Prima di tutto i numeri: sulla base del bilancio federale appena varato dal Congresso di Washington, una legge cui è stato attribuito il roboante nick-name di “One Big, Beautiful Budget Act (OBBBA)”, secondo le stime pubblicate del Committee for a Responsible Federal Budget, una istituzione di ricerca privata che conferma quelle ufficiali del Congressional Budget Office (CBO), nell’arco dei prossimi dieci anni, le entrate fiscali federali diminuiranno di 3.754 miliardi di dollari.
Le politiche di bilancio dei Repubblicani sono tradizionalmente market-oriented, e già dai tempi di Ronald Reagan un cavallo di battaglia elettorale è il taglio delle tasse sui redditi più elevati.
La teorizzazione della trickle-down economy, la domanda di beni e servizi attivata dai consumi dei ceti più abbienti, si basa sulla curva di Laffer, dal nome dell’economista che si racconta avesse convinto Ronald Reagan della bontà della propria teoria disegnando la curva in questione su un tovagliolino di carta, durante un incontro ad ora di pranzo. In breve, secondo Laffer, la progressività del prelievo fiscale riduce in modo ancora più elevata la propensione a lavorare: non vale la pena lavorare di più, visto che a guadagnarci davvero è lo Stato.
Tutto, nella legge di bilancio appena approvata per l’esercizio fiscale 2025 che inizierà il prossimo 1° ottobre, è improntato a questo criterio, come la detassazione degli straordinari e delle mance. In pratica, si rimettono in vigore i tagli alla tassazione che erano stati già decisi nel 2017, durante il primo mandato di Trump.
Sul versante delle spese, ci saranno consistenti riduzioni volte a contenere il deficit nel prossimo decennio a 3.000 miliardi, di cui 500 derivanti dal maggior costo degli interessi: arriveranno nel complesso a circa 1.700 miliardi di dollari rispetto alle proiezioni effettuate a “politiche invariate”.
Da una parte, ci sono le riduzioni di spese per 890 miliardi nella Sanità, per 349 miliardi nel settore Educazione e politiche del Lavoro, per 238 miliardi in Agricoltura, per 196 miliardi nei settori di Energia e Ambiente, per 37 miliardi nei Trasporti ed infrastrutture, e per 18 miliardi nel campo delle Risorse naturali.
Dall’altra parte, ci sono gli incrementi di spesa, sempre in dieci anni: 9 miliardi per la Giustizia e 79 miliardi per la Sicurezza interna, per finanziare il controllo e la repressione dell’immigrazione illegale; ci sono poi 144 miliardi per la Difesa, davvero una inezia rispetto all’aumento delle spese militari che fu deciso sotto la Presidenza di Ronald Reagan, col bilancio del DoD che era arrivato a raddoppiare la propria dimensione, passando dai 158 miliardi di dollari nel 1981 ai 304 miliardi nel 1989. I missili Pershing ed i Cruise da dispiegare in Europa al fine di contrastare i sovietici SS20 ed SS21, erano pagati dagli Usa, come la Strategic Defense Initiative (SDI), il cosiddetto Scudo Spaziale, per cui furono stanziati ben 44 miliardi di dollari.
L’aumento cumulato della spesa per la difesa negli otto anni di presidenza Reagan superò persino l’aumento del debito, che passava da mille a duemila miliardi di dollari. Stavolta, con Trump, saranno gli Alleati europei della Nato ad accollarsi nuove aliquote di spese militari fin qui a carico del Pentagono, che potrà destinarle ad altri scacchieri: dall’Indo-Pacifico all’Oceano Artico, allo Spazio.
Sempre con il OBBBA, il tetto al debito federale in circolazione, finora stabilito in 31.400 miliardi di dollari, è stato alzato di altri 5.000 miliardi: ancora una volta, nonostante Trump abbia tolto il piede dall’acceleratore delle spese militari, i tagli complessivi alle spese federali, uniti al maggior costo degli interessi sul debito, non compenseranno il maggior deficit derivante dai tagli alle tasse.
Fatta eccezione per le spese militari, la sfida della politica di bilancio tra Democratici e Repubblicani è in fondo sempre la stessa, giocata sul versante della distribuzione sociale dei sacrifici e dei benefici: “tassa i ricchi e spendi per i meno fortunati”, oppure “taglia le tasse ai più abbienti e spera che l’economia cresca per tutti”.