Sei rischi per l’economia nell’era post-Covid

Nikolaj Schmidt, Chief International Economist di T. Rowe Price mette in evidenza sei rischi che mettono in difficoltà un recupero dell’economia dalla recessione

Sei rischi per l'economia nell'era post-Covid

Le misure di lockdown intraprese per frenare il contagio da Coronavirus hanno fatto piombare precipitare il mondo in una pesante recessione, con molte attività che negli ultimi mesi non sono riuscite a far fronte alle perdite subite e sono state costrette a chiudere.

Mentre il dibattito sulla forma dell’eventuale ripresa si fa sempre più acceso, Nikolaj Schmidt, Chief International Economist di T. Rowe Price, mette in evidenza sei rischi che mettono in difficoltà un recupero dell’economia dalla situazione recessiva.

I sei ostacoli che potrebbero minare la ripresa economica

Il primo punto messo in evidenza da Schmidt è relativo ad una seconda ondata di Coronavirus. Con nessun Paese che ha ottenuto l’immunità di gregge infatti, si dovrà vedere se le misure di distanziamento saranno sufficienti a far riaprire le economie senza far ripartire i tassi di contagio verso l’altro. “L’esperienza di Corea del Sud, Singapore e alcuni segnali dall’Europa fanno ben sperare da questo punto di vista”, sostiene l’esperto.

Il secondo ostacolo è invece riferito alla guerra commerciale tra USA e Cina in un contesto in cui le presidenziali americane sono alle porte. Oltre alle vicende legate ad Hong Kong e Taywan, l’economista sostiene come “L’incertezza nelle relazioni tra le due potenze, la pressione a spostare le supply chain e le restrizioni alle esportazioni di tecnologia sono venti contrari per la crescita e rischi per la ripresa. È ancora possibile che Trump si ritiri dall’accordo Phase 1 per galvanizzare i propri elettori. Nel complesso, pensiamo che l’accordo sopravvivrà, ma la nostra certezza sta diminuendo”.

Il terzo elemento è relativo all’indebitamento delle società a stelle e strisce, che secondo la Fed ha raggiunto il 75% del Pil USA nel 2019. “Questo fa sorgere la domanda se sia in arrivo uno tsunami di default societari, che provocherebbero perdite significative nei bilanci degli intermediari finanziari”. Per Nikolaj Schmidt però, ci sono tre ragioni per cui poter preoccuparsi meno rispetto al consensus: “innanzitutto, il debito è stato emesso con tassi di interesse molto bassi, quindi i costi di servizio sono contenuti. In secondo luogo, il governo ha fornito un forte sostegno alle società. Infine, i bilanci degli intermediari sono molto più solidi rispetto all’ultima crisi. I nostri modelli interni prevedono un tasso di default per il credito high yield USA del 7-9%. Ovviamente, se l’economia fosse colpita da uno shock come un secondo lockdown, salterebbero tutte le previsioni, dato che nessuna società può sopravvivere senza ricavi”.

Un altro problema è invece riferito al consolidamento fiscale nei mercati sviluppati: i Paesi dovranno entrare in tale regime fatto di riduzione dei deficit e del debito. L’esperto in tal senso si attende un percorso simile all’ultima crisi.

Il quinto punto messo in luce dall’economista di T. Rowe è riferito ad una crisi fiscale nei Paesi emergenti, con “la combinazione di deficit troppo ampi e impossibilità di fare affidamento sulla monetizzazione per via delle infrastrutture istituzionali più deboli fa aumentare la probabilità che le misure fiscali generino fughe dalla valuta e, nei casi più gravi, impossibilità di rifinanziare il proprio debito. Ad ogni modo, i mercati emergenti – esclusa la Cina – rappresentano solo il 21% del Pil globale, quindi una crisi fiscale in quest’area, per quanto dannosa, avrebbe probabilmente un impatto gestibile”.

Il sesto problema è relativo a un’altra crisi nell’Eurozona, con i Paesi dell’Europa meridionale usciti da un decennio di crescita ridotta. Questo fatto ha alimentato le scie populiste all’interno di tali Stati. “Crediamo che i Paesi europei più in difficoltà, dopo dieci anni di crescita minima, vadano incontro a un altro decennio di opportunità scarse – uno scenario certamente non ideale dal punto di vista della stabilità politica”, chiosa l’esperto.

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