stato anticipato al 20 aprile anziché al 18 maggio - come avvenuto in realtà - avrebbe comportato un incremento del 500% sulle ospedalizzazioni cumulative registrate da maggio a settembre. Dal 18 maggio, infatti, in seguito alle riaperture sono tornati a salire gli indici Rt di tutte le Regioni italiane.

Gli esperti hanno quindi evidenziato come l’incidenza del virus debba essere “sufficientemente bassa da poter essere gestita dai sistemi di prevenzione con l’isolamento dei casi e la quarantena dei contatti”. Questa incidenza, ha spiegato Stefano Merler, ricercatore FBK, “dovrebbe essere inferiore a circa 50 casi settimanali ogni 100.000 abitanti. Una prospettiva ancora lontana per tutte le Regioni italiane.

Quali restrizioni allentare per prime?

I risultati della ricerca permettono di ipotizzare quali siano le restrizioni che hanno un impatto minore sull’aumento del numero dei nuovi casi positivi. Infatti, secondo gli esperti, ci sarebbero delle restrizioni da allentare prima di altre proprio per la loro bassa incidenza a livello epidemiologico.

I contatti nel mondo del lavoro - ad eccezione dei servizi essenziali (es. sanità) - per esempio, potrebbero non incidere molto sulla trasmissibilità del coronavirus, pur essendo estremamente rischiosi. Dove possibile, comunque, è importante favorire il lavoro da casa.

Per quanto riguarda, invece, la riapertura delle scuole - dagli asili fino alle scuole medie e infine le scuole superiori - l’impatto sulla trasmissibilità del virus potrebbe essere limitato a causa della minor esposizione all’infezione dei ragazzi con un’età inferiore ai 14 anni.

Infine, riaprire la possibilità di incontrarsi anche tra nuclei familiari diversi e favorire i contatti sociali - come avvenuto in estate - può far scatenare un’ondata epidemica incontenibile.

I contagi da Covid in Italia finora

Lo studio condotto da Iss e Inail ha messo in luce anche la percentuale della popolazione italiana che ha contratto il coronavirus. Fino al 30 settembre 2020, infatti, era circa il 4,8% della popolazione italiana ad aver contratto il coronavirus, ma a livello regionale le differenze erano notevoli.

Mentre la Lombardia, la Regione più colpita dalla pandemia nella prima ondata, ha avuto un’incidenza pari all’11%; nel Lazio o in Campania solo l’1% dei cittadini ha contratto il Covid. Di conseguenza, anche le riaperture potrebbero avere effetti diversi a seconda dei territori nelle quali vengono inserite. Anche la variante demografica può fare la sua parte: una popolazione più giovane risulterebbe meno esposta alla contrazione del Covid-19.

Gli esperti, infine, hanno anche fatto notare come sia stato perfezionato, nel corso dei mesi, il sistema di tracciabilità dei contatti dei positivi: il tasso di notifica è passato dal 9,4% registrato durante la prima ondata a circa il 24,5% registrato durante l’estate.

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