Wall Street non ha mai corso così forte sull’intelligenza artificiale. Nvidia ha appena superato i 4.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, il Nasdaq aggiorna nuovi massimi quasi ogni settimana, e gli investitori si stanno riversando sui titoli tech USA al ritmo più intenso degli ultimi 16 anni. Sembra l’inizio di una nuova era. O di una nuova bolla.
Il mercato scommette tutto sull’AI, ma sta ignorando un rischio sempre più evidente: le Big Tech sono diventate così centrali da essere ormai “too big to fail”. Non è solo una questione di numeri. È una questione di stabilità sistemica. Oggi, se crolla un colosso come Nvidia, Apple o Microsoft, l’onda d’urto potrebbe travolgere interi segmenti del mercato o addirittura l’economia globale.
Questa corsa forsennata ricorda a tratti l’euforia precedenti gli anni Duemila, ma con la differenza (sostanziale) che oggi le tech non sono startup con idee brillanti, ma pilastri dell’economia reale. Il che rende il potenziale impatto di un loro inciampo ancora più critico.
Vale la pena chiedersi: stiamo assistendo a una rivoluzione tecnologica destinata a durare o ci stiamo avvicinando a un punto di rottura che nessuno vuole vedere?
Grafico Nasdaq
Fonte Tradingview
Wall Street punta tutto sull’AI nel 2025, ma a quale prezzo?
Tra aprile e luglio 2025, gli investimenti nel settore tecnologico sono saliti con un’intensità che non si vedeva dai tempi della crisi del 2009. Secondo un sondaggio di Bank of America, il passaggio da un 1% “underweight” a un 14% “overweight” in tech rappresenta un’inversione di sentiment netta, dettata dalla fame di profitti e dalla convinzione che l’AI continuerà a generare margini elevati.
Il caso più emblematico è Nvidia, che dopo la decisione di riprendere le vendite di chip in Cina ha guadagnato il 4% in una sola seduta, riportando entusiasmo anche su tutto il comparto dei semiconduttori. Il Nasdaq Composite ha così messo a segno un rialzo di oltre il 33% dai minimi di aprile, aggiornando ripetutamente i suoi massimi storici.
Anche altre società come Microsoft, Alphabet, Meta e Amazon, tutte coinvolte direttamente o indirettamente nella corsa all’AI, sono sotto la lente in vista della stagione delle trimestrali, con analisti già pronti a registrare l’ennesimo slancio.
Dietro a questo entusiasmo, però, ci sono dubbi che iniziano a farsi sentire anche tra gli operatori più ottimisti. Le Big Tech potrebbero essere diventate talmente dominanti da essere ormai percepite come “too big to fail”.
Il problema non è solo di concentrazione. La crescita smisurata di pochi titoli sta alterando la struttura stessa dei mercati. Oggi le “Magnifiche 7” (Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Nvidia, Meta e Tesla) rappresentano una porzione spropositata degli indici azionari americani e della performance complessiva di Wall Street. In pratica, se vanno bene loro, va bene tutto. Ma se qualcosa scricchiola, l’effetto domino può essere devastante.
Il paradosso dell’euforia razionale: il dollaro e altre incertezze
Il dollaro ha perso quasi il 10% rispetto a un paniere di valute dall’inizio dell’anno, penalizzato dalla crescente diffidenza verso le scelte fiscali e commerciali degli Stati Uniti. A maggio, l’annuncio delle cosiddette “tariffe del giorno della liberazione” da parte di Donald Trump ha scatenato un’ondata di nervosismo sui mercati, con Wall Street che ha subito una correzione brusca per paura di un’escalation commerciale.
Eppure, quel sell-off è stato assorbito molto più in fretta di quanto molti si aspettassero. Oggi sembra prevalere una scommessa quasi cieca sull’intelligenza artificiale e sulla capacità dei giganti tecnologici di adattarsi e crescere, anche in un contesto geopolitico tutt’altro che semplice.
Un segnale chiaro di questa fiducia arriva dall’ultima mossa del governo USA: l’allentamento delle restrizioni sull’export di chip verso la Cina, un’apertura che ha ridato slancio non solo a Nvidia ma a tutto il settore dei semiconduttori. Una dimostrazione di come, nonostante le tensioni, il gioco sull’innovazione tech continui a dominare il mercato.
Una mossa che sa tanto di compromesso strategico, pur di non frenare la corsa dell’AI americana.
In parallelo, aumenta l’interesse verso l’Europa. Secondo il sondaggio BofA, un netto 41% degli investitori è ora sovrappesato su azioni dell’Eurozona, contro appena l’1% di gennaio. Anche l’euro ha beneficiato della debolezza del dollaro, toccando i massimi di lungo periodo in termini di posizionamento.
Un segnale che, almeno in parte, gli investitori stanno cercando alternative all’egemonia USA, non solo per ragioni valutarie, ma anche per diversificare il rischio legato a un’eventuale frenata dei titoli tech a stelle e strisce.
Siamo quindi in una fase di euforia razionale? I fondamentali sembrano giustificare parte dei rialzi, con utili forti, margini elevati, cash flow robusti. Ma le valutazioni, come sottolinea anche BofA, sono tra le più alte degli ultimi cento anni.
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