Andare in pensione e continuare a lavorare allo stesso tempo può sembrare un ossimoro, ma non è così. La legge, infatti, consente - eccetto che in determinate circostanze, ossia quando si è fatto accesso ad alcune forme di pensionamento anticipato - di cumulare la pensione con altri redditi, ad esempio con uno stipendio oppure con le entrate derivanti da un’attività di lavoro autonomo.
Bisogna però fare chiarezza su alcuni aspetti. Ad esempio, sul fatto che continuando a lavorare bisogna comunque assolvere all’obbligo contributivo previsto dalla normativa, anche se il diritto alla pensione è già stato raggiunto. Al tempo stesso, però, i contributi versati dopo il pensionamento non vanno persi, visto che possono dare diritto a un futuro aumento della pensione, rispettando le scadenze previste dall’ordinamento per la richiesta del cosiddetto supplemento di pensione.
Altri chiarimenti riguardano la pensione di reversibilità, per la quale la cumulabilità tra pensione e altri redditi è invece soggetta a specifici limiti, come pure la domanda di pensione di vecchiaia, che prevede un requisito che potrebbe far pensare che quanto detto finora non sia valido: al momento della domanda di pensionamento, infatti, non bisogna avere un rapporto di lavoro dipendente in corso.
Per andare in pensione bisogna prima smettere di lavorare?
Partiamo proprio da quest’ultimo punto, perché potrebbe sembrare in contraddizione con quanto appena detto.
Per accedere alla pensione di vecchiaia è infatti necessario cessare il rapporto di lavoro dipendente entro la data di decorrenza dell’assegno.
Si tratta però solamente di un requisito necessario per il pensionamento: una volta ottenuta la pensione è possibile tornare a lavorare, anche come dipendente e persino presso la stessa azienda, cumulando così stipendio e assegno previdenziale. Il vincolo, inoltre, non riguarda chi svolge un’attività autonoma.
Come funziona il supplemento di pensione
Come anticipato, i contributi versati dopo il pensionamento non vanno persi. Chi continua o riprende a lavorare può infatti utilizzarli per chiedere il cosiddetto supplemento di pensione, ottenendo così un aumento dell’assegno già percepito.
Deve essere il pensionato a presentare domanda all’Inps, rispettando determinate scadenze. Per i contributi versati nel Fondo pensione lavoratori dipendenti e nelle Gestioni autonome, di regola bisogna attendere 5 anni dalla decorrenza della pensione o dal precedente supplemento. In alcuni casi è possibile anticipare la richiesta dopo 2 anni, una sola volta e una volta raggiunta l’età pensionabile prevista dalla gestione.
Il supplemento decorre dal primo giorno del mese successivo alla domanda; attenzione però a chi beneficia dell’integrazione al trattamento minimo, perché in questo caso l’aumento potrebbe essere assorbito, in tutto o in parte, dall’integrazione già riconosciuta.
I limiti per la pensione di reversibilità
Regole diverse valgono per la pensione di reversibilità, che può essere cumulata con i redditi da lavoro ma, superate determinate soglie, subisce una riduzione.
Nel 2026 il taglio scatta quando il reddito personale del beneficiario supera 23.862,15 euro annui. La riduzione è del 25% per redditi fino a 31.816,20 euro, sale al 40% fino a 39.769,25 euro e arriva al 50% oltre questa soglia.
Questo significa che il coniuge superstite può continuare a lavorare, oppure percepire una pensione propria, senza perdere automaticamente il diritto alla reversibilità. L’importo, però, può essere ridotto in base ai redditi complessivamente percepiti.
I tagli non si applicano quando nel nucleo familiare sono presenti figli minori, studenti o inabili. Inoltre, per effetto della sentenza n. 162 del 2022 della Corte costituzionale, la decurtazione della reversibilità non può comunque essere superiore all’importo degli altri redditi che hanno determinato la riduzione.
I limiti per Quota 100, Quota 102 e Quota 103
Le principali eccezioni alla possibilità di lavorare mentre si percepisce la pensione riguardano Quota 100, Quota 102 e Quota 103. Fino al raggiungimento dell’età prevista per la pensione di vecchiaia, infatti, questi trattamenti - ormai non più previsti - non sono cumulabili con i redditi da lavoro dipendente o autonomo.
L’unica eccezione riguarda il lavoro autonomo occasionale, consentito entro il limite di 5.000 euro lordi annui.
La questione più delicata riguarda però le conseguenze della violazione. Secondo l’Inps, anche lo svolgimento di un’attività lavorativa per un periodo limitato può comportare la sospensione della pensione per l’intero anno in cui è stato prodotto il reddito, con il recupero delle somme eventualmente già corrisposte.
Su questo punto, però, la giurisprudenza non è uniforme. La Cassazione, con la sentenza n. 30994 del 2024, ha confermato la perdita della pensione per l’intera annualità, mentre altre pronunce di merito hanno ritenuto più corretto limitare il recupero ai soli mesi interessati dall’attività lavorativa.
La stessa Corte costituzionale, con la sentenza n. 162 del 2025, ha evidenziato come l’orientamento della Cassazione non sia ancora sufficientemente consolidato da rappresentare il cosiddetto “diritto vivente”. Di conseguenza, soprattutto quando si tratta di poche giornate di lavoro e compensi molto bassi, un recupero dell’intera annualità può ancora essere contestato davanti al giudice. Non si può però affermare che in questi casi il pensionato sia automaticamente al riparo dalla restituzione: molto dipende dall’interpretazione adottata nel singolo contenzioso.