Covid, una molecola predice la gravità dell’infezione: lo studio

Martino Grassi

10/12/2020

27/04/2021 - 15:54

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Una molecola è in grado di predire le forme gravi dell’infezione causata dal coronavirus. Lo studio è stato condotto da un team di ricerca tutto italiano.

Covid, una molecola predice la gravità dell'infezione: lo studio

Una molecola è in grado di predire la gravità dell’infezione sviluppata in seguito al contagio da coronavirus: si tratta della sfingosina-1-fosfato. La scoperta è potenzialmente in grado di salvare centinaia di vita, fornendo in anticipo delle informazioni che possono guidare i medici, indirizzando i pazienti verso terapie mirate.

Secondo il team di ricerca che ha fatto la scoperta, dei bassi livelli di questa molecola all’interno dell’organismo sono predittivi di un’evoluzione grave della malattia, e di un conseguente aumento della probabilità di decesso, a causa dell’infezione da coronavirus.

Covid, una molecola predice la gravità dell’infezione

Sebbene ormai fosse già noto che attraverso le analisi del sangue si potesse scoprire in anticipo il grado di sopravvivenza alla Covid-19, un’ulteriore ricerca ha messo in evidenza il ruolo di una particolare molecola in grado preannunciare il decorso della malattia causata dal coronavirus. Lo studio ha coinvolto 111 pazienti affetti da coronavirus, i cui paramenti sono stati confrontati con quelli di altri 47 soggetti risultati negativi al coronavirus. Dalla comparazione dei risultati di laboratorio è emerso che una concentrazione ridotta della molecola sfingosina-1-fosfato era associata ad un peggior decorso della malattia. Il dottor Marfia, ha infatti precisato che:

“Bassi livelli circolanti di sfingosina-1-fosfato sono indicativi di una aumentata probabilità che s’instauri un grave quadro clinico, che richieda il ricovero in terapia intensiva del paziente, oltre a indicare un’aumentata probabilità di esito sfavorevole e quindi di decesso”.

Secondo gli scienziati dunque, il monitoraggio di questa molecola, già nelle prime fasi della manifestazione dei sintomi, è in grado di stratificare i pazienti a partire dall’accettazione in ospedale, indirizzando quelli con bassi livelli di sfingosina-1-fosfato verso terapie più specifiche e aggressive, in grado di prevenire un decorso grave della malattia.

Lo studio è stato condotto dagli scienziati dell’Unità di Neurochirurgia della Fondazione IRCCS Ca ‘Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, che hanno collaborato con quelli dell’Istituto di Medicina Aerospaziale «A. Mosso» dell’Aeronautica Militare, con diversi dipartimenti dell’Università degli Studi di Milano e con il Centro di Ricerca Aldo Ravelli e della SC Anestesia e Rianimazione presso la ASST Santi Paolo e Carlo. I risultati della ricerca “Decreased serum level of sphingosine‐1‐phosphate: a novel predictor of clinical severity in COVID‐19” sono già stati pubblicati sulla rivista scientifica EMBO Molecular Medicine.

Il ruolo della molecola nell’infezione

Il ruolo di questa particolare molecola, potenzialmente in grado di salvare centinaia di vite, è stato spiegato dalla professoressa Laura Riboni, docente di Biochimica dell’Università degli Studi di Milano.

“La sfingosina-1-fosfatoè un biomodulatore chiave in molti processi cellulari vitali, tra cui lo sviluppo e l’integrità vascolare, il traffico linfocitario ed i processi infiammatori”, spiega la professoressa, precisando che quando la concentrazione della molecola raggiunge dei livelli bassi all’interno dell’organismo, possono instaurarsi dei danni a livello vascolare, e “un’alterata risposta del sistema immunitario che determina un eccessivo e persistente stato infiammatorio”, facendo quindi aggravare la malattia.

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