Avviso agli investitori direttamente dalla Fed. Cosa può succedere nel 2026 con la guerra USA-Iran.
Nonostante la guerra USA-Iran, esiste ancora la possibilità che la Fed tagli i tassi nel 2026.
Allo stesso tempo cresce il numero di chi, tra gli esponenti della Banca centrale americana, ritiene che un rialzo dei tassi sia necessario per prevenire ulteriori fiammate dell’inflazione.
È quanto emerge dalle minute relative all’ultima riunione del FOMC - il braccio di politica monetaria della Federal Reserve - che si è tenuta il 17 e il 18 marzo scorsi, e che si è conclusa con l’annuncio di tassi sui fed funds fermi per la seconda volta consecutiva, al range compreso tra il 3,5% e il 3,75%.
Monta intanto l’attesa per il prossimo verdetto sui tassi che sarà annunciato dalla Fed mercoledì 29 aprile.
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Visti i messaggi contrastanti arrivati dai verbali, la domanda che già da un po’ tallona i mercati si fa più assillante: fermo restando che è stato lo stesso Presidente Jerome Powell a far capire che la Fed può permettersi il lusso di aspettare per vedere come la situazione si evolverà, nel corso del 2026 sono più probabili rialzi o tagli dei tassi?
Le minute pubblicate riflettono a pieno il dilemma a cui fa fronte la Federal Reserve che, va ricordato, ha un doppio mandato: garantire la massima occupazione e l’inflazione al target del 2%.
E la verità è che Powell rimane, in tempi di guerra, tra due fuochi, visto che entrambi gli obiettivi sono a rischio: da un lato, il mercato del lavoro potrebbe risentire del rallentamento del PIL, più che probabile a causa degli effetti della guerra; dall’altro lato, i prezzi rischiano di accelerare sulla scia dello shock energetico innescato dal conflitto.
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Mentre si avvicina il prossimo Fed Day, in calendario alla fine di aprile, il rebus rimane ed è tutto inciso nelle minute appena diffuse.
Il messaggio è duplice: “Molti partecipanti hanno ritenuto che, nel tempo, sarebbe forse appropriato ridurre i tassi sui fed funds, qualora l’inflazione dovesse diminuire in linea con le loro aspettative”.
Tuttavia, alcuni partecipanti (al FOMC) hanno ammesso che “ aggiustamenti al rialzo ai tassi potrebbero essere appropriati, nel caso in cui l’inflazione rimanesse a livelli superiori al target”.
Il numero di chi ritiene che le strette monetarie potrebbero rendersi necessarie è inoltre aumentato, a seguito dell’inizio della guerra USA-Iran, lo scorso 28 febbraio.
Se le minute precedenti - relative alla riunione di gennaio - indicavano che “diversi” esponenti si erano mostrati aperti all’opzione di alzare i tassi, in quelle del meeting di marzo si legge che “molti partecipanti hanno fatto riferimento al rischio che l’inflazione rimanga elevata per un periodo di tempo più lungo del previsto, in un contesto di aumenti persistenti del prezzo del petrolio ”.
Altri hanno espresso inoltre preoccupazioni per l’aumento delle aspettative sull’inflazione e per la minaccia che l’inflazione headline più alta finisca per far salire anche l’inflazione core.
Di fatto, nel caso in cui il contesto di prezzi energetici più alti dovesse persistere, “ i costi degli input più elevati avrebbero maggiori probabilità di trasferirsi sull’inflazione core”, si legge nei verbali della Fed.
L’avvertimento e cosa prezzano i mercati. Tagli o no nel 2026?
L’avvertimento è netto:
“Alcuni partecipanti hanno evidenziato la possibilità che, dopo diversi anni di inflazione superiore al target, le aspettative di inflazione di lungo termine possano diventare più sensibili agli aumenti dei prezzi dell’energia. I partecipanti hanno inoltre osservato che i progressi verso l’obiettivo del 2% del Comitato potrebbero essere più lenti del previsto e hanno giudicato che il rischio di un’inflazione al di sopra dell’obiettivo in modo persistente sia aumentato.”
Dunque? Le minute hanno sicuramente riacceso la speranza che nel 2026 la Fed possa tornare a tagliare i tassi.
Dopo la loro pubblicazione, stando a quanto riportato da Reuters, i futures sui fed funds hanno prezzato un taglio dei tassi USA entro la fine dell’anno con una probabilità pari a 1 su 4, dunque pari al 25%.
Decisamente più bassa rispetto a quella del 65% prezzata subito dopo l’annuncio del cessate il fuoco, arrivato con la decisione di Trump di estendere l’ultimatum all’Iran di due settimane. Ma una probabilità che comunque torna a fare capolino.
I verbali hanno però confermato che la paura di una inflazione che torni a galoppare troppo rimane alta. E dunque che il rischio di rialzi dei tassi esiste eccome.
Tutto, mentre la tregua annunciata da Donald Trump è già in bilico e l’impressione è che ieri i mercati si siano fatti prendere da una euforia fuori luogo.
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