Mentre il Regno Unito commemora il decennio dalla notte che cambiò l’Europa, si trova senza primo ministro, con una sterlina che vale meno, un’economia più piccola e una classe politica in frantumi.
Il 23 giugno 2016, alle 4:40 del mattino, David Cameron uscì dalla sua residenza di Downing Street e annunciò le dimissioni. Aveva perso il referendum che lui stesso aveva indetto, e la nazione aveva votato per lasciare l’Unione Europea con il 51,9% dei voti. Da quella mattina, il Regno Unito non ha più trovato pace.
Dieci anni dopo, lunedì 22 giugno 2026, un altro primo ministro si è presentato davanti al numero 10 e ha annunciato le proprie dimissioni. Keir Starmer, leader laburista che aveva stravinto le elezioni del 2024 promettendo stabilità dopo quattordici anni di governo conservatore, ha ceduto alla pressione del suo stesso partito, incapace di arginare l’ascesa della destra populista di Nigel Farage, lo stesso uomo che più di ogni altro aveva architettato la Brexit. Il suo sostituto sarà il settimo primo ministro britannico nell’arco di un decennio.
Il conto economico della Brexit
Da dieci anni si dibatte su se e quanto la Brexit abbia danneggiato l’economia britannica. Oggi, la risposta ci viene fornita dalla ricerca accademica, più precisamente dal paper «The Economic Impact of Brexit» pubblicato dal National Bureau of Economic Research (NBER) nel novembre 2025, a firma di cinque economisti: Nicholas Bloom (Stanford University), Philip Bunn, Paul Mizen, Pawel Smietanka e Gregory Thwaites. È uno studio accademico peer-reviewed dove gli autori combinano dati macroeconomici (confrontando il PIL britannico con quello di 33 Paesi comparabili prima e dopo il 2016) con dati microeconomici a livello di singola azienda raccolti attraverso il Decision Maker Panel, un panel di imprese britanniche.
Secondo i risultati dell’indagine, nel 2025 il PIL pro capite del Regno Unito è del 6-8% più basso rispetto a quello che sarebbe stato senza Brexit. Gli investimenti erano inferiori del 12-18%, l’occupazione del 3-4% e la produttività del 3-4%.
Non si è trattato di un crollo improvviso (i sostenitori della Leave avevano ragione su questo) ma di un’erosione lenta e costante, come una perdita d’acqua in una tubatura che nessuno vuole riparare. L’impatto è stato graduale e al tempo stesso cumulativo, con meno aziende che commerciano, investimenti più deboli, minore pressione competitiva, una ridotta integrazione nelle catene di fornitura europee e un flusso più scarso di conoscenze e tecnologia attraverso i confini.
Secondo le ricerche di Bloomberg Economics del 2025-2026, la Brexit ha rappresentato un freno significativo, persistente e peggiorativo per l’economia britannica, con un costo stimato tra i 100 e i 200 miliardi di sterline all’anno.
Più soldi per il sistema sanitario nazionale, nuovi accordi commerciali, controllo sull’immigrazione erano le promesse centrali della campagna Leave ma si sono rivelate più complesse del previsto. Sul fronte migratorio, la fine della libera circolazione ha effettivamente ridotto l’immigrazione dall’UE, ma il sistema post-Brexit ha permesso una migrazione non-UE molto più elevata, soprattutto attraverso canali lavorativi e di studio, che ha più che compensato in termini aggregati il calo europeo. Il controllo è rimasto, così, in gran parte illusorio.
La sterlina è una ferita ancora aperta
Nessun indicatore racconta la storia di questi dieci anni con più onestà del tasso di cambio. Alla vigilia del referendum, una sterlina comprava 1,31 euro e circa 1,46 dollari. Quasi un decennio dopo, la sterlina ha perso circa il 12% contro l’euro e il 10% contro il dollaro. La media GBP/EUR dal voto è stata 1,16, rispetto a 1,27 nel decennio precedente, con la sterlina che da allora ha trascorso il 98% delle sedute di negoziazione sotto quota 1,20. Oggi, 23 giugno 2026, il cambio GBP/USD si attesta intorno a 1,3254, mentre GBP/EUR è a 1,1582.
Per i cittadini britannici questa svalutazione si è tradotta in inflazione importata, costi energetici più alti, spesa alimentare più cara in un Paese che importa quote significative del proprio cibo. La sterlina è crollata di oltre il 20% contro la corona ceca e del 13% contro lo zloty polacco, entrambe economie che hanno assorbito capacità manifatturiera e investimenti diretti esteri che altrimenti sarebbero potuti andare al Regno Unito. E alla fine i Paesi dell’Europa dell’Est, che i sostenitori della Brexit volevano tenere a distanza, si sono rivelati tra i principali beneficiari della Brexit stessa.
Ma il FTSE 100 è salito del 62% dalla Brexit
Il FTSE 100, l’indice che raggruppa le cento maggiori società quotate alla Borsa di Londra, è salito del 62% dalla Brexit, per un tasso di crescita annuo composto di poco inferiore al 5%. Oggi l’indice si muove intorno a quota 10.400 punti, non lontano dai massimi storici.
Una performance decisamente positiva, è vero, ma nello stesso periodo l’S&P 500 è balzato del 253%, con un rendimento annualizzato del 13,4%, quasi tre volte il ritmo del listino britannico di grandi capitalizzazioni. E la performance del FTSE 100 va letta con cautela, perché l’indice è dominato da multinazionali con ricavi in dollari e in altre valute straniere (soprattutto per il comparto petrolio, mining, farmaceutica, banche globali), che beneficiano proprio della debolezza della sterlina quando consolidano i propri conti. Il FTSE 250, l’indice più orientato all’economia domestica, ha una performance del +38,75% nello stesso periodo di tempo.
Più che sul fronte azionario, il danno strutturale è visibile altrove, con i fondi azionari britannici che hanno subito circa 160 miliardi di dollari di deflussi netti cumulativi dalla Brexit, con sei anni consecutivi di riscatti che si sono trasformati in una perdita strutturale di fiducia. La quota del Regno Unito nei benchmark globali si è più o meno dimezzata in vent’anni, scivolando da quasi il 10% dell’MSCI ACWI a circa il 4% attuale.
Il peso dell’instabilità politica
La vera eredità di Brexit non è economica ma politica e si misura in una parola sola: instabilità. Cameron si dimise la mattina dopo il voto, Theresa May si logorò per tre anni sul dossier europeo senza riuscire a far passare il suo accordo e alla fine cedette, Boris Johnson portò il Paese all’ufficialità della Brexit nel 2020 ma fu travolto dagli scandali nel 2022, Liz Truss durò 49 giorni, il tempo di far collassare il mercato dei Gilt con una manovra fiscale a dir poco avventata, Rishi Sunak guidò i conservatori alla sconfitta elettorale peggiore della storia moderna e Keir Starmer si è dimesso ieri, meno di due anni dopo aver vinto con una maggioranza storica, incapace di contenere la marea di Nigel Farage e del suo Reform UK.
Il probabile successore, Andy Burnham, ex sindaco popolarissimo di Greater Manchester, diventerebbe così il settimo primo ministro del Regno Unito in dieci anni. Starmer ha spiegato che rimarrà in carica fino al completamento della corsa alla leadership laburista, con le candidature aperte dal 9 luglio e la scelta di nuovo leader entro il 1° settembre. Burnham ha già ricevuto il sostegno dell’ex ministro della Salute Wes Streeting, che sembrava il suo principale rivale, e si avvicina alla leadership quasi senza oppositori.
Il problema è che Burnham erediterà gli stessi dossier irrisolti, dal sistema sanitario in crisi alla produttività stagnante, dal rapporto commerciale con l’UE ancora incompiuto a una destra populista che soffia forte nelle ex roccaforti operaie.
Come ha osservato John McTernan, ex segretario politico di Tony Blair, «questo è il periodo in cui la Gran Bretagna ha fatto a se stessa il danno maggiore, lasciando l’Unione Europea. Se non ricevi un aumento di stipendio da vent’anni, potresti cominciare ad arrabbiarti. E quella rabbia si riversa sul governo e sulla classe dirigente».