Lira turca, -25% da inizio anno: il grafico della settimana

Crollo record per la lira turca in questo 2020. Le cause però, non sono solo geopolitiche.

Lira turca, -25% da inizio anno: il grafico della settimana

Dopo la crisi valutaria di due anni fa, anche il 2020 della lira turca è da «film dell’orrore» con un -25% contro dollaro da inizio anno.

Le ambizioni internazionali e le interferenze nell’operato della Banca Centrale da parte del premier turco Erdogan stanno nuovamente portando la valuta nazionale sull’orlo del baratro.

La lira turca di nuovo a picco contro il dollaro. I motivi

Si prospetta un autunno di fuoco per la lira turca, di nuovo ai minimi contro il dollaro statunitense. A circa 6 lire contro dollaro a inizio anno, la valuta della penisola anatolica è risalita a quota 7 lire ad agosto, in scia degli effetti economici della pandemia sul settore turistico, e adesso scambia di poco sotto 8 lire per dollaro. Perché?


Tasso di cambio Lira turca - USD. Fonte:Bloomberg

Non è solo la pandemia a far sanguinare la lira: anche la riduzione dei tassi di interesse da parte della Banca Centrale (che nel giro di un anno ha portato i tassi dal 24% all’8,25%) e lo stra-potere di Erdogan hanno giocato un ruolo rilevante in tal senso.

La prima, ha di nuovo fatto schizzare l’inflazione verso l’alto, mentre il secondo ha ridotto la credibilità a livello internazionale del Paese.

In questo contesto:

  • l’inflazione alle stelle e i tassi bassi tassi reali hanno innescato un deflusso di capitali riducendo sia il valore della lira sui mercati internazionali sia le riserve valutarie di dollari della Banca Centrale Turca (già «sotto sforzo» per resuscitare la valuta nazionale) ad appena 25 miliardi;
  • le tensioni con la Grecia, Cipro e l’UE per l’estrazione degli idrocarburi nel Mediterraneo da una parte e quelle con Washington per la nuova fornitura di sistemi missilistici dalla Russia e con l’Armenia e l’Azerbaijan dall’altra, hanno reso la valuta più «vulnerabile» ad attacchi speculativi.

A peggiorare ancora di più le cose è la «crisi della bilancia dei pagamenti» ancora in «rosso» di oltre 20 miliardi nei primi sette mesi del 2020.

Questo, secondo alcuni, in parte stimolato dal costo del denaro in diminuzione negli ultimi anni, è sintomatico sia di una scarsa capacità di attrarre capitali dall’estero che di una limitata credibilità a livello internazionale. Questo fa si che ci sia una ridotta domanda di lire turche sul mercato Forex, che si traduce in una perdita di valore contro dollaro e euro che mette a repentaglio la sostenibilità del debito sovrano (in larga parte denominato in dollari ed euro).

Che fare adesso?

Le chiavi della lira turca sono in mano della Banca Centrale, che pochi giorni fa ha aumentato i tassi di interesse ufficiali di 200 punti base (dall’8,25% al 10,25%) e che ieri ha annunciato un nuovo rintocco al rialzo dell’1,5%.

Le misure sono state adottate per «frenare» la corsa dell’inflazione, sostenere la valuta locale e ridurre il peso del dollaro. Sarà sufficiente?

In uno scenario come quello attuale, la dollarizzazione è «l’antidoto» di molti investitori per proteggersi dalla svalutazione della lira e dall’inflazione a due cifre. Questo però, non durerà ancora a lungo in quanto, per alcuni, risulterebbe insostenibile nel lungo periodo.

In tal senso, la Banca Centrale turca, per resuscitare la lira «dal profondo rosso» sta vietando alle banche commerciali di ricevere pagamenti in valuta nazionale per un importo superiore allo 0,5% del capitale regolamentare .

Non sarà perciò possibile per gli investitori esteri vendere asset denominati in lire turche né per gli investitori nazionali «denominare» i propri asset in dollari per proteggersi dall’inflazione.

Questo, sembra ancora non bastare. La tempesta finanziaria è alle porte, il Covid è tornato e il Paese è sempre più isolato nello scenario internazionale. Tuttavia, una via d’uscita c’è: ed è rappresentata dagli Stati Uniti.

Erdogan dovrebbe rafforzare l’amicizia con l’amministrazione statunitense per poter entrare nel programma della Federal Reserve che prevede contratti «swap» in dollari.

Questo permetterebbe alla Turchia, che non sembra essere intenzionata a ricorrere agli aiuti del FMI (Fondo Monetario Internazionale), di ottenere un’ammontare maggiore in dollari da utilizzare per «spegnere l’incendio» che ha colpito la valuta nazionale turca.

In alternativa, il Paese potrebbe ricorrere al blocco della circolazione dei capitali, che però rappresenterebbe una misura di ultima istanza.

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