Ucraina divisa, come la Germania del ‘45: la “sindrome di Monaco” dell’Italia e gli orfani della Cortina di ferro

Guido Salerno Aletta

20/08/2025

Tra la guerra in Ucraina, il riarmo europeo e il disimpegno USA, l’Italia resta ai margini: sostenere Kiev senza esporsi troppo a Mosca per evitare la “sindrome di Monaco”.

Ucraina divisa, come la Germania del ‘45: la “sindrome di Monaco” dell’Italia e gli orfani della Cortina di ferro

Nella guerra in Ucraina, l’Italia sa che a fronte di un chiarissimo disimpegno militare diretto da parte dell’Amministrazione Trump, e di un impegno politico e strategico diretto e decisissimo da parte di Gran Bretagna, Francia e Germania, avrebbe il ruolo di ultima ruota del carro: mentre Londra e Parigi si fanno forti del rango di potenze nucleari, teoricamente capaci di estendere ad altri Paesi se non all’intera Europa la loro capacità di deterrenza, Berlino vanta un potenziale industriale e di disponibilità finanziarie senza pari.

Accodarsi non conviene: Roma gioca dunque un ruolo di sponda rispetto a Washington, che lo gradisce assai, ma nello stesso tempo non può abbandonare il sostegno politico a Kiev: sull’Italia pesa come un macigno la sindrome di Monaco, l’atteggiamento costruttivo assunto da parte di Mussolini nei confronti della Germania di Hitler ai tempi della invasione dei Sudeti, che lo vide promuovere nel ’38 quel Patto di Monaco che fu considerato da Winston Churchill un atto di imperdonabile codardia: non aver fermato subito le mire espansionistiche dei nazisti fu considerato una sorta di implicita accondiscendenza nei confronti di ulteriori avventurismi, come poi avvenne con l’occupazione di Danzica e successivamente di Parigi.

Neppure, dunque, l’Italia è in grado di muovere passi diplomatici nei confronti di Mosca per farsi mediatrice con Kiev: ripeterebbe il comportamento che condusse al Patto di Monaco. Sarebbe un segnale di debolezza, se non di complicità: per questo a Roma, pur sostenendo le iniziative del Presidente Trump, si evitano atteggiamenti anche verbali che appaiano di sottovalutazione del pericolo russo.

Sullo sfondo, sono infatti due le partite geopolitiche che si incrociano: quella tra gli Usa e la Russia, che non ha come unico oggetto il destino dell’Ucraina; e quella tra gli Usa e l’Europa.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è il frutto del lunghissimo confronto che ha visto l’Unipolarismo statunitense fronteggiare la Russia di Putin che in questi anni ha approfittato di ogni situazione di conflitto e di tensione, dalla Siria alla Libia, fino all’Africa sub-sahariana, per intervenire direttamente al fine di riaffermare il ruolo di grande potenza che era stato compromesso dalla dissoluzione dell’URSS e poi dalla successiva diaspora di tanti Paesi dalla CSI, prima tra tutte della stessa Ucraina che aveva rivendicato sovranità ed indipendenza da Mosca.

Con la sua consueta brutalità, Donald Trump ha messo a nudo l’ipocrisia europea: il riequilibrio economico tra le due sponde dell’Atlantico imposto da Washington si fonda su motivazioni incontestabili.

Se, infatti, per un verso l’Europa dipende ampiamente dagli Usa per il finanziamento della propria Difesa nell’ambito della Nato, per l’altro verso ha strumentalizzato a danno degli Usa la debolezza dell’euro che è stata determinata dalle severe politiche fiscali adottate con il Fiscal Compact per non farlo implodere dopo le crisi del 2010-2012.

La Germania ha accumulato attivi commerciali e finanziari stratosferici: mentre nel 2001, alla vigilia dell’entrata in circolazione della moneta unica europea, aveva una posizione finanziaria netta con l’estero in condizioni di parità, alla fine del primo trimestre di quest’anno aveva accumulato un saldo positivo stratosferico, pari a 3.437 miliardi di euro: ha sfruttato la debolezza dell’euro per ingigantire il proprio surplus commerciale con tutti i suoi partner, primi tra tutti gli Usa e la Cina.

Inutile dire che il prezzo del gas, che la Germania ha comprato dalla Russia a condizioni di estremo vantaggio, è stato determinante nel determinare condizioni di competitività insuperabili, insieme al basso costo del denaro con cui le imprese tedesche si sono sempre finanziate rispetto a quelle italiane, penalizzate dallo spread tra BTP e Bund.

Nel confronto in corso con gli Usa, in Europa ci sono tre Paesi nostalgici della Guerra fredda e del clima di Cortina di ferro che aveva isolato l’URSS: la Gran Bretagna, la Francia, e paradossalmente anche la Germania. Erano loro i pilastri dell’Occidente e vogliono tornare ad esserlo, soprattutto a fronte del disimpegno statunitense.

Il ritorno alla Cortina di ferro, la definizione coniata da Winston Churchill per marcare la distanza insuperabile tra l’Occidente libero e la barbarie comunista guidata dall’URSS, è il faro della strategia politica della Gran Bretagna, senza differenza tra Premier Conservatori e Laburisti. Dopo il fallimento della Brexit, una strategia che mirava a fare della Gran Bretagna il partner finanziario preferenziale della Cina, che invece ha preferito giocare in proprio con la Nuova Via della Seta nel contesto multipolare dei BRICS, Londra ha dovuto rimettere a tutti i costi le mani nello scacchiere continentale giocando ancora una volta la carta polacca: ha iniziato ad usare nuovamente Varsavia a danno di Berlino e di Mosca, come è nella funzione strumentale secolare della Polonia, e naturalmente Kiev contro Mosca.

Per Londra, la nostalgia della Cortina di ferro è irrefrenabile: solo il pericolo di una invasione dell’intero Continente da parte della Russia può consentirle un rientro a pieno titolo nella definizione degli equilibri europei. Ritorna dunque al passato, al contrasto storico rispetto all’Impero russo, che aiutò solo in occasione della Campagna mossa da Napoleone, un colosso asiatico che si affacciava pericolosamente in Europa dal Mar Baltico con San Pietroburgo, e dal Mar Nero in vista dell’ingresso nel Mediterraneo con la Crimea. Per il resto, aveva sempre fatto di tutto per metterlo in difficoltà, aizzando anche i Giapponesi per attaccarlo dall’Estremo Oriente.

La divisione in due dell’Ucraina è dunque la nuova prospettiva storica su cui ci si deve confrontare: una situazione che ripeterebbe quella subíta dalla Germania dopo il ’45. Sul versante di Kiev, la sicurezza militare comporta il dispiegamento sul suo territorio di truppe dei Paesi alleati: è questa la Coalizione dei Volenterosi lanciata dal Presidente francese Emmanuel Macron, che non intende farsi sfilare nemmeno da Londra il ruolo di guida della difesa dell’Europa dalla minaccia russa.

La Germania è stata in gravi difficoltà strategiche, per i rapporti energetici strettissimi che aveva intessuto negli anni con la Russia: per questo, ribaltando l’atteggiamento, ha già inviato all’Ucraina armi in grado di colpire in profondità la Russia ed intende riarmarsi pesantemente. È una strada apparentemente obbligata, visto che altrimenti rischia di perdere il ruolo storico di antemurale rispetto alla Russia, che da oltre un secolo le è valso il sostegno americano: lo ebbe nel Primo dopoguerra, per evitare il contagio in Europa della Rivoluzione sovietica del ’17; lo ebbe dal ’45 in avanti, da quando subí la divisione in due del suo territorio, ma la RFT fu fondamentale per contrastare l’URSS ed il blocco dei Paesi incardinati nel Patto di Varsavia. Dopo la caduta del Muro, la Germania ottenne la Riunificazione ed il ruolo di pivot per riorganizzare nell’ambito della Unione europea i Paesi di Oltre Cortina.

La situazione della Francia è assai delicata: con l’euro, che Francois Mitterand aveva immaginato come uno strumento indispensabile per privare la Germania del domino monetario esercitato con il Marco, Parigi ha perso progressivamente competitività internazionale sul piano commerciale, con un passivo ormai cronico che l’ha condotta ad accumulare la peggiore posizione finanziaria di tutta l’Eurozona, negativa per ben 733 miliardi di euro alla fine del primo trimestre di quest’anno. Parigi ha sempre fatto buon viso a cattivo gioco: in cambio dell’asse con cui ha dominato con Berlino le politiche europee a Bruxelles, ha sempre ottenuto il sostegno finanziario delle banche tedesche. Vive sotto tutela, ma non lo dà a vedere.

Il passaggio ad una economia di guerra, una condizione in cui i mercati prendono ordini dagli Stati, risulta ora indispensabile per evitare che la debolezza delle economie di Gran Bretagna, Francia e Germania mini il consenso sociale necessario a procedere nel dispiegamento concreto della Coalizione dei Volenterosi, che chiede ripetutamente una tregua immediata del conflitto in Ucraina per poter dispiegare le proprie truppe a difesa di Kiev.

Ma è ben per questo che Mosca apre ai colloqui di pace ma non concede nessuna tregua: il dispositivo di sicurezza a tutela di Kiev che sarà oggetto del Trattato di pace dovrà essere formato soprattutto dagli eserciti dei Paesi che si sono dimostrati neutrali nel conflitto, come la Turchia, la Cina o l’India.

Per la Coalizione dei Volenterosi, e soprattutto per i nostalgici della Cortina di ferro, sarebbe la fine. E per questo è meglio, per l’Italia, tenersi discosta.

La sfida della Coalizione dei Volenterosi lanciata da Gran Bretagna, Francia e Germania è un disperato tentativo di esprimere la ritrovata volontà di potenza degli Stati.
Per questo, su Bruxelles è calata la notte, forse per sempre.