Il conflitto in corso tra Israele e Hamas mi ha spinto a valutare l’impatto che una guerra in Medio Oriente potrebbe avere sulle prossime mosse della Federal Reserve e delle altre banche centrali.
Per il momento, dopo le affermazioni del vice presidente del board of governors Fed Jefferson di lunedì, sembra che gli operatori dei futures sui Fed funds vedano una maggiore possibilità che la Federal Reserve non agisca ulteriormente sui tassi per quest’anno.
Ossercano il FedWatch del Chicago Mercantile Exchange, la probabilità di una pausa nel rialzo dei tassi a novembre appare salita ora all’88,5% dal 72,9% dell’8 ottobre e così anche quella di non intervenire a dicembre al 74%, dal 57,6% della settimana scorsa.
Ciò lascerebbe il principale obiettivo della Fed in termini di tassi d’interesse al livello massimo degli ultimi 22 anni, tra il 5,25% e il 5,5%, ma bloccato sino al resto del 2023.
C’è però un’avvertenza piuttosto importante. I trader, gli investitori e persino la Fed si sono già sbagliati in passato, in particolare quando hanno sottovalutato la forza e la durata delle pressioni sui prezzi nel periodo precedente l’attuale era dell’inflazione (era il 2021). È quindi possibile che la guerra tra Israele e Hamas porti a una ripresa dell’inflazione attraverso l’aumento dei prezzi del petrolio. Molti analisti mettono in guardia dal rischio che si ripeta una stagflazione in stile anni ’70, ovvero un mix indesiderato di inflazione e rallentamento della crescita. Ma fino ad ora non ci sono stati movimenti veramente importanti sui prezzi del petrolio. Certo, vedere il rendimento del decennale Treasury USA scendere di 15 bps al livello di 4,62% rispetto al 4,80% di venerdì scorso è impressionante, ma è troppo presto per dire se le reazioni impulsive di acquisto dei Treasury viste sul mercato lunedì e martedì saranno mantenute. Dipende dalla velocità e dall’estensione del conflitto in Israele. La Fed nell’incertezza geo-politica e nell’approssimarsi delle elezioni USA nel 2024 potrebbe fermarsi qui, all’attuale livello dei tassi sui Fed funds e non muoversi più. E così anche le altre banche centrali.
Oltre all’aumento delle probabilità di mercato che la Fed non intervenga quest’anno, si è registrata una maggiore corrente di acquisti di futures sui Treasury a 10 e 30 anni, aumentando la possibilità che i relativi rendimenti scivolino ancora più in basso durante questa settimana.
Parallelamente, l’oro è salito grazie alla sua attrattiva di bene rifugio anche se i prezzi del petrolio sono saliti di oltre il 4% lunedì. Tuttavia, anche i titoli azionari dei listini statunitensi hanno tradato in rialzo nelle contrattazioni di ieri. Che cosa ha fatto crollare veramente rendimenti?
Innanzitutto, gli investitori si sono concentrati sulle osservazioni del presidente della Fed di Dallas Lorie Logan, che ha suggerito che potrebbe essere meno necessario aumentare il tasso dei Fed funds. E un’ora dopo Mrs Lorie, anche il vicepresidente della Fed Philip Jefferson ha dichiarato che la Fed è consapevole dell’impatto dell’aumento dei rendimenti del Tesoro sull’economia reale e che si terrà conto degli sviluppi dei mercati finanziari nel valutare il futuro percorso della politica monetaria nelle prossime riunioni Fed del 2023.
Insomma, i due funzionari della Fed, parlando lunedì, hanno espresso l’idea che la recente impennata dei rendimenti statunitensi possa aver già svolto in parte il compito di inasprire le condizioni finanziarie (come da me espresso nel recente articolo “Mercati, opportunità (e rischi) con l’aumento dei tassi di interesse”). I mercati hanno inasprito le condizioni finanziarie influenzando la parte a lungo termine dei rendimenti dei Treasury, mentre la Fed si preoccupava di inasprire le condizioni finanziarie sulla parte corta della curva dei rendimenti dei treasury. Jefferson ha lasciato quindi intendere che il compito della Fed sta per arrivare alla sua conclusione.
Tassi nominali e tassi reali
Alla Fed ora guardano in modo preoccupato ai tassi reali. Infatti il vero inasprimento monetario viene da un rialzo dei tassi reali, più che da un rialzo dei tassi nominali.
Perché il vero problema per le aziende USA è l’aumento dei tassi al netto dell’inflazione: esse non possono più scaricare completamente sui prezzi al dettaglio l’aumento del costo dei prestiti bancari. Per un momento guardiamo al rendimento reale dei Treasury a 10 anni: è ai massimi degli ultimi 15 anni, come si può vedere dalla tabella Bloomberg qui sotto. E sono proprio i tassi reali al rialzo che fanno male al mondo delle imprese, perché significa che - come detto sopra - l’aumento dei prezzi di vendita dei beni e servizi al mercato è più che compensato da un aumento ancor maggiore dei tassi di finanziamento, peggiorando la gestione finanziaria aziendale. L’aumento nominale dei tassi non fa tanto male alle aziende; è l’aumento dei tassi reali che comporta il vero prosciugamento della liquidità nel sistema economico.
FEDERAL RESERVE – TASSI REALI SUL DECENNALE TREASURY DAL 2003 AL 2023
Fonte: Bloomberg
I due membri del board of governors della Fed (ambedue membri votanti all’interno del consiglio e quindi con maggior potere decisionale) sono sembrati molto concordi nel constatare che l’aumento dei rendimenti obbligazionari e l’inasprimento delle condizioni finanziarie influenzeranno il loro pensiero sul futuro del tasso dei Fed funds. E anche I prezzi di mercato dei futures sui Fed funds suggeriscono che la Fed probabilmente non aumenterà quest’anno.
Infatti, Il vicepresidente della Fed Philip Jefferson ha dichiarato di osservare l’aumento dei rendimenti del Tesoro USA come un potenziale ulteriore freno all’economia, anche se il tasso di inflazione rimane troppo alto per il momento.
La sua collega Lorie Logan ha dichiarato che il recente aumento dei rendimenti a lungo termine della curva Treasury potrebbe indicare una minore necessità per la Fed di alzare ancora i tassi in futuro.
Potremmo essere allora ad un punto di svolta della politica monetaria della Fed.
Gli investitori obbligazionari iniziano a scommettere che il periodo della peggiore crisi di sempre dei Treasury statunitensi potrebbe presto finire.
Mentre al contempo anche il nervosismo per la guerra tra Israele e Hamas ha aumentato la domanda di beni rifugio, facendo salire i prezzi dei bond governativi e, conseguentemente, facendo crollare anche i tassi di interesse.
Il movimento di lunedì sui rendimenti (nei mercati over the counter) è stato più pronunciata del normale, dato che le contrattazioni dei Treasury in contanti erano state chiuse in tutto il mondo per una festività statunitense.
Ma come già detto, al 10 ottobre i rendimenti decennali statunitensi sono scesi fino a 18 punti base al 4,62%, il più grande calo di un singolo giorno dalla seduta di metà marzo 2023. I rendimenti a due anni anni sono scesi di 16 punti base al 4,92%.
Non c’è stato effetto contagio, per il momento, alla curva dei governativi europei.
Le obbligazioni tedesche, nel frattempo, sono scese di prezzo, in quanto gli operatori hanno ridotto per il momento le scommesse sul taglio dei tassi d’interesse da parte della Banca Centrale Europea l’anno prossimo. Ma a mio parere è solo questione di tempo: anche in Europa assisteremo prima o poi al rally dei bond decennal. Anche la BCE infatti sta per concludere il suo compito di lottare contro l inflazione: Il membro del Consiglio direttivo della BCE Francois Villeroy de Galhau ha dichiarato oggi martedì 10 ottobre che al momento non è giustificata la ripresa della stretta monetaria in presenza di una chiara tendenza al ribasso dell’inflazione.
Se così stanno le cose, si aprono delle grosse opportunità di acquisto per i bond a lunga duration nell’area dollaro e nell area euro.
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