La fuga di cervelli continua in Italia. In un anno 21mila laureati sono emigrati all’estero

Andrea Fabbri

14 Giugno 2026 - 05:22

L’Italia ha ancora difficoltà a valorizzare le sue risorse. In un anno 21mila laureati sono emigrati in cerca di opportunità professionali e salari migliori

La fuga di cervelli continua in Italia. In un anno 21mila laureati sono emigrati all’estero

Passano gli anni ma l’Italia non è ancora riuscita a trovare la soluzione a un problema ormai endemico: la fuga di cervelli all’estero. E questo nonostante le previsioni ottimistiche sulle opportunità lavorative che potrebbero presentarsi nei prossimi anni.

Secondo un recente rapporto Istat pubblicato a maggio, il nostro Paese rimane uno dei peggiori in Europa per numero di laureati tra i giovani adulti e nelle ultime posizioni tra quelli che riescono a trattenere i talenti.

I numeri della fuga dei cervelli

L’Istat ha analizzato il numero di espatri del 2024 tra gli italiani laureati di età compresa tra i 25 e i 34 anni e ha scoperto che il totale ha raggiunto le 25mila unità. I rimpatri, invece, sono stati circa 4mila. Un saldo negativo di -21mila in appena un anno.

E la situazione è resa ancora più grave dalla qualità delle competenze. Circa il 10,4% dei dottori di ricerca formatisi in Italia è impiegato all’estero.

Le motivazioni sono sempre le stesse: l’81,7% degli emigranti espatria cercando opportunità professionali in grado di valorizzare il percorso di studi. Il 73,7% si muove in cerca di salari migliori.

Numeri davvero impietosi da cui risultano chiare le difficoltà dell’Italia nel valorizzare il capitale umano che ha formato investendo risorse importanti.

Lo scoglio, come sempre, arriva nel passaggio tra studi e realtà lavorativa. Una realtà lavorativa, quella dello Stivale, in cui continuano a farla da padrone precarietà, salari insufficienti e scarsissime prospettive di carriera.

Un problema per il futuro dell’Italia

Il problema della fuga dei cervelli va ben oltre i freddi numeri. La perdita di giovani altamente qualificati è drammatica in un Paese come l’Italia, in cui continua ad abbassarsi la percentuale di popolazione attiva e a crescere l’età media.

L’emigrazione delle competenze rischia di bloccare la crescita del sistema italiano e lo rende estremamente meno competitivo sugli scenari internazionali dove, al contrario, la domanda di personale con specializzazioni di alto livello continua a crescere.

I nostri competitor europei investono ingenti risorse per attrarre talenti da tutto il mondo con stipendi alti, percorsi di crescita veloci e un’istruzione sempre più integrata col mondo lavorativo. Il rischio italiano è che le risorse investite nella formazione vadano ad arricchire le economie dei “concorrenti”.

Qualche segnale di ripresa

Per fortuna il report Istat mostra anche alcuni dati positivi relativi all’istruzione e all’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro.

Nel nostro Paese il tasso di abbandono scolastico precoce si è abbassato all’8,2%, quasi un punto in meno della media europea.

In contemporanea è calato notevolmente anche il numero dei Neet, i giovani che non studiano, non hanno un lavoro e non si impegnano in percorsi formativi. Nel 2025 sono rientrati in questa categoria il 13,3% dei ragazzi di età compresa tra i 15 e i 29 anni. Appena 10 anni fa, nel 2015, la percentuale arrivava addirittura al 25,7%.

Il quadro che emerge, quindi, è quello di un sistema italiano che sta iniziando a migliorare alcuni processi di integrazione giovanile ma che è ancora estremamente fragile nel creare le condizioni per valorizzare i propri talenti.

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