Riscatto della laurea, nuove regole in legge di Bilancio 2026. E torna il dubbio rispetto alla reale convenienza di questo strumento.
Con la legge di Bilancio cambiano le regole per il riscatto della laurea che rischia di diventare sempre meno conveniente. Il governo, infatti, sta lavorando in direzione di un peggioramento delle regole di pensionamento che diventeranno sempre più severe: ad esempio, viene allungata la finestra mobile per la pensione anticipata, mentre sempre sul piano dei requisiti viene dato meno peso agli anni di università riscattati.
Ricordiamo, infatti, che oggi il percorso di studi che ha portato al conseguimento del titolo universitario si può riscattare ai fini pensionistici. Ciò comporta un doppio vantaggio: da una parte la possibilità di avere più anni di contributi così da avere maggiori possibilità di andare in pensione prima - ad esempio ricorrendo alla pensione anticipata - e dall’altra invece di accrescere il montante contributivo e assicurarsi un assegno più alto.
Il tutto a fronte di un costo che varia a seconda delle circostanze. Con il riscatto agevolato, ad esempio, si spendono oggi 6.123 euro per ogni anno di corso, una spesa quindi significativa per quanto ci siano comunque delle agevolazioni.
Ma se già oggi ci si interroga sul reale vantaggio di riscattare la laurea ai fini pensionistici, in futuro rischia di andare ancora peggio. Perché proprio in queste ore il governo sta intervenendo per cambiare le regole sul riscatto della laurea, limitando la possibilità che vi si possa ricorrere per fare in modo di avere più anni di contributi e facilitare l’accesso alla pensione.
In legge di Bilancio, infatti, entra la sterilizzazione dei riscatti degli anni di laurea, una misura che potrebbe di fatto spingere molte persone a non ricorrere più a questo strumento.
Come cambia il riscatto della laurea in legge di Bilancio
Con la manovra si interviene riducendo il peso che il riscatto della laurea ha sui requisiti per la pensione. Oggi, infatti, gli anni di contributi riscattati sono considerati al pari di quelli lavorati: ciò significa che grazie al riscatto il lavoratore riesce ad avere 5 anni in più di contributi, i quali possono essere utili sia a raggiungere i 20 anni di contribuzione minima richiesta dalla pensione di vecchiaia che, specialmente, per accedere a quelle forme di pensionamento che richiedono un maggior numero di anni di contributi, la pensione anticipata su tutte.
Questa opzione, infatti, richiede di aver raggiunto 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, per quanto nei prossimi anni sia in programma un allungamento dei requisiti e delle finestre mobili che porterà a sforare i 44 anni di contributi.
Ecco quindi che il riscatto della laurea potrebbe rappresentare uno strumento utile per raggiungere una tale soglia, ma attenzione perché non sarà sempre così.
Tra gli emendamenti alla legge di Bilancio 2026 - quelli voluti dal governo Meloni e pertanto con elevate possibilità che entrino a far parte del testo definitivo della Manovra - ce n’è uno che sterilizza il riscatto degli anni di laurea.
Nel dettaglio, a partire dal 2031 il periodo riscattato sarà tagliato di 6 mesi. Pensiamo quindi a chi riscatta una laurea triennale da 36 mesi: solamente 30 saranno validi ai fini del raggiungimento dei requisiti per la pensione.
E con il passare degli anni andrà ancora peggio: nel 2032 il taglio sarà di 12 mesi, nel 2033 di 18 mesi, nel 2034 di 24 mesi e nel 2035 di ben 30 mesi. Su una triennale, quindi, appena 6 mesi di contributi verranno riconosciuti ai fini pensionistici.
Non è chiaro ancora nei confronti di chi si applicherà questa norma, se a partire dai riscatti effettuati a partire dal 2026 o anche per gli anni precedenti. Difficilmente la norma potrà essere retroattiva, ma per averne certezza è bene attendere il testo della manovra, dove tra l’altro verrà chiarito se questa sterilizzazione si applicherà solamente sulla laurea triennale o anche su specialistiche e magistrali.
Converrà ancora riscattare la laurea?
Alla luce delle modifiche previste dalla legge di Bilancio, la risposta alla domanda se il riscatto della laurea convenga ancora diventa oggi più prudente e selettiva rispetto al passato.
Come già abbiamo avuto modo di spiegare nel nostro articolo guida sul riscatto della laurea, non esiste una convenienza universale: si tratta infatti di uno strumento fortemente dipendente dalla posizione previdenziale individuale, dall’età, dalla continuità lavorativa e dagli obiettivi di pensionamento.
A oggi, il riscatto continua a essere potenzialmente vantaggioso soprattutto per chi punta al pensionamento anticipato. Per i lavoratori che mirano a raggiungere prima i requisiti contributivi richiesti dalle formule di uscita basate sugli anni di contribuzione - come la pensione anticipata ordinaria o Quota 41 per i lavoratori precoci - riscattare gli anni universitari può ancora fare la differenza, perché consente di accelerare il raggiungimento delle soglie contributive richieste.
Tuttavia, questo vantaggio rischia di ridursi progressivamente se la sterilizzazione degli anni riscattati entrerà in vigore nei termini ipotizzati, svuotando di efficacia proprio l’uso del riscatto come leva per anticipare l’uscita dal lavoro.
Il riscatto resta invece più interessante per i giovani, soprattutto per chi si trova nelle fasi iniziali della carriera lavorativa. In questo caso, l’onere può essere sostenuto con maggiore gradualità, anche grazie alla possibilità di rateizzazione, e permette di costruire fin da subito una posizione contributiva più solida. In una prospettiva di lungo periodo, l’effetto sul montante contributivo può risultare significativo, aumentando così l’importo della pensione futura.
Diverso, e sempre meno favorevole, è il caso di chi è vicino alla pensione di vecchiaia. In queste situazioni il riscatto della laurea, soprattutto quello agevolato, produce spesso un incremento molto contenuto dell’assegno mensile, a fronte di un costo comunque non trascurabile. Il tempo necessario per recuperare l’investimento tramite l’aumento della pensione può risultare lungo, talvolta superiore all’orizzonte temporale realistico del pensionato, con il rischio che l’operazione non si ripaghi mai completamente.
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