Studiare tanto per guadagnare poco. Serve davvero la laurea in Italia?

Alberto De Pasquale

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In Italia quasi il 40% dei laureati arriva da percorsi che portano a stipendi da 1.600 euro al mese, mentre il 2% si avvicina ai 2 mila già con la triennale.

Studiare tanto per guadagnare poco. Serve davvero la laurea in Italia?

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Non è l’unico parametro da valutare, ma avere un’idea di quale retribuzione aspettarsi da una professione legata al proprio percorso di studio universitario è certamente un fattore da tenere a mente.

L’Italia è uno dei paesi dell’Unione Europea con la più bassa presenza di laureati: sono poco più del 20% della popolazione dai 25 anni in su, contro una media Ue che supera il 34% (siamo davanti soltanto alla Romania). Se la cittadinanza con il titolo di studio in tasca è poca, sono pochi anche quelli che, una volta tolta la corona d’alloro, accedono con soddisfazione al mercato del lavoro. Le incognite sono tante.

In primis non è detto si riesca a trovare un’occupazione pienamente in linea con quanto studiato; in secondo luogo, capita spesso di dover accettare paghe ben al di sotto delle aspettative e molto più basse rispetto a quelle di chi è uscito da facoltà con specializzazioni diametralmente opposte. Non è un segreto che con le lauree scientifiche sia più probabile ottenere retribuzioni superiori alla media, a differenza di quelle umanistiche, solitamente associate a paghe più basse. In Italia ben oltre un laureato su tre proviene da facoltà alle quali sono ricondotti i livelli retributivi più bassi in assoluto.

Le lauree degli italiani

In Europa c’è una costante. L’ambito di studio universitario mediamente più diffuso nei 27 paesi Ue è quello che Eurostat classifica con l’etichetta «business, administration and law», che corrisponde a tutto il macrosettore economico, aziendale e giuridico. Anche in Italia è l’ambito di provenienza più frequente, ma con una grossa differenza: in Ue il 25,1% dei laureati ha svolto studi in questo settore (lauree del 2024), mentre in Italia sono il 19,4%.

L’altra grande differenza tra le lauree europee e quelle italiane riguarda la seconda categoria di studio più diffusa: per l’Ue è la sanità, che rappresenta il 14,7% dei laureati, mentre nel caso dell’Italia il secondo ambito per provenienza è quello classificato da Eurostat come «arts and humanities», ossia tutto il comparto che identifica i percorsi in lettere, filosofia, storia e beni culturali. Il terzo ambito più frequente in Europa è quello che corrisponde a ingegneria e architettura (13,9% dei laureati totali), mentre per l’Italia si tratta di scienze sociali e comunicazione (15,2%).

Cosa si studia in Italia e in Europa Cosa si studia in Italia e in Europa Quota di laureati per ambito accademico di provenienza

Le lauree meno redditizie

Per capire le implicazioni del contesto italiano e di quello medio europeo bisogna legare la quota di laureati ai livelli medi retributivi. Secondo i dati di Almalaurea, nel 2024 i laureati con titolo magistrale a cinque anni dal conseguimento percepivano in media 1.847 euro, con una forbice molto ampia a seconda della facoltà di provenienza. Nel caso dei laureati in informatica e ICT la paga media supera i 2.200 euro, mentre per i laureati in educazione e formazione si ferma a 1.460 euro. Il divario retributivo è ampio e ad accedere alle paghe più alte sono in pochi, anche perché sono in pochi a provenire dai percorsi di studio più «redditizi».

Come si può desumere dal grafico, nel 2024 oltre il 38% dei laureati italiani ha studiato materie umanistiche, comunicazione o educazione, contro una media europea del 28%. Questo 38% di laureati italiani si ritrova alla base della piramide retributiva. Chi arriva da questo tipo di studi, infatti, anche nel caso abbia conseguito una laurea magistrale, a cinque anni dal titolo solitamente svolge un’occupazione che in media offre una retribuzone di poco superiore ai 1.600 euro netti: lo stesso livello che un laureato triennale in materie scientifiche raggiungerebbe già a un anno dal titolo.

Le lauree più redditizie

Come anticipato, l’ambito di studio che porta alle paghe più alte è quello informatico e ICT, ma in Italia solo pochi laureati provengono da qui. Nel 2024 appena l’1,6% dei laureati italiani ha studiato informatica o materie ICT, contro una media europea del 5%. Lo squilibrio tra i pochi laureati nelle lauree che offrirebbero paghe più alte e i tanti che provengono da percorsi di studi che danno meno possibilità di trovare un lavoro e ben retribuito non ha conseguenze soltanto dal punto di vista puramente numerico. Da tempo le imprese italiane (soprattutto nel settore tech, digitale, industria 4.0 e servizi avanzati) segnalano una carenza cronica di competenze ICT, con migliaia di posizioni scoperte e stipendi di ingresso che possono superare facilmente i 1.700-1.800 euro netti già a un anno dalla laurea per i profili più richiesti.

Al contrario, i percorsi umanistici, di comunicazione e di educazione – che assorbono una quota molto più ampia di iscritti – alimentano un’offerta di lavoro spesso saturata, con maggiore precarietà, part-time e retribuzioni stagnanti. Il risultato è un cortocircuito economico e sociale: l’Italia continua a formare troppi laureati in ambiti a basso rendimento retributivo e troppo pochi in quelli ad alto valore aggiunto, tra l’altro contribuendo sia alla fuga di talenti all’estero (dove gli stessi profili ICT guadagnano spesso il 50-60% in più), sia a una crescita della produttività più lenta rispetto alla media europea.

Fonte

Almalaurea e Eurostat

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