Vi spiego perché l’ingresso di Trump nel capitale di Intel è solo una mossa elettorale

Guido Salerno Aletta

07/09/2025

Con il 10% senza diritto di voto, gli Usa entrano nel capitale della società di microchip. Mossa mediatica che rilancia Trump come difensore dei contribuenti. Ecco perché.

Vi spiego perché l’ingresso di Trump nel capitale di Intel è solo una mossa elettorale

Sembra di essere tornati ai tempi della Chrysler, la più piccola delle marche automobilistiche americane, al terzo posto dopo General Motors e Ford, che per decenni ha causato grattacapi alla Casa Bianca, che con Barack Obama l’ha salvata per la seconda volta nel 2009 acconsentendo ad una fusione con la fino ad allora italianissima Fiat, doviziosamente sostenuta da fondi federali, creando la Fiat Chrysler Automobiles (FCA).

Anche quello dei microchip è da tempo un settore dove non solo competono colossi a livello mondiale, ma che è diventato particolarmente critico per gli Usa, per i divieti alla esportazione dei modelli più avanzati alla Cina e l’embargo al trasferimento delle tecnologie idonee a fabbricare i più sofisticati, quelli che hanno il wafer di spessore inferiore ai 20, 7 ed anche 2 nanometri, per evitare che Pechino ne approfitti per sviluppare i propri sistemi di Intelligenza Artificiale e li utilizzi per la costruzione di armamenti.

In questo campo, a parte la famosissima Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), il più grande produttore mondiale di semiconduttori, ci sono i colossi americani: NVIDIA, che domina il mass-market delle CPU col 94% delle vendite e che ha raggiunto quotazioni stratosferiche al NASDAQ ed AMD che ha solo le briciole con appena il 6%. Intel, che agli inizi era stata una pioniera, non solo è ormai praticamente irrilevante come quote di mercato, ma è stata colpita da una crisi profonda in ordine alla capacità di partecipare alla corsa in atto per sviluppare soluzioni sempre più sofisticate e performanti: questa estate, a fine luglio, ha infatti annunciato l’abbandono dell’Europa, riducendo gli organici di ben 25 mila unità e cancellando i programmi di investimento per 35 miliardi euro per la realizzazione di fabbriche di chip per cui aveva ottenuto consistenti sostegni finanziari governativi in Germania e Polonia.

Come se non bastasse, ai primi di agosto scorso, Intel è entrata nel mirino del Presidente americano Donald Trump per i rapporti troppo stretti intrattenuti con aziende cinesi del settore, chiedendo le dimissioni del Ceo Lip-Bu Tan: un pasticcio in una situazione critica.

Ecco che a questo punto è uscito il coniglio dal cilindro del prestigiatore: Trump aveva già tambureggiato durante tutta la campagna elettorale contro gli enormi contributi a fondo perduto, posti a carico del bilancio federale e destinati alle imprese del settore delle energie rinnovabili, dell’auto elettrica e delle batterie da una parte e della elettronica dall’altro, con Inflation Reduction Act (IRA) e con il CHIPS and Science Act, che erano stati decisi dal suo predecessore Joe Biden.
Ecco che il 22 agosto arriva la grande notizia: l’Amministrazione federale avrà il 10% delle azioni di Intel. A leggere le carte, l’accordo firmato dallo stesso Lip-Bu Tan prevede che la partecipazione azionaria sarà finanziata dai 5,7 miliardi di dollari in sovvenzioni precedentemente assegnate ad Intel, ma non ancora pagate, sensi del CHIPS and Science Act a cui sono stati aggiunti i 3,2 miliardi di dollari assegnati nell’ambito del programma Secure Enclave, che sono finalizzati all’impegno di fornire semiconduttori affidabili e sicuri al Dipartimento della Difesa (DoD), ridenominato Department della Guerra (DoW) per rispondere alla inquietante sfilata militare svoltasi a Piazza Tienanmen per celebrare l’ottantesimo anniversario della Vittoria nella Grande guerra Patriottica.

Secondo i termini dell’annuncio della stessa Intel, il governo federale si è impegnato ad acquistare 433,3 milioni di azioni di Intel al prezzo di 20,47 dollari per azione, equivalenti a una partecipazione del 9,9% nella società. Si prosegue testualmente: “Questo investimento offre ai contribuenti americani uno sconto rispetto all’attuale prezzo di mercato, consentendo al contempo agli Stati Uniti e agli azionisti esistenti di beneficiare del successo aziendale a lungo termine di Intel”.
Ed ancora: “L’investimento del governo in Intel sarà una proprietà passiva, senza rappresentanza nel Consiglio di amministrazione o altri diritti di governance o informazione. Il governo accetta inoltre di votare con il Consiglio di amministrazione della Società su questioni che richiedono l’approvazione degli azionisti, con limitate eccezioni”.
Infine, ci conclude: “Il governo riceverà un warrant [diritto] quinquennale, al costo di 20 dollari per azione, per un ulteriore 5% delle azioni ordinarie di Intel, esercitabile solo se Intel cesserà di possedere almeno il 51% dell’attività di fonderia [in inglese, il termine foundry individua l’attività industriale di fabbricazione dei chip].
Morale della favola.

La richiesta di dimissioni del Ceo di Intel da parte di Trump ha sortito il suo effetto, quello di obbligare la società a convertire un contributo a fondo perduto, già legittimamente ricevuto sulla base di una legge vigente, in una partecipazione azionaria del governo.

L’Amministrazione federale non sborsa un dollaro in più di quanto già stanziato ed impegnato, ma diviene azionista di “Serie Zero”: la sua partecipazione in Intel è senza diritti di voto, e le sue azioni sono praticamente invendibili sul mercato.
Il risultato mediatico ottenuto da Trump, per chi si è accontentato di leggere solo i titoli delle notizie, è stato ampiamente positivo: lui non spreca più i denari del contribuente, perché questi soldi sono stati utilizzati per far entrare il governo americano nel capitale di una primaria società che fabbrica microchip, convalidando il proprio sostegno allo sviluppo industriale del settore.

Peccato che la partecipazione sia basata su azioni senza diritto di voto e dunque invendibili: nessuno puó trasferire un potere maggiore di quello di cui dispone.
Dal mondo della pubblicità, è tutto.

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