Wall Street non crede più nell’oro. Bank of America ha tagliato le stime, ecco le nuove previsioni

Redazione Money Premium

23 Giugno 2026 - 13:55

Dopo mesi di euforia, Wall Street sta riscoprendo che anche l’oro, come ogni asset, vive di aspettative e che queste possono cambiare quando la banca centrale americana decide di cambiare tono.

Wall Street non crede più nell’oro. Bank of America ha tagliato le stime, ecco le nuove previsioni

L’oro, che per mesi aveva rappresentato uno dei trade preferiti di Wall Street con target di prezzo sempre più ambiziosi, sta vivendo un repentino ripensamento collettivo. Dopo aver sfiorato nuovi massimi storici, il metallo giallo ha ceduto terreno nella seduta di lunedì 22 giugno, con i futures che hanno chiuso intorno ai 4.207 dollari l’oncia.

Dietro questa flessione non c’è solo il classico incasso di profitti o il raffreddamento della domanda di beni rifugio legato al parziale allentamento delle tensioni in Medio Oriente.

Il vero driver è il cambio di paradigma emerso dalla prima riunione di politica monetaria del nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh. Fino a poche settimane fa l’oro incarnava la combinazione perfetta di fattori favorevoli: aspettative di tagli dei tassi da parte di una Fed ancora orientata al sostegno della crescita, persistenti timori inflazionistici, acquisti aggressivi da parte delle banche centrali e un contesto geopolitico teso.

Gli analisti delle maggiori case di investimento avevano progressivamente alzato le loro previsioni, arrivando a target come i 6.000 dollari di Bank of America o i 5.400 di Goldman Sachs. Oggi quel consenso si è incrinato in modo evidente.

Le previsioni di Bank of America

Gli strateghi di Bank of America, guidati da Michael Widmer, hanno scritto venerdì scorso che dopo la riunione del FOMC il rischio di un rialzo dei tassi entro la fine dell’anno è diventato molto più concreto. Un simile scenario, secondo loro, renderà «più difficile per l’oro spingersi significativamente più in alto nel breve termine». Il precedente obiettivo di 6.000 dollari appare ormai improbabile perché il quadro inflazionistico rimane «uncomfortable» e spingerà verosimilmente la Fed verso una politica più restrittiva.

Widmer ha sottolineato una correlazione chiara: i prezzi dell’oro più deboli coincidono storicamente con un aumento della probabilità di rialzi dei tassi entro dicembre. In termini più diretti, il passaggio da aspettative di «tagli inflazionistici» a una stretta monetaria riduce il potenziale di apprezzamento dell’oro di circa il 50%, a parità di altre condizioni.Bank of America non è un caso isolato. Anche UBS ha rivisto al ribasso il proprio quadro.

La strategist Joni Teves ha evidenziato come l’aumento dei rendimenti obbligazionari, unito alle crescenti aspettative di futuri rialzi dei tassi, stia esercitando una pressione significativa sul metallo. I rischi al ribasso per le previsioni sono aumentati in modo materiale e le tempistiche dei target di prezzo potrebbero essere posticipate, con maggiore incertezza sulla durata dell’attuale fase di consolidamento.

Il cambio di approccio delle case di investimento

Deutsche Bank è andata oltre. Lo strategist Michael Hsueh ha spiegato che il repricing delle aspettative sulla Fed e i dati macroeconomici ancora resilienti degli Stati Uniti hanno già spinto i prezzi verso il basso. Nello scenario base della banca, l’oro potrebbe scendere fino a 3.800 dollari l’oncia qualora la Fed procedesse con tre o quattro rialzi dei tassi. Hsueh ha inoltre notato un cambiamento strutturale nella correlazione: a partire da circa metà maggio i prezzi dell’oro si sono legati in modo molto più stretto alle prospettive di politica monetaria americana, staccandosi dalla correlazione con i prezzi dell’energia che aveva caratterizzato i mesi successivi all’escalation del conflitto in Iran.

Morgan Stanley ha sottolineato un aspetto particolarmente rilevante per il mercato retail e istituzionale. La commodity strategist Amy Gower ha osservato che, pur riconoscendo il supporto derivante dalla de-escalation in Medio Oriente, un orientamento più hawkish della Fed introduce sfide nuove e concrete, soprattutto per i flussi negli ETF. Questi flussi sono infatti particolarmente sensibili alle variazioni delle aspettative sui tassi, ai rendimenti reali e all’andamento del dollaro.

Con un «hawkish hold» da parte della Fed, il precedente target di 5.200 dollari appare oggi «più sfidante», perché si basava in larga parte su un rinnovato afflusso di capitali negli ETF e sull’ipotesi che un calo del petrolio si traducesse in un allentamento delle pressioni sui tassi. Un atteggiamento più restrittivo della banca centrale alza il costo opportunità di detenere oro e colpisce proprio il segmento degli ETF. Goldman Sachs ha chiuso il cerchio delle revisioni più importanti. Gli analisti Lina Thomas e Daan Struyven hanno tagliato il target di fine anno a 4.900 dollari l’oncia dai precedenti 5.400 e prevedono che la Fed non effettuerà tagli dei tassi prima della seconda metà del 2027. La view rimane «strutturalmente costruttiva» ma «tatticamente cauta», con rischi al ribasso nel breve periodo e al rialzo nel medio termine.

Un cambiamento strutturale?

Questo coro di aggiustamenti verso il basso non è un semplice esercizio di prudenza. Riflette un cambiamento più profondo nella percezione del quadro macroeconomico da parte di Wall Street. L’oro è un asset privo di rendimento e, proprio per questo, estremamente sensibile all’andamento dei tassi di interesse reali a lungo termine. Quando le aspettative sui rendimenti reali salgono – o quando il mercato prezza un percorso di tassi più elevati – il costo opportunità di immobilizzare capitale in oro rispetto a strumenti che generano interessi aumenta in modo diretto.

Questo meccanismo si amplifica nei flussi degli ETF, che rappresentano una quota rilevante della domanda marginale e che tendono a reagire con rapidità ai cambiamenti nelle condizioni finanziarie globali.A questo si aggiunge l’effetto del dollaro. Un orientamento più hawkish della Fed tende a rafforzare la valuta americana, esercitando un’ulteriore pressione sui prezzi dell’oro quotati in dollari.

Fino a poche settimane fa il metallo giallo traeva beneficio anche da dinamiche diverse: timori geopolitici legati al conflitto in Iran, che spingevano i prezzi dell’energia e alimentavano aspettative inflazionistiche, e la convinzione diffusa che la Fed avrebbe presto allentato la politica monetaria. Oggi la correlazione dominante è diventata quella con la traiettoria dei tassi americani.

L’era delle aspettative di easing monetario facile si è interrotta, almeno per il momento. L’oro mantiene il suo ruolo storico di diversificatore e di copertura contro shock di lungo periodo – inflazione persistente, instabilità fiscale o tensioni geopolitiche strutturali – ma nel breve termine il suo appeal si è ridotto. La fase di consolidamento, o eventualmente di ulteriore correzione, appare più probabile finché non emergeranno segnali chiari su come la Fed intenda bilanciare l’inflazione ancora elevata con le condizioni del mercato del lavoro.

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