Stai davvero guadagnando con i BTP? Il numero che cambia tutto

Tommaso Scarpellini

4 Aprile 2026 - 07:49

Cedole sopra il 3% sembrano un ritorno alla normalità. Ma il vero rendimento racconta una storia opposta, tra inflazione, rischio e illusioni di guadagno.

Stai davvero guadagnando con i BTP? Il numero che cambia tutto

Stai davvero guadagnando con i BTP? Perché il numero che conta davvero non è il 3 o 4% di cedola. Sì, è vero, il ritorno dei rendimenti obbligazionari sopra il 4% ha riacceso l’interesse degli investitori, sia istituzionali che retail. Dopo un decennio caratterizzato da politiche monetarie ultra-accomodanti e rendimenti compressi, strumenti come i BTP, i titoli governativi europei e le obbligazioni corporate investment grade sono tornati al centro dell’asset allocation strategica.

La narrativa dominante è semplice e, per certi versi, seducente: finalmente il reddito fisso torna a offrire una cedola apparentemente interessante, capace di competere con il rischio azionario. Tuttavia, questa lettura rischia di essere estremamente superficiale se non si entra nel merito della struttura reale del rendimento.

Il punto centrale, spesso trascurato, è che il rendimento che osserviamo sui mercati è un rendimento nominale, ovvero espresso in termini monetari correnti e non depurato dall’erosione del potere d’acquisto. Ed è qui che si annida l’errore più comune tra gli investitori.

Il vero rendimento: nominale vs reale

Per comprendere se un investimento obbligazionario stia realmente generando valore, è necessario spostare l’attenzione dal rendimento nominale al rendimento reale.

Il concetto è tanto semplice nella formulazione quanto potente nelle implicazioni:
rendimento reale = rendimento nominale – inflazione

Se prendiamo uno scenario realistico per il 2026, basato sulle stime di istituzioni come il MEF e la Banca d’Italia, possiamo ipotizzare:
rendimento medio dei BTP compreso tra il 3,0% e il 3,2%
inflazione attesa intorno al 2%

In questo contesto, il rendimento reale si colloca intorno a un modesto +1%.

Un valore che, se analizzato con attenzione, racconta una storia completamente diversa rispetto alla narrativa dominante. Non siamo di fronte a un ritorno dell’era dell’oro delle obbligazioni, ma piuttosto a una fase di normalizzazione in cui il premio per il rischio è estremamente contenuto.

Perché basta poco per azzerare i rendimenti

Il vero problema emerge quando si introduce un minimo di stress nello scenario macroeconomico.

L’inflazione, infatti, non è una variabile statica, ma altamente sensibile a fattori esogeni come shock energetici, tensioni geopolitiche o rialzi delle materie prime. Basta ipotizzare un ritorno dell’inflazione verso il 2,5% o il 3% per osservare un effetto immediato sul rendimento reale.

In questo caso, il rendimento reale si ridurrebbe drasticamente fino a sfiorare lo zero o addirittura entrare in territorio negativo.

Questo significa che, pur incassando una cedola nominale, l’investitore potrebbe non ottenere alcun incremento reale della propria ricchezza. In termini più concreti, il capitale verrebbe semplicemente preservato in termini nominali, ma eroso in termini reali.

Il paradosso della leva: quando il rendimento diventa negativo

La situazione si complica ulteriormente quando si introduce la leva finanziaria, ad esempio attraverso strumenti come il credito lombard, sempre più utilizzato per ottimizzare l’efficienza del portafoglio.
Immaginiamo uno scenario in cui:
il rendimento del portafoglio obbligazionario sia pari al 3%
il costo del finanziamento sia intorno al 3,1%

In questo caso, il differenziale tra rendimento e costo è già negativo prima ancora di considerare l’inflazione.

Se a questo aggiungiamo un’inflazione del 2%, il risultato finale è un rendimento reale profondamente negativo.

In altre parole, l’investitore si espone a una serie di rischi sistemici senza ottenere una remunerazione adeguata. Questo rappresenta uno dei paradossi più rilevanti dell’attuale contesto di mercato.

Il contesto macro: debito, inflazione e volatilità

Questa dinamica si inserisce all’interno di un quadro macroeconomico complesso, caratterizzato da una crescente fragilità del sistema finanziario globale.

Da un lato, si osserva un aumento dei default nel credito, segnale di un deterioramento della qualità finanziaria di molte imprese. Dall’altro, il livello di leva nel sistema continua a crescere, amplificando la sensibilità agli shock.

Nel caso italiano, il tema del debito pubblico resta centrale. Le emissioni previste per il 2026 superano i 245 miliardi di euro, un livello che implica una costante necessità di assorbimento da parte del mercato.

Più debito significa maggiore pressione sui rendimenti, ma anche un potenziale aumento dell’inflazione nel medio periodo, soprattutto se accompagnato da politiche fiscali espansive.

Il risultato è un contesto caratterizzato da una volatilità latente, in cui anche il reddito fisso può diventare fonte di instabilità piuttosto che di protezione.

Il vero numero da guardare

Alla fine, la domanda iniziale resta aperta, ma assume una sfumatura diversa.

Non si tratta più di chiedersi se i BTP offrano un rendimento del 3%, ma di comprendere se quel rendimento sia sufficiente a compensare l’inflazione, i costi e i rischi assunti.

Il numero che cambia tutto non è quello che compare nella cedola, ma quello che resta dopo aver sottratto ciò che erode il valore reale del capitale.

In un mondo in cui le variabili macroeconomiche sono sempre più instabili, ignorare questa distinzione significa esporsi a una forma di rischio silenzioso, spesso sottovalutato proprio perché meno evidente.

Non è una questione di essere pessimisti o ottimisti, ma di essere consapevoli della struttura reale dei rendimenti.

Perché in finanza, ciò che conta davvero non è quanto si guadagna nominalmente, ma quanto si riesce a preservare in termini reali nel tempo.