Tassi pronti a risalire? I segnali nascosti che i mercati stanno ignorando

Redazione Money Premium

25 Febbraio 2026 - 08:10

Cosa potrebbe costringere la Federal Reserve ad alzare di nuovo i tassi contro ogni previsione?

Tassi pronti a risalire? I segnali nascosti che i mercati stanno ignorando

Capire che cosa dovrebbe accadere perché Federal Reserve torni ad alzare i tassi di interesse richiede di guardare ai numeri oltre che alle dichiarazioni.

Se si osservano solo i dati macroeconomici, l’ipotesi di un rialzo non appare affatto teorica. L’inflazione negli Stati Uniti viaggia ancora intorno al 3 per cento su base annua, quindi circa un punto sopra l’obiettivo del 2 per cento della banca centrale, mentre l’inflazione di fondo resta ostinatamente elevata. In parallelo, la crescita del prodotto interno lordo reale si muove a un ritmo vicino o superiore al 2,5 per cento annuo, cioè sopra molte stime di crescita potenziale di lungo periodo.

Anche il mercato del lavoro fornisce segnali di solidità. Il tasso di disoccupazione è attorno al 4,3 per cento, livello storicamente basso, e la crescita salariale nominale oscilla intorno al 4 per cento annuo. In un contesto del genere, con redditi che aumentano più velocemente dell’obiettivo di inflazione, il rischio di pressioni sui prezzi non è trascurabile. Inoltre le condizioni finanziarie restano accomodanti: i mercati azionari su livelli elevati, gli spread creditizi contenuti e l’accesso al credito ancora relativamente agevole indicano che la politica monetaria non sta frenando con forza l’economia.

Nonostante ciò, il presidente uscente Jerome Powell ha più volte sottolineato che un rialzo non è lo scenario di base. All’interno del Federal Open Market Committee prevale l’idea di attendere e valutare. I contratti sui tassi a breve prezzano ancora riduzioni cumulative di mezzo punto percentuale o più nell’arco dell’anno, segno che gli investitori ritengono più probabile un allentamento che una stretta.

Una variabile chiave è il cosiddetto tasso neutrale. Kevin Warsh ha sostenuto che i progressi di produttività legati all’intelligenza artificiale potrebbero contenere l’inflazione. Ma maggiore produttività può anche sostenere una crescita più rapida e quindi un tasso neutrale più alto. Se il tasso neutrale fosse, per esempio, vicino al 3 per cento in termini reali, tassi ufficiali solo moderatamente sopra quel livello non sarebbero particolarmente restrittivi.

Sul quadro pesa poi la politica. Il presidente Donald Trump ha ripetutamente espresso la preferenza per tassi molto bassi, dichiarando a Fox Business che gli Stati Uniti dovrebbero avere i tassi più bassi al mondo e citando la Svizzera, dove il tasso di riferimento è vicino allo zero, come esempio. In una intervista a NBC ha anche collegato le nomine alla banca centrale all’orientamento sui tassi. Il Department of Justice, con iniziative che coinvolgono figure dell’istituzione, contribuisce a un clima percepito come politicamente teso.

In teoria, basterebbero pochi dati più forti del previsto per riaprire il discorso su un rialzo: un’inflazione che risalisse stabilmente sopra il 3 per cento, una disoccupazione sotto il 4 per cento o una crescita del prodotto oltre il 3 per cento per vari trimestri. In pratica, però, i mercati sanno che le decisioni non dipendono solo dai modelli economici. Finché resterà il dubbio che la politica possa influenzare il percorso dei tassi, gli investitori continueranno a prezzare cautela. Il paradosso attuale è che i numeri da soli renderebbero plausibile una stretta, ma il contesto istituzionale rende difficile scommetterci con convinzione.