Borse in caduta libera. Ecco i tre fattori scatenanti

Cina, Giappone e Federal Reserve scuotono i mercati. Paura per gli emergenti

La giornata borsistica di ieri è stata una di quelle che lasceranno il segno. Niente in confronto ovviamente al celeberrimo Black Monday del 1987 che terrorizzò i mercati mondiali per mesi e mesi, costringendo addirittura la società di intermediazione Donaldson Lufkin & Jenrette ad assoldare delle guardie armate per difendersi dai clienti inferociti, ma senza dubbio un campanello dall’allarme che non si può e non si deve ignorare.

L’euforia che ha permeato questi primi giorni del nuovo anno sembra essersi volatizzata e i mercati emergenti, dopo un 2013 con riscatti da guinness si preparano al peggio. Basta guardare ai risultati di ieri dell’Msci Emerging Markets, l’indice che monitora le borse valori delle nuove economie, per capire quanto sia precaria la situazione. Un -1,28% che rappresenta la peggior performance messa in atto dallo scorso novembre.

La situazione è non è migliore sul fronte monetario, con il Peso argentino che sta andando incontro ad una forte svalutazione, seguito dalla lira turca e dal Rand sudafricano.

Ma quali sono stati i motivi che hanno provocato il pesante selloff di ieri? Ve ne proponiamo quattro.

Le cause scatenanti

Sono essenzialmente tre i motivi che hanno scatenato la pioggia di vendite di ieri:

  1. la Cina: la crescita dell’economia cinese sembra aver subito un pesante rallentamento dopo oltre 6 mesi di corsa. gli indici Pmi del settore manifatturiero, gli stessi utilizzati per analizzare la performance dell’intero settore economico indicano una prossima contrazione.
  2. La Federal Reserve: le probabilità che la Banca Centrale Americana decida di compiere un ulteriore passo avanti nella politica di tapering ha letteralmente terrorizzato gli investitori. Le possibilità che i vertici decidano per una riduzione delle iniezioni di liquidità da 75 a 65 miliardi sembrano essere molto alte, destabilizzando ancora di più i mercati emergenti.
  3. Il Giappone: in ultimo, il rialzo delle aspettative sull’inflazione giapponese che secondo le parole di Naoyuki Shinohara, esponente del FMI, potrebbe raggiungere nel 2017 il 2%, hanno deluso coloro che speravano in una nuova accelerazione della politica monetaria espansiva da parte della BoJ.

I contraccolpi sulle valute

Gli investitori sembrano quindi decisi a non investire più sui mercati emergenti, preferendo concentrare i loro soldi sui cosiddetti assets rifugio e cioè valute e obbligazioni.

Per quanto riguarda il primo fronte ci riferiamo ovviamente al dollaro, al franco svizzero e allo Yen giapponese che ieri hanno visto confluire su di loro una pesante liquidità.

Al contrario le monete emergenti stanno affrontando una situazione difficilissima, vivendo tra giovedì e venerdì un vero e proprio tracollo. Parliamo in particolare della lira turca che, dopo lo scandalo finanziario che ha coinvolto i vertici governativi è letteralmente crollata a picco.

Non va meglio al Peso argentino che ieri è sceso ai minimi da 12 anni. Insomma il tapering potrebbe avere un effetto pesantissimo sugli emergenti, che dopo la crescita globale degli ultimi 5 anni, potrebbero veder ridurre in maniera massiccia gli investimenti internazionali.

Parlando invece del fronte obbligazionario, grande successo hanno avuto ieri i bond dei Paesi a tripla A: Germania, Svizzera e Regno Unito.

La corsa ai bund tedeschi verificatasi ieri tra l’altro, facendo scendere il loro rendimento all’1,64% ha causato anche la salita dei tassi di Spagna e Italia e portogallo, portando lo spread con i nostri BTP a 225 punti base.

Insomma l’euforia è finita e gli emergenti potrebbero pagare le conseguenze più dure.

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