Giovedì 23 luglio il petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile. Poche ore prima gli Houthi avevano colpito due petroliere saudite nel Mar Rosso: fiamme a bordo di una delle due, equipaggio salvo.
Il blocco dei porti sauditi lo avevano annunciato pochi giorni prima; l’attacco lo ha reso reale. Quella rotta, nel Mar Rosso, porta anche verso l’Europa buona parte del greggio che finisce nei distributori italiani. Goldman Sachs ha scritto lo stesso giorno che il petrolio potrebbe salire oltre i 120 dollari entro fine anno, se il conflitto continua.
Il primo mercato a muoversi è stato quello dei titoli di Stato americani. Il rendimento del decennale il tasso che lo Stato USA paga per farsi prestare denaro per dieci anni è salito al 4,7%. Non succedeva da gennaio 2025. Il trentennale, lo stesso titolo ma a scadenza più lunga, è al 5,16%: livelli che fino a poco tempo fa sembravano archiviati.
Le Borse hanno chiuso la giornata in rosso. Il Dow Jones ha perso 507 punti, quasi l’1%. Il Nasdaq è sceso del 2,15%, trascinato da Alphabet, che ha lasciato sul terreno il 7% dopo aver comunicato i conti — nonostante il fatturato in crescita. Anche lo S&P 500, l’indice più seguito dai gestori, ha chiuso in calo dell’1,2%.
Il Congressional Budget Office, l’ufficio che calcola i conti pubblici americani, aveva già scritto cosa comporta un rialzo così, se resta stabile per dieci anni: circa 380 miliardi di dollari in più di interessi sul debito pubblico in dieci anni. Sono soldi che il governo americano dovrà trovare da qualche parte più tasse o meno spesa altrove. In Europa il quadro non è più tranquillo: la Banca centrale europea, riunita lo stesso giorno, ha lasciato i tassi fermi al 2,25%, ma alcuni membri del consiglio avevano proposto di alzarli subito, per lo stesso motivo il rischio che il petrolio più caro spinga l’inflazione. La decisione è stata solo rimandata, a settembre.
Nello stesso pomeriggio, dall’altra parte del mondo, Alphabet, la società che controlla Google, ha annunciato di voler spendere ancora di più per i suoi centri dati. Fino a tre mesi fa il tetto di spesa previsto per l’anno era 190 miliardi di dollari. Ora è 205: quindici miliardi in più, decisi in un pomeriggio.
Il trimestre si è chiuso con la cassa in rosso di 5,9 miliardi di dollari. La stessa manager che ha appena bruciato quasi sei miliardi in tre mesi ha motivato la scelta con una frase sola: i clienti chiedono più capacità di calcolo di quanta l’azienda riesca a costruirne.
Ha anche detto che l’anno prossimo la spesa salirà di nuovo. Il fatturato del cloud è cresciuto dell’82% in un anno: agli investitori non è bastato.
Il governo americano paga di più per farsi prestare denaro. In Europa la banca centrale è a un passo dal fare lo stesso. E dall’altra parte del mondo, per un motivo che con il petrolio non ha niente a che fare (la sua domanda di calcolo, non un barile) Alphabet ha deciso comunque di spendere di più, non di meno.
Martedì e mercoledì prossimi la Federal Reserve si riunisce di nuovo. Non pubblicherà nuove previsioni: solo un comunicato. Il mercato, però, ha già deciso cosa aspettarsi, prima ancora che i governatori si siedano al tavolo.
Tu, nel frattempo, cosa stai ancora rimandando convinto che il denaro presto tornerà a costare meno?