C’è un momento, nella parte finale dell’anno, in cui i numeri smettono di essere solo percentuali e iniziano a sembrare indizi. I rendimenti da dividendo si allungano sui grafici, alcuni titoli scivolano in fondo alla classifica delle performance e all’improvviso l’idea di “azioni ad alto dividendo e forse sottovalutate” torna al centro del discorso. È il territorio in cui si muove da decenni una delle strategie più discusse di Wall Street: quella dei cosiddetti cani del Dow Jones, i titoli con il dividend yield più elevato all’interno dell’indice delle blue chip americane. Osservare chi è finito in questa lista alla fine del 2025, e con quali multipli di valutazione, permette di leggere il mercato da una prospettiva diversa dal solito: meno narrativa, più numerica, ma comunque ricca di sfumature.
Nel prospetto aggiornato a fine 2025 emergono chiaramente i dieci titoli del Dow con il rendimento da dividendo indicato più alto. In vetta spicca Verizon Communications, con un dividend yield vicino al 6,8%, seguita da Chevron con circa il 4,5%. Poi una fascia molto compatta intorno al 2,6–3,3% che comprende Merck, Amgen, Procter & Gamble, Coca-Cola, UnitedHealth, Home Depot, Johnson & Johnson e Nike. È il punto di partenza per capire chi siano, oggi, i cani del Dow Jones e come si presentano in termini di valutazione e di giudizi degli analisti.
I cani del Dow Jones alla fine del 2025
La strategia dei cani del Dow nasce all’inizio degli anni ’90 e viene formalizzata da Michael O’Higgins: ogni inizio anno si selezionano le dieci azioni del Dow Jones Industrial Average con il dividend yield più elevato, si investe in parti uguali e si ribilancia dopo dodici mesi. L’idea è semplice: i titoli di grandi società, temporaneamente penalizzati in Borsa, offrono un dividendo alto perché il prezzo è sceso più del flusso cedolare. Quando il mercato rientra su valutazioni più “normali”, questi titoli tendono a recuperare prezzo oltre ad aver pagato un buon dividendo nel frattempo. Studi di lungo periodo mostrano che, su orizzonti pluriennali, la strategia ha spesso generato rendimenti comparabili o superiori al Dow nel suo complesso, pur con fasi cicliche alterne.
Alla fine del 2025, sulla base dei rendimenti da dividendo attuali, i cani del Dow risultano quindi essere: Verizon (6,82% di dividend yield indicato), Chevron (4,52%), Merck (3,32%), Amgen (3,07%), Procter & Gamble (2,83%), Coca-Cola (2,79%), UnitedHealth (2,75%), Home Depot (2,74%), Johnson & Johnson (2,68%) e Nike (2,58%). Si tratta in gran parte di nomi storici, ma con storie di Borsa molto diverse negli ultimi dodici mesi: alcuni hanno sofferto pesantemente, altri sono reduci da un buon anno e finiscono nella lista solo perché il flusso cedolare è cresciuto insieme agli utili. È proprio dall’incrocio fra rendimento da dividendo e multipli di valutazione che emergono i profili più interessanti.
Come sono valutati oggi i cani del Dow: confronto tra multipli e performance
Il quadro di valutazione disponibile consente di affiancare ai rendimenti da dividendo i principali multipli di mercato: capitalizzazione, performance a un anno, rapporto prezzo/utili e altri indicatori. Il risultato è eterogeneo.
Verizon è il caso più evidente di titolo “a reddito”: capitalizzazione intorno ai 170 miliardi di dollari, performance a un anno leggermente negativa e un P/E di circa 8,6 volte gli utili, molto al di sotto della media storica del mercato americano. Il dividend yield vicino al 7% si affianca quindi a una valutazione compressa, tipica dei titoli difensivi che il mercato continua a percepire come maturi e a bassa crescita.
Chevron, con un dividend yield poco sopra il 4,5%, presenta una situazione diversa: la performance a 12 mesi è positiva e il P/E si colloca sopra le 20 volte, riflettendo sia la volatilità del settore energia sia le aspettative sulla capacità del gruppo di generare cassa in uno scenario di transizione complesso. Merck e Amgen occupano una zona intermedia: entrambe hanno rendimenti da dividendo nell’area del 3% e P/E nell’ordine di 13–18 volte, valori che il mercato riserva tipicamente ai big della farmaceutica con pipeline solide ma cicli brevettuali da gestire.
Nel blocco dei consumer staples, Procter & Gamble e Coca-Cola combinano un dividend yield attorno al 2,8% con P/E nell’area 22–24 volte e capitalizzazioni molto elevate. La performance a un anno di P&G risulta leggermente negativa, segnale che la difensività del business non ha impedito qualche presa di profitto dopo anni di sovraperformance. Coca-Cola mostra multipli ancora sostenuti, coerenti con il profilo di “bond azionario” storicamente attribuito al titolo.
Più complesso il quadro per UnitedHealth e Home Depot. Entrambe offrono un dividend yield appena sotto il 2,8%, ma con storie di Borsa divergenti: UnitedHealth esce da un anno difficile, con performance a doppia cifra negativa e P/E in area 17–18 volte, dopo anni di crescita accelerata nella sanità assicurativa; Home Depot ha risentito del rallentamento del ciclo immobiliare e dei tassi alti, pur mantenendo multipli ancora in linea con il proprio storico. Johnson & Johnson, con rendimento vicino al 2,7% e P/E intorno a 19–20 volte, ha invece vissuto un 2025 molto positivo, supportato dalla separazione del business consumer e da una riduzione delle incertezze legali. Nike chiude la lista con il dividend yield più basso del gruppo ma anche con uno dei P/E più elevati (oltre 26 volte), a fronte di una performance annuale negativa: il mercato continua a prezzare la capacità del brand di tornare a crescere, ma penalizza la fase di rallentamento attuale.
Nel complesso, i cani del Dow 2025 non sono un blocco omogeneo di “occasioni value”. Alcuni – in particolare Verizon e, in parte, Merck e UnitedHealth – mostrano multipli moderati e rendimenti cedolari elevati dopo un periodo debole in Borsa. Altri, come Johnson & Johnson, Coca-Cola o Nike, entrano in lista più per effetto della crescita del dividendo e di una correzione dei prezzi che per un vero status di “titolo stracciato”.
Cosa dicono gli analisti: giudizi, target price e sottovalutazioni stimate
Le indicazioni pubblicate nelle ultime settimane confermano questo quadro sfumato. Su Verizon, diversi broker internazionali mantengono una visione prudente: il consenso tende a collocarsi intorno al giudizio neutrale, con una maggioranza di analisti che riconosce l’attrattività del dividendo ma continua a vedere limiti strutturali nella crescita del core business telecom. Dal punto di vista della valutazione, però, il modello utilizzato in questo report segnala per Verizon lo sconto più ampio dell’intero gruppo, con un potenziale teorico di riallineamento nell’ordine di circa il 95–100% tra capitalizzazione attuale e valore equo stimato.
Su Chevron prevalgono invece toni più costruttivi: molte case di investimento mantengono impostazioni positive, sottolineando la disciplina sul capitale, il focus sul cash flow e la capacità di remunerare gli azionisti tramite dividendi e buyback, pur in presenza di una volatilità intrinseca legata al ciclo delle materie prime. In questo caso la sottovalutazione stimata è più contenuta ma comunque significativa, intorno al 13% rispetto al fair value modellizzato, coerente con l’idea di un titolo già riconosciuto dal mercato ma non ancora “pieno” in termini di valutazione.
Nell’area healthcare, Merck e Amgen beneficiano di un consenso tendenzialmente favorevole, con numerosi giudizi che restano in area positiva sulla base della solidità delle pipeline e di una visibilità relativamente buona degli utili futuri, anche se non mancano note di cautela legate alla concorrenza sui farmaci chiave. Per Merck, la sottovalutazione stimata si colloca nell’ordine del 9–10%, mentre per Amgen il modello segnala uno sconto più marcato, nell’area del 25–30%, riflesso di multipli inferiori rispetto al valore equo attribuito agli utili prospettici. UnitedHealth, dopo un 2025 complicato, continua a essere considerata da molte case un titolo di qualità con prospettive strutturali interessanti nel lungo periodo, ma le raccomandazioni recenti si mantengono più selettive e sensibili alle indicazioni regolatorie sul settore assicurativo; qui la sottovalutazione teorica è nell’ordine di circa il 30%, a indicare un potenziale di recupero che dipende in larga misura dalla percezione del rischio normativo.
Fra i consumer staples, Procter & Gamble e Coca-Cola restano per la maggior parte degli analisti “core holding” difensive: i giudizi più aggiornati oscillano fra posizioni neutrali e moderatamente positive, con potenziali di rialzo limitati, coerenti con multipli già superiori alla media di mercato. Nonostante ciò, il modello di valutazione non le considera completamente “tirate”: per Procter & Gamble emerge uno sconto di circa l’8%, mentre per Coca-Cola la sottovalutazione teorica si muove intorno all’11%, valori coerenti con titoli di qualità percepiti come cari ma ancora leggermente indietro rispetto al fair value stimato.
Un caso a parte è Johnson & Johnson: nelle ultime settimane più case hanno confermato un’impostazione costruttiva, con valutazioni complessive ancora rialziste ma più caute dopo il forte recupero del 2025. In termini numerici, lo scarto rispetto al valore equo appare più limitato, intorno al 5%, segnale di un titolo che per il modello risulta vicino alla piena valutazione pur mantenendo ancora un margine teorico di rialzo.
Per Home Depot e Nike, infine, i report più recenti evidenziano un atteggiamento di “attesa attiva”: molti analisti mantengono valutazioni intermedie, legando le prospettive di recupero rispettivamente alla normalizzazione del ciclo immobiliare e al rilancio del brand nel segmento sportivo globale. La sottovalutazione stimata per Home Depot è nell’ordine del 18%, coerente con un contesto ciclico ancora in fase di assestamento ma con fondamentali considerati solidi; per Nike, invece, il modello individua uno sconto più contenuto, intorno al 2–3%, a indicare che una parte rilevante della capacità di recupero attesa è già stata incorporata nelle quotazioni dopo le correzioni degli ultimi anni.
I cani del Dow Jones a fine 2025 offrono un mix di alti dividendi, gradi diversi di sottovalutazione teorica e giudizi degli analisti che vanno dalla prudenza alla moderata fiducia. La statistica storica suggerisce che, nel lungo periodo, un’esposizione disciplinata verso i titoli con il rendimento più elevato del Dow possa venire premiata, ma non elimina la possibilità di fasi negative, né sostituisce un’analisi accurata dei fondamentali delle singole società.
Le probabilità restano favorevoli solo per chi è disposto ad accettare la natura ciclica dei mercati e a considerare questi dati – compresi gli sconti rispetto al fair value – come uno strumento di lettura, non come una promessa di risultato.